Fasc. 043·05·10·2026
Arkhipov, il sommergibile B-59 e il voto che fermò la fine del mondo
Nell'ottobre del 1962, nelle acque dei Caraibi, tre uomini chiusi in un sommergibile sovietico dovettero decidere in pochi minuti se lanciare un siluro nucleare contro la flotta americana. Bastò il voto contrario di uno solo di loro a cambiare la storia.
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Dentro il sommergibile B-59 la temperatura ha superato i quarantacinque gradi. L'aria è satura di anidride carbonica, l'acqua da bere è razionata, e sopra lo scafo, nel buio dell'Atlantico, esplodono bombe di profondità americane. Non bombe vere, solo cariche dimostrative, pensate dalla Marina degli Stati Uniti come un segnale: vieni a galla, fatti identificare. Ma l'equipaggio sovietico, isolato da settimane, senza contatti radio con Mosca, non lo sa. Per loro quelle esplosioni possono voler dire una cosa sola: la guerra è già cominciata.
È il 27 ottobre 1962, il giorno che gli storici della crisi dei missili di Cuba chiamano "sabato nero". Da tredici giorni il mondo vive sull'orlo di una guerra nucleare: gli Stati Uniti hanno scoperto che l'Unione Sovietica sta installando missili balistici a Cuba, a poche centinaia di chilometri dalle proprie coste, e hanno risposto con un blocco navale dell'isola. Mosca, dal suo lato, ha deciso di scortare i convogli verso Cuba anche con mezzi che Washington non immagina: quattro sommergibili carichi di armi capaci, da sole, di cambiare la natura dello scontro. E dentro quel tubo d'acciaio in avaria c'è una di quelle armi, un siluro con testata nucleare che nessuno, a Washington, sa essere lì.
Tre chiavi per la fine del mondo
Il B-59 è uno dei quattro sommergibili classe Foxtrot che l'Unione Sovietica ha inviato verso Cuba quel mese, ognuno armato con un ordigno nucleare tattico equivalente, secondo le stime, a una bomba di Hiroshima in miniatura. Il protocollo sovietico per l'uso di quell'arma richiede il consenso di tre uomini a bordo: il comandante Valentin Savitsky, l'ufficiale politico Ivan Maslennikov e un terzo nome che, su quel sommergibile, si trova lì quasi per caso: Vasilij Arkhipov, capo di stato maggiore della flottiglia, imbarcato sul B-59 solo perché quella era la nave da cui dirigeva l'intera squadra.
Savitsky, convinto che la guerra sia scoppiata e che Mosca non possa più essere avvisata, ordina di armare il siluro. Secondo la testimonianza raccolta decenni dopo da un membro dell'equipaggio, l'ufficiale grida che non lasceranno il sommergibile senza combattere:
"Moriremo, ma li affonderemo tutti. Non diventeremo la vergogna della flotta."
Maslennikov è d'accordo. Mancherebbe solo il terzo voto, quello di Arkhipov, per completare l'autorizzazione. Normalmente, sugli altri tre sommergibili della flottiglia, sarebbero bastate le prime due firme; ma proprio perché Arkhipov comanda l'intera squadra ed è imbarcato su quella nave, la sua parola pesa come un veto. Ed è lì che la catena si interrompe. Secondo la ricostruzione più diffusa, nella saletta affollata e rovente scoppia una discussione durissima: Arkhipov sostiene che, senza alcun ordine recente da Mosca, non ci sono prove che la guerra sia davvero iniziata, e che bombe di profondità non letali sono esattamente il tipo di segnale che una marina userebbe per costringere un sommergibile a risalire, non per affondarlo. Convince Savitsky a desistere e a far emergere il sommergibile. Il B-59 torna in superficie, viene identificato dai cacciatorpediniere americani e si allontana senza che un solo colpo venga sparato.
L'uomo che aveva già visto il peggio
Non è la prima volta che Arkhipov si trova al centro di un disastro nucleare sfiorato. L'anno precedente, nel 1961, era vicecomandante del K-19, il primo sommergibile sovietico a propulsione nucleare, quando il sistema di raffreddamento del reattore andò in avaria durante una missione nell'Atlantico Nord. Senza un impianto di riserva, l'equipaggio costruì in emergenza un circuito di raffreddamento improvvisato, lavorando a turni brevissimi dentro il compartimento del reattore per limitare l'esposizione; non bastò. Otto marinai morirono nelle settimane successive per le radiazioni assorbite, altri furono segnati per il resto della vita. Arkhipov, che aveva contribuito a evitare una fusione del nucleo capace di contaminare gran parte dell'equipaggio e forse di far esplodere l'arsenale di testate convenzionali a bordo, ne uscì con la reputazione di un uomo capace di restare freddo quando tutti gli altri perdono la testa. È un dettaglio che gli storici della vicenda del B-59 considerano tutt'altro che secondario: chi ha già visto da vicino cosa significa, in pratica, un errore irreversibile tende a non lasciarsi convincere facilmente da un'ipotesi non verificata, per quanto urgente sembri.
Un eroe scoperto trent'anni dopo
Per quasi tre decenni nessuno, fuori dalla Marina sovietica, seppe che quella notte un'arma nucleare era stata a un voto dall'essere lanciata nei Caraibi. La vicenda uscì dal silenzio solo nell'ottobre 2002, quando il National Security Archive organizzò a Cuba un convegno per il quarantesimo anniversario della crisi, al quale partecipò anche l'ex comandante Vadim Orlov, testimone diretto sul B-59. Fu in quell'occasione che Thomas Blanton, direttore dell'archivio, pronunciò la frase che da allora accompagna il nome di Arkhipov:
"Vasilij Arkhipov ha salvato il mondo."
Arkhipov non visse per sentirla. Era morto quattro anni prima, nel 1998, con il grado di viceammiraglio raggiunto nel 1975, dopo una carriera chiusa nell'anonimato delle basi sottomarine dell'Artico, senza medaglie particolari e senza che il suo nome comparisse in nessun libro di storia occidentale. Sua moglie Olga, interrogata più tardi dai giornalisti, raccontò che il marito non si era mai considerato un eroe, né aveva mai raccontato in famiglia i dettagli di quella notte nei Caraibi: aveva semplicemente fatto, disse, "quello che bisognava fare". Anche la vicenda del K-19, del resto, rimase per decenni un segreto militare, raccontata al pubblico sovietico solo a metà degli anni Ottanta e diventata nota in Occidente soprattutto grazie a un film del 2002 che, curiosamente, uscì nelle sale proprio mentre gli storici americani riportavano alla luce l'episodio del B-59.
Resta la domanda che nessun documento declassificato può davvero chiudere: quante altre volte, nella storia della Guerra fredda, il destino di milioni di persone si è deciso in pochi minuti, dentro una stanza di metallo rovente, per il voto di un solo uomo di cui il mondo non avrebbe saputo nulla per trent'anni?
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