Fasc. 045·07·10·2026
Ettore Majorana scrisse due lettere, poi salì su un piroscafo e sparì
Nella primavera del 1938 un fisico siciliano che Enrico Fermi paragonava a Galileo imbarcò per Palermo lasciando dietro di sé un biglietto che sembrava un addio. Da quel giorno nessuno può dire con certezza cosa gli sia accaduto.
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Il 25 marzo 1938, poco prima di salire sul piroscafo Città di Palermo diretto da Napoli alla Sicilia, Ettore Majorana consegnò alla posta due lettere. Una era per il direttore dell'Istituto di Fisica di Napoli, Antonio Carrelli; l'altra per la sua famiglia. In entrambe parlava di una decisione presa, di un peso diventato insopportabile. Poi comprò il biglietto, salì a bordo e, da quel momento, la sua traccia si perde.
Quello che rende il caso Majorana diverso da una comune storia di scomparsa è chi fosse l'uomo che spariva. A trentun anni, Majorana era già considerato da chi lo conosceva uno dei pensatori più dotati del secolo. Enrico Fermi, che lo aveva voluto nel gruppo dei "ragazzi di via Panisperna" a Roma, lo definì capace di intuizioni che avvicinavano i grandi della fisica:
Se un problema è già posto, nessuno al mondo può risolverlo meglio di Majorana.
Per genialità pura, avrebbe aggiunto, lo metteva alla pari di Galileo e Newton.
Un ingegno irregolare
Majorana era nato a Catania nel 1906 in una famiglia di scienziati e professionisti: uno zio era stato rettore dell'Università di Roma, un altro aveva contribuito allo sviluppo della telefonia. Si era iscritto a ingegneria, poi era passato a fisica su suggerimento di Emilio Segrè, amico d'infanzia che lo aveva portato a conoscere Fermi. Da allora era entrato nel gruppo che a Roma stava riscrivendo la fisica nucleare, ma con un temperamento che i colleghi descrivevano come schivo, ironico e incline a sparire per settimane dalla vita sociale.
Il suo contributo più noto arrivò nel 1937, con un articolo sulla teoria simmetrica dell'elettrone e del positrone, in cui propose l'esistenza di particelle identiche alle proprie antiparticelle: oggi le chiamiamo fermioni di Majorana, e la fisica contemporanea le cerca ancora, perché potrebbero spiegare la natura del neutrino o fornire la base per computer quantistici più stabili. Era, insomma, un lavoro che anticipava domande che la scienza avrebbe posto sul serio solo decenni più tardi.
Eppure, proprio mentre la sua carriera sembrava decollare (aveva appena vinto, per chiara fama, la cattedra di fisica teorica a Napoli, saltando il concorso ordinario), qualcosa in lui si era incrinato. I colleghi notavano un uomo sempre più assorto, meno interessato agli esperimenti, a tratti ossessionato da pensieri che non condivideva con nessuno.
La lettera e il telegramma
Nella lettera a Carrelli, Majorana scriveva di un gesto ormai deciso e chiedeva scusa per il disturbo che avrebbe causato. Ma il giorno dopo arrivò un secondo messaggio, un telegramma, in cui diceva di aver cambiato idea: era arrivato sano e salvo, e presto avrebbe scritto una lettera più lunga per spiegarsi. Quella lettera non arrivò mai. Da Palermo, secondo la ricostruzione più accreditata, Majorana si sarebbe poi imbarcato di nuovo per Napoli la sera stessa, a bordo del postale che faceva la rotta inversa. Un biglietto del controllore confermerebbe che occupò la sua cabina; nessuno però lo vide scendere all'arrivo.
Da qui in avanti i fatti certi finiscono e comincia il terreno delle ipotesi, che per quasi novant'anni non ha smesso di dividere storici, fisici e inquirenti. La spiegazione più semplice è il suicidio per annegamento, magari gettandosi dalla nave durante la traversata: coerente con il tono delle lettere, ma priva di un corpo o di una prova diretta. Altri hanno ipotizzato un ritiro volontario in un convento, sostenuto dal fatto che negli ultimi tempi Majorana avesse prelevato tutti i suoi risparmi e avesse mostrato un interesse crescente per questioni religiose. Altri ancora, come lo scrittore Leonardo Sciascia nel saggio La scomparsa di Majorana (1975), hanno letto nella fuga un atto lucido: un uomo che, intuendo dove stava per condurre la fisica nucleare (a pochi anni dalla scoperta della fissione), avrebbe scelto di scomparire piuttosto che restare testimone, o complice, di quello che si preparava.
Il fascicolo riaperto
Il caso non è mai stato archiviato del tutto. Negli anni sono arrivate segnalazioni di avvistamenti in Argentina, in Venezuela, persino la voce (poi smentita) di un suo ritorno in incognito in Italia dopo la guerra. Nel 2008 la trasmissione Rai Chi l'ha visto? raccolse testimonianze su un uomo, incontrato a Valencia negli anni Cinquanta da un ex ragazzo di via Panisperna, che sosteneva di aver riconosciuto in lui l'antico compagno di studi, ormai anziano e riservato. La Procura di Roma riaprì allora un'indagine e, nel 2015, sulla base di un fotogramma e di confronti antropometrici giudicati compatibili, chiuse il fascicolo stabilendo che Majorana fosse stato vivo almeno fino al 1959, rifugiato in Venezuela sotto falsa identità. Molti fisici e storici, va detto, restano scettici su quella conclusione: le prove fotografiche di quel tipo sono notoriamente fragili, e nessun documento definitivo è mai emerso.
Quello che resta, al di là delle ipotesi, è la sproporzione tra la mole di indizi raccolti in quasi un secolo e l'assenza di una sola certezza che li chiuda in un quadro definitivo. Resta anche un'equazione che porta il suo nome, oggi al centro di alcuni dei laboratori di fisica più avanzati del pianeta, firmata da un uomo di cui non si sa nemmeno con sicurezza dove, e quando, sia morto.
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