Fasc. 022·15·10·2026
A Leningrado incidevano Elvis Presley sulle radiografie degli ospedali
Nell'URSS del dopoguerra, un ingegnere del suono trasformò gli scarti di un ospedale di Leningrado in una fabbrica clandestina di dischi. Dentro quelle lastre trasparenti, tra ombre di costole e crani, si nascondeva il jazz e il rock and roll proibiti.
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A Leningrado, verso la fine degli anni Quaranta, chi sapeva dove cercare poteva comprare un disco che, tenuto controluce, mostrava l'ombra di una gabbia toracica o il profilo di un cranio. Non era un trucco grafico: quel disco era davvero una lastra radiografica, scartata da un ospedale, tagliata a forma di cerchio con un paio di forbici e bucata al centro con la brace di una sigaretta. Dentro i solchi incisi su quella plastica trasparente c'era, quasi sempre, qualcosa che in Unione Sovietica non si poteva vendere, suonare alla radio né importare: jazz, boogie woogie, rock and roll. A volte Elvis Presley, a volte Louis Armstrong, a volte un cantante russo emigrato che il regime aveva cancellato dalla memoria ufficiale.
Il nome con cui gli storici chiamano oggi questo fenomeno è roentgenizdat, calco scherzoso su samizdat, la parola che indicava la letteratura proibita copiata a mano e fatta circolare di nascosto. Qui, invece di un testo, a circolare clandestinamente era musica. E il materiale povero, di scarto, diventava l'unico modo per farla sentire.
Un giradischi fatto in casa, un ospedale come fornitore
Al centro di questa storia c'è un ingegnere del suono di Leningrado, Ruslan Bogoslovskij (il cognome compare nelle fonti anche nelle forme Bogaslovsky o Bogoslowsky, segno di quanto la vicenda sia passata più per racconti orali e ricostruzioni giornalistiche che per archivi ufficiali). Secondo il racconto più diffuso, Bogoslovskij aveva visto un apparecchio professionale incidere dischi in un negozio di musica e si era convinto di poterne costruire uno lui stesso. Il risultato fu un tornio da incisione portatile, pesante pochi chili, dello stesso tipo usato dai tecnici radiofonici per registrare dal vivo su cera o acetato.
Il problema era il materiale su cui incidere: il vinile era razionato, controllato dallo Stato, quasi impossibile da procurarsi fuori dai canali ufficiali dell'etichetta sovietica Melodiya. Bogoslovskij e il suo socio Boris Taigin, insieme formarono un piccolo gruppo che si firmava, con ironia, "Zolotaja Sobaka", la Gang del Cane d'Oro, trovarono la soluzione nei bidoni della spazzatura degli ospedali. Le lastre radiografiche erano fatte di un acetato di cellulosa abbastanza morbido da poter essere incise con un ago, ed erano anche facilmente reperibili: la legge imponeva agli ospedali di distruggere le radiografie un anno dopo l'uso, perché considerate materiale infiammabile. Quello che per la sanità pubblica era rifiuto pericoloso, per i falsari del suono era materia prima gratuita.
Tagliata in un cerchio approssimativo, bucata al centro, la lastra diventava un disco che suonava, male ma suonava: fruscii, crepitii, un fondo di rumore che si mangiava le frequenze più alte, e una durata di vita breve, spesso non più di una decina di ascolti prima che il solco si consumasse. Eppure costava pochissimo, circa un rublo contro i cinque di un disco di contrabbando vero, ed era proprio questo a renderlo accessibile a un'intera generazione di giovani sovietici affamati di musica occidentale.
Musica sulle ossa, in un mercato parallelo
I dischi venivano venduti nei mercatini, passati di mano in mano, nascosti sotto i vestiti durante le retate. Nel linguaggio popolare presero il nome di "musica sulle costole" o "dischi sulle ossa": music on the ribs, bone music. Non era raro, raccontano chi li ha maneggiati, trovarsi tra le mani un disco su cui, guardando bene, si distingueva la sagoma di una mano fratturata o di una colonna vertebrale, come se il corpo del paziente che un tempo era stato radiografato continuasse a trasparire sotto la musica.
Quanto fosse vasto questo mercato è difficile dirlo con certezza: alcune fonti giornalistiche parlano di centinaia di migliaia, persino di un milione di copie circolate nel corso di una ventina d'anni, ma si tratta di stime non verificabili, raccolte decenni dopo da chi quei dischi li aveva comprati da ragazzo. Quello che è documentato con maggiore sicurezza è la repressione che colpì chi li fabbricava. Bogoslovskij fu arrestato più volte: secondo una delle versioni più citate, lui e Taigin furono scoperti e condannati già agli inizi degli anni Cinquanta, finendo in un campo di lavoro da cui uscirono solo dopo la morte di Stalin, nel 1953. Alla fine degli anni Cinquanta, con un giro di vite deciso dalle autorità (la pratica fu messa fuori legge nel 1958 e una delle reti di distribuzione più grandi venne smantellata l'anno successivo), il commercio dei dischi di radiografia iniziò a essere braccato sistematicamente, con le pattuglie della Komsomol, la gioventù comunista, incaricate di individuare e sequestrare il materiale "ideologicamente nocivo".
Quello che resta, controluce
Con l'arrivo, negli anni Sessanta, di registratori a nastro più accessibili, il roentgenizdat perse gradualmente la sua ragione d'essere: copiare un disco su nastro magnetico era più comodo, più fedele e, soprattutto, non richiedeva di saccheggiare i rifiuti ospedalieri. I dischi di ossa restarono come reperti sparsi nelle case di chi li aveva conservati, spesso senza nemmeno più un giradischi adatto a suonarli.
Sono tornati alla luce soprattutto grazie al lavoro del musicista inglese Stephen Coates e del fotografo Paul Heartfield, che con il loro progetto X-Ray Audio hanno rintracciato decine di questi dischi nelle soffitte russe, li hanno fotografati, in alcuni casi restaurati e fatti risuonare di nuovo, raccontandoli in un libro e in un documentario della BBC intitolato, appunto, Bone Music. Mettendo quelle lastre sotto una luce, si vede ancora oggi quello che vedevano i ragazzi di Leningrado sessant'anni fa: un torace, una clavicola, l'ombra di un corpo che non sapeva di essere diventato, per qualche minuto di musica proibita, il supporto più improbabile della storia del disco.
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