Fasc. 024·17·10·2026
Glenn Gould tornò alle Variazioni Goldberg nel 1981. Sapeva di stare chiudendo un cerchio
Nel 1955 un ventiduenne canadese sconvolse Bach suonandolo come nessuno aveva mai osato. Ventisei anni dopo, pochi mesi prima di morire, tornò su quelle stesse pagine e le capovolse di nuovo.
Nel maggio del 1981, in una chiesa trasformata in studio di registrazione a New York, un pianista di quarantotto anni si siede su una sedia troppo bassa, quella che si è portato dietro per tutta la vita perché nessun'altra lo convince, e comincia a suonare un'aria che conosce a memoria da quasi trent'anni. I tecnici della CBS hanno appena montato uno dei primi sistemi di registrazione digitale mai usati per un disco di musica classica. Il pianista canticchia sottovoce mentre suona, come fa sempre, nonostante i produttori abbiano provato di tutto per eliminare quel ronzio dalle tracce. Si chiama Glenn Gould, e sta per incidere per la seconda volta nella sua vita le Variazioni Goldberg di Johann Sebastian Bach. La prima l'aveva incisa nel 1955. Aveva ventidue anni ed era un perfetto sconosciuto.
Un esordio che non si poteva prevedere
Quando la Columbia Records offrì a Gould il suo primo contratto discografico, la scelta più ovvia per un debutto sarebbe stata un concerto romantico, qualcosa che mettesse in mostra virtuosismo e temperamento: Chopin, Liszt, Rachmaninov. Gould propose invece le Variazioni Goldberg, un'opera che allora viveva quasi esclusivamente nel repertorio dei clavicembalisti e che i pianisti consideravano troppo astratta, troppo lunga, poco redditizia per un pubblico di sala da concerto. Il produttore David Oppenheim lo lasciò fare.
Il risultato, pubblicato nel 1956, spiazzò tutti. Gould suonava Bach a un tempo vertiginoso, con un'articolazione tagliente e un uso del pedale quasi nullo, restituendo alle trentadue variazioni (l'aria iniziale, le trenta variazioni vere e proprie, l'aria che ritorna identica alla fine) una logica contrappuntistica limpida, quasi matematica, ma anche una energia fisica che nessuno associava a Bach. L'intero disco durava appena trentotto minuti. Diventò, contro ogni previsione dell'etichetta, un successo commerciale che lanciò Gould come uno dei pianisti più discussi del secolo.
Il ritiro dal palcoscenico
Otto anni dopo quel debutto, nel 1964, Gould tenne il suo ultimo concerto pubblico a pagamento, a Los Angeles, e da quel momento non si esibì mai più davanti a un pubblico dal vivo. Non era un gesto teatrale: Gould aveva maturato, nel corso degli anni, una vera e propria filosofia contraria alla performance live, che considerava un residuo quasi barbarico, fatto di competizione, nervosismo e imperfezioni irripetibili. Preferiva lo studio di registrazione, dove una frase poteva essere corretta, ripensata, rimontata fino a diventare esattamente ciò che aveva in mente. Negli anni successivi si dedicò quasi esclusivamente alla registrazione, componendo anche documentari radiofonici e scrivendo saggi, mentre la sua reputazione di eccentrico (i guanti indossati anche in estate, il terrore delle correnti d'aria, la quantità di farmaci che si autoprescriveva) cresceva insieme a quella di interprete.
Un altro Bach, ventisei anni dopo
Fu proprio nel 1981 che Gould decise di tornare sulle Goldberg, e il risultato fu quasi l'opposto del disco giovanile. I tempi si allungarono enormemente, soprattutto nelle variazioni più meditative e in quelle con la ripetizione delle sezioni, fino a portare la durata complessiva a oltre cinquanta minuti, quasi il doppio della prima registrazione. Dove il Gould del 1955 inseguiva la chiarezza attraverso la velocità, quello del 1981 la cercava nella sospensione, nel respiro dilatato delle frasi, in un rapporto con il tempo musicale quasi contemplativo. In alcune interviste rilasciate in quel periodo, Gould spiegò di non considerare la nuova versione una correzione della prima, ma un modo diverso di guardare alla stessa architettura: non più trentadue pezzi in sequenza, ma un unico arco che l'aria iniziale e quella finale dovevano racchiudere come una cornice.
Il disco uscì nel settembre del 1982, pochi giorni dopo il cinquantesimo compleanno di Gould. Il 4 ottobre dello stesso anno, dopo un ictus arrivato pochi giorni prima, Gould morì a Toronto.
Il cerchio e la sua leggenda
La vicinanza tra l'uscita di quel disco e la morte di Gould ha generato, negli anni, una narrazione molto suggestiva: le Goldberg come alfa e omega di una carriera discografica, il primo disco e l'ultimo a chiudersi sulla stessa musica, quasi un presagio. È un'immagine potente, ma va presa con cautela: nelle settimane precedenti alla morte Gould aveva già registrato altro repertorio, pagine di Strauss e Brahms destinate a uscire postume, quindi le Goldberg del 1981 non furono, in senso strettamente cronologico, il suo ultimo lavoro in studio. Resta però il fatto, questo sì verificabile, che furono l'ultima opera pubblicata mentre era ancora vivo, e l'ultima che il pubblico poté ricevere come un messaggio ancora aperto, non come un commiato scritto da altri.
Oggi le due registrazioni convivono nei cataloghi e nelle playlist, spesso ascoltate una di seguito all'altra proprio per misurare la distanza fra il ventiduenne che correva dentro Bach e il quarantottenne che vi si immergeva lentamente, come se il tempo, più che la tecnica, fosse diventato il vero strumento. Resta aperta una domanda che nessuna biografia ha mai risolto del tutto: se davvero, tornando su quella musica, Gould sapesse di stare scrivendo la propria ultima parola pubblica, o se fosse soltanto, ancora una volta, un musicista che non si fidava della prima risposta che si era dato.
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