Scritto di notte
rivista di divulgazione culturale

Fasc. 017·09·09·2026

Bruno Pontecorvo, la vacanza in Sardegna che finì a Mosca

Nell'estate del 1950 un fisico allievo di Fermi partì con moglie e figli per una vacanza in Italia. Non tornò mai più, e per cinque anni nessuno seppe dove fosse finito.

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Il 31 agosto 1950 un piccolo aereo decolla dall'aeroporto di Roma Ciampino con a bordo cinque passeggeri: Bruno Pontecorvo, sua moglie Marianne e i tre figli, di otto, sei e due anni. Destinazione ufficiale, Stoccolma. In realtà nessuno, a parte lui, sa davvero dove sia diretto quel viaggio. Pochi giorni prima la famiglia si trovava in vacanza tra Roma e la Sardegna; poi, di colpo, il fisico decide di anticipare il rientro al lavoro in Inghilterra passando per la Finlandia. Da Helsinki, il gruppo sparisce. Per cinque anni, del più brillante allievo italiano di Enrico Fermi non si saprà più nulla.

I ragazzi di via Panisperna

Pontecorvo è nato a Pisa nel 1913 in una famiglia ebrea della borghesia industriale. A vent'anni si trasferisce a Roma per studiare fisica ed entra nel gruppo che Fermi ha radunato nell'istituto di via Panisperna: è il più giovane e, secondo i colleghi, uno dei più dotati. Con Fermi, Amaldi, Segrè e Rasetti lavora agli esperimenti sui neutroni lenti che porteranno Fermi al Nobel nel 1938. Ma proprio quell'anno, le leggi razziali fasciste chiudono all'improvviso ogni prospettiva per un fisico ebreo in Italia. Pontecorvo lascia il paese e raggiunge Parigi, dove entra nel laboratorio di Irène e Frédéric Joliot-Curie. È qui che si avvicina, insieme alla moglie svedese Marianne, agli ambienti della sinistra francese e del Partito Comunista, in anni in cui l'Unione Sovietica appare a molti intellettuali europei l'unica forza in grado di fermare il nazismo.

L'invasione tedesca della Francia nel 1940 lo costringe a una nuova fuga: attraversa la Spagna franchista, il Portogallo, e si imbarca per gli Stati Uniti. Qui, paradossalmente, il fisico che aveva lavorato con Fermi sui neutroni finisce per qualche anno a cercare petrolio: viene assunto da una società di prospezione geofisica in Oklahoma, dove applica tecniche di misurazione neutronica ai pozzi petroliferi. Solo nel 1943 rientra nella fisica nucleare vera e propria, chiamato in Canada, a Chalk River, dove il progetto congiunto anglo-canadese-americano sta costruendo i primi reattori a acqua pesante. Nel 1948 diventa cittadino britannico e nel 1949 si trasferisce nel Regno Unito, a Harwell, uno dei centri più delicati della ricerca atomica occidentale del dopoguerra.

Il sospetto dopo Klaus Fuchs

È proprio ad Harwell che, nel febbraio 1950, scoppia lo scandalo Klaus Fuchs: il fisico tedesco naturalizzato britannico confessa di aver passato all'Unione Sovietica informazioni cruciali sul progetto della bomba atomica. L'inchiesta che ne segue mette sotto la lente ogni scienziato del programma nucleare con simpatie di sinistra o legami familiari nell'Est. Pontecorvo, comunista dichiarato, con un fratello e una sorella già emigrati verso ambienti vicini a Mosca, diventa presto un nome sorvegliato dai servizi britannici. Non risultano prove sufficienti per un'incriminazione, ma i sospetti restano, e proprio in quei mesi Pontecorvo accetta un incarico all'università di Liverpool, forse anche per allontanarsi dal centro della tempesta.

È in questo clima che matura la vacanza italiana dell'estate 1950, e la sua conclusione improvvisa. Il servizio segreto britannico, il MI5, si accorge del possibile allarme solo dopo la partenza da Helsinki, quando ormai è troppo tardi per intervenire. La famiglia Pontecorvo ha già varcato, quasi certamente via Finlandia, il confine sovietico.

Cinque anni di silenzio, poi Mosca

Per il resto del mondo occidentale, Pontecorvo semplicemente scompare. Nessun annuncio, nessuna rivendicazione, solo il vuoto. Si moltiplicano le ipotesi sui giornali: rapimento, fuga volontaria, addirittura la sua morte. Bisogna aspettare il 1955 perché il mistero si sciolga: in una conferenza stampa a Mosca, le autorità sovietiche presentano Bruno Pontecorvo come uno scienziato che ha scelto liberamente di vivere e lavorare in Unione Sovietica. Da allora e fino alla morte, nel 1993, Pontecorvo risiederà a Dubna, sede del prestigioso Istituto Congiunto per le Ricerche Nucleari, senza mai fare ritorno stabile in Occidente.

A Dubna la sua carriera scientifica non si interrompe, anzi: è lì che elabora alcune delle intuizioni più importanti della fisica delle particelle del Novecento. Propone per primo l'idea che possano esistere diversi tipi di neutrino, distinguendo quello associato all'elettrone da quello associato al muone, un'ipotesi confermata sperimentalmente pochi anni dopo. È inoltre tra i primi a teorizzare la possibilità che i neutrini possano oscillare, cambiando identità durante il loro viaggio: un fenomeno che sarà dimostrato solo negli anni Novanta e che oggi vale un posto stabile nei libri di fisica.

Una domanda che resta aperta

Sul perché di quella fuga, Pontecorvo ha sempre offerto la stessa versione pubblica: una scelta ideologica, la fede nel socialismo, il rifiuto di lavorare a un'arma di distruzione di massa per l'Occidente. Ha sempre negato, fino alla fine, di aver mai consegnato segreti atomici ai sovietici. Ma i documenti emersi dopo la caduta dell'URSS, in particolare l'archivio Mitrokhin (le carte trafugate da un archivista del KGB), indicano che un agente sovietico con il nome in codice Mlad ("il giovane") avrebbe fornito informazioni sul programma nucleare occidentale negli anni in cui Pontecorvo lavorava a Chalk River e Harwell. L'identificazione non è mai stata provata in modo definitivo, e la comunità storica resta divisa.

"Non ho mai tradito la scienza", avrebbe detto una volta Pontecorvo a un collega italiano in visita a Dubna, "ho solo scelto da che parte stare."

Resta, insieme al dubbio, un'immagine: quella di un ragazzo di via Panisperna, cresciuto all'ombra di Fermi in una Roma degli anni Trenta piena di promesse, che un giorno d'agosto sale su un aereo per Stoccolma e non arriva mai a destinazione, almeno non quella che tutti si aspettavano.

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