Fasc. 004·26·09·2026
De André sparì da L'Agnata nell'agosto del 1979. Tornò con *Hotel Supramonte*
Centodiciassette giorni di prigionia tra le montagne del Sassarese, un riscatto pagato in buona parte dal padre, e un ritorno che cambiò per sempre lo sguardo di Fabrizio De André sui suoi rapitori, e su se stesso.
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La sera del 27 agosto 1979, a L'Agnata, la tenuta agricola che Fabrizio De André aveva scelto come rifugio tra i graniti della Gallura, alcuni uomini armati scavalcano il recinto della proprietà, vicino a Tempio Pausania. Portano via il cantautore genovese e la sua compagna, la cantante Dori Ghezzi. De André si era trasferito in Sardegna da anni, cercando nell'isola una vita più appartata rispetto a Genova e Milano, allevando bestiame e coltivando la terra insieme a Dori: un'esistenza da agricoltore quasi anonimo, ben lontana dall'immagine del cantautore già autore di dischi come La buona novella o Storia di un impiegato. Quella sera d'agosto tutto questo viene spezzato in pochi minuti, e comincia una prigionia che durerà centodiciassette giorni: un'esperienza che finirà per intrecciarsi in modo indissolubile con uno dei dischi più importanti della carriera di De André.
Centodiciassette giorni tra i graniti
I due vivono all'aperto o in una tenda, spostati di continuo tra le montagne di Pattada e il Monte Lerno, nel Sassarese: una terra di pastori e di banditismo endemico che il linguaggio giornalistico, e poi la canzone dello stesso De André, faranno conoscere sotto il nome, non del tutto esatto dal punto di vista geografico ma ormai entrato nella leggenda, di Supramonte (il massiccio vero e proprio si trova più a sud, nel Nuorese). Il riscatto richiesto è enorme: verrà pagato in buona parte dal padre di Fabrizio, Giuseppe, imprenditore genovese, per una cifra stimata attorno ai cinquecentocinquanta milioni di lire. Dori Ghezzi viene liberata la sera del 21 dicembre, alle undici; Fabrizio segue tre ore dopo, nella notte tra il 21 e il 22. Sono trascorsi quasi quattro mesi esatti da quella sera d'agosto.
"Due pastori, due strumenti"
Il sequestro di De André non è un episodio isolato: tra gli anni sessanta e gli anni ottanta la Sardegna interna vive una vera e propria epidemia di rapimenti a scopo di estorsione, decine e decine di casi attribuiti a quella che la stampa dell'epoca chiama, con un'unica etichetta, l'anonima sequestri sarda. Sono in genere imprenditori, professionisti, a volte turisti facoltosi, a finire sequestrati per settimane o mesi tra le zone più impervie dell'isola, in attesa che le famiglie raccolgano il denaro richiesto. De André e Dori Ghezzi, con la loro notorietà nazionale, diventano semplicemente il caso più clamoroso di un fenomeno già radicato.
Quello che succede dopo, però, è la parte della storia che rende il sequestro di De André diverso da quasi tutti gli altri. Invece di raccontare solo la paura e la violenza subite (che pure ci furono: armi puntate, notti al freddo, l'incertezza di non sapere se e quando sarebbe finita), De André torna dalla prigionia con un'analisi lucida e per molti spiazzante di chi lo aveva tenuto in ostaggio. Durante il processo distingue con nettezza tra gli esecutori materiali, che definisce «due pastori, due strumenti», e i mandanti: gente che, a suo dire, aveva organizzato il sequestro non per sopravvivere ma per arricchirsi. Racconta che i suoi carcerieri gli avevano ripetuto più volte di avere bisogno di quei soldi per mandare i figli a scuola, e descrive l'atteggiamento di alcuni di loro nei suoi confronti come «quasi materno»: gli avrebbero persino raccontato barzellette per alleviargli l'attesa.
Non è ingenuità, né la semplice dinamica psicologica che lega vittima e aguzzino a cui a volte si riduce la vicenda. È piuttosto la conferma di uno sguardo che De André coltivava da anni, quello rivolto agli ultimi, ai marginali, ai disertori: al processo si costituisce parte civile contro i mandanti ma non contro i pastori che lo avevano sorvegliato, e nel 1991 firma persino una richiesta di grazia al Presidente della Repubblica per uno dei suoi ex carcerieri, un pastore sardo condannato a venticinque anni.
L'Indiano, o la Sardegna vista come una riserva
Due anni dopo il rilascio, nel 1981, De André pubblica L'Indiano, un disco che a un primo ascolto sembra parlare d'altro: popoli nativi d'America, la conquista del West, la fine di un mondo. Il parallelo con la Sardegna, però, è dichiarato apertamente nelle interviste di quegli anni: gli stessi pastori barbaricini che lo avevano sequestrato diventano, nelle sue parole, i «sioux sardi», discendenti di una civiltà pastorale spinta ai margini dallo Stato e dal turismo di massa esattamente come i nativi americani lo erano stati dai coloni. Dentro quel disco c'è Hotel Supramonte, scritta insieme a Massimo Bubola: non un resoconto giornalistico della prigionia, ma la sua eco emotiva, il freddo, l'attesa, la sospensione del tempo trasfigurati in canzone, senza mai raccontare per filo e per segno cosa fosse accaduto davvero su quelle montagne.
La posizione di De André non fu accolta senza polemiche: c'è chi, all'epoca, giudicò quella comprensione un'ingenuità pericolosa, quasi un'assoluzione morale concessa a chi lo aveva privato della libertà per centodiciassette giorni. Lui non tornò mai indietro su quel punto: continuò a distinguere, per il resto della vita, tra la miseria che spinge un pastore verso il banditismo e il calcolo di chi organizza un sequestro per arricchirsi, senza mai confondere comprensione con giustificazione.
C'è qualcosa di scomodo, ancora oggi, nel modo in cui De André scelse di raccontare il proprio sequestro: non come un torto subito da vendicare, ma come l'incontro, per quanto violento, con un pezzo di Sardegna che la sua musica aveva sempre cercato di guardare da vicino, e non dall'esterno. Restò lì, tra quei pastori e quelle montagne, un confine molto più sottile del previsto tra la vittima e il testimone: e forse è per questo che, decenni dopo, quella storia continua a sembrare più complicata di un semplice sequestro di persona.
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