Scritto di notte
rivista di divulgazione culturale

Fasc. 014·06·10·2026

I Sex Pistols affittano un battello e sfidano la regina sul Tamigi

Il 7 giugno 1977, mentre Londra festeggia i venticinque anni di regno di Elisabetta II, un gruppo di ragazzi vestiti di spille e catene sale su un battello e punta dritto verso Westminster. Non dura molto, ma basta a entrare nella storia.

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Il Tamigi, la sera del 7 giugno 1977, è pieno di luci e bandiere. Londra celebra il Giubileo d'argento di Elisabetta II, venticinque anni sul trono, e lungo il fiume sfilano imbarcazioni decorate, falò, cori. In mezzo a quella festa ordinata, un battello a noleggio chiamato Queen Elizabeth scivola verso Westminster Bridge con un carico decisamente meno ortodosso: i Sex Pistols, il loro manager Malcolm McLaren, la stilista Vivienne Westwood, il grafico Jamie Reid e una cinquantina di invitati tra giornalisti, fotografi e amici della scena punk londinese.

L'idea è semplice e insolente: suonare dal vivo God Save the Queen proprio mentre la città celebra la monarchia, con gli amplificatori collegati a un generatore portatile e Johnny Rotten che urla i versi del brano verso le rive gremite di gente. Non è un caso che il nome del locatario del battello coincida con quello della sovrana: la beffa è costruita fin nei dettagli.

Un singolo che il paese non doveva sentire

Per capire perché quella crociera facesse così paura, bisogna tornare a qualche settimana prima. God Save the Queen era uscito a fine maggio come secondo singolo dei Sex Pistols, dopo Anarchy in the U.K., ed era già un caso politico prima ancora di essere un caso musicale. La copertina, disegnata da Jamie Reid, mostrava il volto della regina con gli occhi e la bocca coperti da strisce di carta con il titolo del disco e il nome della band, in un collage che ricordava i messaggi di un rapimento.

La canzone, con il suo ritornello che gioca sull'inno nazionale britannico, fu giudicata dalla BBC e dall'allora autorità delle radio commerciali, la IBA, non trasmissibile: niente radio, niente passaggi televisivi. Diversi negozi di dischi si rifiutarono di esporla in vetrina, alcuni di venderla del tutto. In Parlamento ci fu chi la definì un insulto alla Corona nel momento peggiore possibile. Eppure il singolo vendette, e vendette moltissimo, tanto da arrivare a contendersi la vetta della classifica britannica proprio nella settimana del Giubileo.

La classifica contesa e il battello fermato dalla polizia

Qui la storia entra in una zona che gli storici della musica trattano ancora con cautela. La classifica ufficiale British Market Research Bureau collocò God Save the Queen al secondo posto, dietro I Don't Want to Talk About It di Rod Stewart. Ma secondo quanto raccontato da McLaren e da alcuni addetti del settore discografico dell'epoca, i dati di vendita reali avrebbero dato ai Sex Pistols il primato, e sarebbe stato un accordo informale tra discografici e organismi di classifica a evitare che il volto della regina fosse scalzato da un brano ritenuto sedizioso proprio nella settimana del Giubileo. Non esiste prova documentale definitiva di una manipolazione deliberata, e la vicenda resta, appunto, più leggenda alimentata dalla propaganda punk che fatto accertato; ma è un sospetto che accompagna il disco da quasi cinquant'anni.

Tornando al fiume: il concerto galleggiante durò pochi minuti prima che la polizia fluviale intercettasse il Queen Elizabeth vicino a Westminster Pier e lo costringesse ad accostare. Non ci fu una vera e propria retata musicale, quanto piuttosto la constatazione che un'imbarcazione con un impianto audio acceso, musica a tutto volume e una folla sempre più agitata a bordo creava un problema di ordine pubblico in un punto delicatissimo della città, proprio davanti al Parlamento. Al momento dello sbarco, McLaren, Reid, Westwood e alcuni altri furono arrestati; le accuse, legate più al disturbo della quiete pubblica che a reati gravi, portarono comunque a una notte in cella per diversi dei protagonisti.

Una beffa diventata manifesto

Quello che rende la crociera del 7 giugno 1977 più di un semplice episodio di cronaca è il modo in cui si incastra perfettamente nell'estetica dei Sex Pistols e del punk britannico di quegli anni: provocare lo Stato nel suo momento di massima autocelebrazione, usando gli stessi simboli della festa (un battello chiamato come la regina, le rive piene di bandiere) per rovesciarli in satira. Non servivano palazzetti o tour internazionali: bastava un fiume, un amplificatore e la certezza che qualcuno, prima o poi, avrebbe chiamato la polizia.

Il gruppo si sarebbe sciolto appena otto mesi dopo, nel gennaio del 1978, dopo un tour americano caotico e le tensioni interne che avrebbero presto portato alla morte di Sid Vicious. Ma quella sera sul Tamigi resta uno dei momenti in cui la musica popolare britannica ha toccato più da vicino il potere, costringendolo a rispondere, con un arresto, a una canzone. Resta da chiedersi quante altre volte, da allora, un singolo pop sia stato considerato pericoloso abbastanza da far muovere una barca della polizia sul fiume più sorvegliato del Regno Unito.

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