Scritto di notte
rivista di divulgazione culturale

Fasc. 019·11·09·2026

Frate Mitra: il francescano che tradì Curcio e Franceschini

Nel 1974 un ex legionario diventato frate, con un passato avvolto in voci di guerriglia sudamericana, si offre ai carabinieri per infiltrarsi tra i vertici del terrorismo di sinistra. Nel giro di pochi mesi l'organizzazione perderà due dei suoi fondatori.

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Torino, primavera del 1974. In un appartamento discreto arriva un uomo con la tonaca marrone dei francescani e un passato che di francescano ha poco: legionario in Algeria, viaggiatore tra le guerriglie latinoamericane, e ora, dice lui, simpatizzante della lotta armata. I dirigenti delle Brigate Rosse lo ascoltano con interesse. Quell'uomo si chiama Silvano Girotto. Tra i compagni che sta per tradire circolerà presto un soprannome che resterà attaccato a lui per sempre: Frate Mitra.

Da Torino alla Legione straniera, poi il saio

Girotto nasce a Torino nel 1935. Da ragazzo si arruola nella Legione straniera francese e combatte in Algeria durante la guerra d'indipendenza, un'esperienza che gli lascia addosso disciplina militare e un certo gusto per l'azione clandestina. Il passaggio successivo è tanto brusco quanto sincero: entra in un convento e diventa frate francescano, votandosi a una vita di povertà e predicazione.

Il saio non lo trattiene in Italia. Viene inviato in America Latina, tra Bolivia e Brasile, in anni in cui il continente è attraversato da dittature militari e movimenti di guerriglia ispirati alla rivoluzione cubana. È qui che la sua biografia comincia a intrecciarsi con la leggenda: si racconta che abbia avuto contatti diretti con formazioni guerrigliere, che abbia portato armi insieme al breviario, persino che abbia partecipato ad azioni di combattimento. Su questo punto le fonti sono tutt'altro che concordi: alcune biografie lo dipingono come un guerrigliero prestato al saio, altre sostengono che le sue simpatie rivoluzionarie fossero in realtà una copertura, o quantomeno un'esperienza vissuta più ai margini che al centro degli scontri. Ciò che è certo è che da quel periodo sudamericano Girotto torna con una reputazione: quella di un frate capace di maneggiare un mitra con la stessa naturalezza con cui recita il rosario.

L'offerta al generale

Rientrato in Italia nella prima metà degli anni Settanta, in un paese scosso dalle stragi e dalla crescita del terrorismo di sinistra, Girotto compie la mossa che lo consegnerà alla storia: si presenta ai carabinieri, e in particolare al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, offrendosi come infiltrato. Dalla Chiesa, che in quegli anni sta costruendo i primi nuclei antiterrorismo dell'Arma, accetta.

Il piano è semplice nella concezione e rischiosissimo nell'esecuzione. Girotto deve presentarsi ai vertici delle Brigate Rosse come un frate "rivoluzionario" con agganci internazionali, capace di procurare armi e contatti con movimenti di guerriglia sudamericani: esattamente il profilo che il suo passato reale rendeva credibile. Non deve inventarsi un personaggio da zero, gli basta raccontare la propria vita, lasciando che i brigatisti ne traggano le conclusioni che desiderano.

Funziona. Renato Curcio e Alberto Franceschini, tra i fondatori dell'organizzazione, lo incontrano più volte, ne apprezzano l'esperienza paramilitare e la rete di conoscenze che promette di mettere a disposizione della lotta armata. Girotto guadagna la loro fiducia settimana dopo settimana, riferendo intanto ogni dettaglio ai carabinieri.

L'8 settembre a Pinerolo

L'esito arriva l'8 settembre 1974. Un appuntamento fissato da Girotto con Curcio e Franceschini in una casa di Pinerolo, vicino Torino, si trasforma in una trappola: i carabinieri, informati in anticipo, circondano l'edificio e arrestano entrambi. Per le Brigate Rosse è un colpo durissimo: in un solo pomeriggio l'organizzazione perde due dei suoi fondatori e ideologi più influenti, proprio mentre stava consolidando la propria struttura clandestina.

La cattura non chiude la storia delle BR, che nei mesi e negli anni successivi si riorganizzano e intensificano la propria azione, arrivando al sequestro e all'uccisione di Aldo Moro nel 1978. Curcio stesso, dopo l'arresto di Pinerolo, evaderà clamorosamente dal carcere di Casale Monferrato nel 1975, grazie a un blitz condotto proprio da Franceschini e da altri compagni, salvo essere ricatturato l'anno seguente. Ma quella mattina di settembre resta uno dei primi, grandi successi dello Stato italiano contro il terrorismo di sinistra, e uno dei rari casi in cui un infiltrato riesce a colpire i vertici di un'organizzazione clandestina dall'interno, senza sparare un colpo.

Un uomo, molte vite

Dopo l'operazione, Girotto lascia gradualmente la vita religiosa attiva e la sua esistenza pubblica si fa più defilata, punteggiata da qualche intervista e da un'aura di ambiguità che non lo abbandonerà mai del tutto. Chi era davvero Frate Mitra? Un uomo di fede prestato all'azione, un agente sotto copertura prestato alla fede, o semplicemente qualcuno capace di vivere sul serio ogni ruolo che indossava, fino a farlo diventare vero? Le Brigate Rosse, che pure erano ossessionate dalla sicurezza e dal controllo dei propri contatti, si fidarono di lui proprio perché la sua storia, con tutte le sue zone d'ombra, sembrava troppo bizzarra per essere una messinscena.

"Ho fatto quello che dovevo fare", avrebbe dichiarato in seguito, senza mai concedere troppo su cosa, in fondo, credesse davvero.

Forse è proprio questo il punto: nella biografia di Silvano Girotto, tra un convento, una caserma della Legione e le foreste boliviane, non c'è mai stata una sola verità da scegliere, ma la capacità di tenerle tutte insieme, e di farle pesare, quando serviva, dalla parte giusta della bilancia.

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