Scritto di notte
rivista di divulgazione culturale

Fasc. 025·17·09·2026

Il "banchiere di Dio" in fuga: Roberto Calvi da Trieste a Blackfriars Bridge

Nel giugno 1982, mentre il suo impero bancario crolla, il presidente del Banco Ambrosiano lascia Roma con un passaporto falso. Comincia una fuga fatta di frontiere di notte, motoscafi e voli clandestini, che si concluderà a Londra in circostanze mai del tutto chiarite.

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La notte tra il 10 e l'11 giugno 1982 un uomo con la valigia sale su un'auto diretta a nord, verso Trieste. Il suo passaporto porta un nome che non è il suo: Gian Roberto Calvini. L'uomo è invece Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, uno dei banchieri più potenti d'Italia, ed è appena evaso agli arresti domiciliari mentre il suo istituto sta per crollare sotto il peso di miliardi di dollari di debiti.

Il banchiere che parlava con il Papa

Calvi era soprannominato "il banchiere di Dio" per i rapporti strettissimi che il suo Banco Ambrosiano intratteneva con lo IOR, l'istituto finanziario del Vaticano guidato dal vescovo americano Paul Marcinkus. Attraverso una rete di società offshore in America Latina e ai Caraibi, l'Ambrosiano aveva fatto uscire dall'Italia somme enormi, spesso con lettere di garanzia (le cosiddette "lettere di patronage") firmate dallo stesso IOR. Calvi era anche iscritto, con la tessera 519, alla loggia massonica segreta P2 di Licio Gelli, un dettaglio che negli anni successivi avrebbe alimentato ogni genere di ipotesi sui suoi legami con poteri occulti e con la mafia, che secondo le ricostruzioni giudiziarie riciclava denaro proprio attraverso i circuiti dell'Ambrosiano.

Nel 1981 un tribunale lo aveva condannato per esportazione illegale di valuta; in attesa dell'appello, Calvi era tornato al suo posto in banca, ma nella primavera del 1982 il castello di controllate estere e debiti incrociati che reggeva l'Ambrosiano aveva iniziato a franare. La Banca d'Italia chiedeva chiarimenti sui miliardi di dollari spariti verso il Sud America; il consiglio di amministrazione lo sfiduciava; la stampa parlava apertamente di bancarotta imminente. Calvi capì che un nuovo arresto, questa volta senza vie d'uscita, era questione di giorni.

Un passaporto falso e un motoscafo nell'Adriatico

Fu allora che, con l'aiuto del faccendiere sardo Flavio Carboni e di un contrabbandiere triestino, Silvano Vittor, Calvi organizzò la fuga. Il passaporto falso a nome Calvini gli era stato procurato nei giorni precedenti; con quello in tasca lasciò Roma in auto verso il confine nordorientale. A Trieste, città dove il contrabbando via mare verso la Jugoslavia era un'attività consolidata, Vittor aveva i contatti giusti: un gruppo di scafisti che di notte attraversava abitualmente il golfo per portare merce oltre frontiera senza passare dai valichi ufficiali.

Su uno di quei motoscafi, nella notte, Calvi lasciò le acque italiane. Le ricostruzioni processuali successive concordano sui tratti essenziali del viaggio, anche se alcuni dettagli (l'esatto punto di sbarco, i nomi di tutti gli uomini coinvolti) restano incerti: quello che è certo è che il banchiere, l'uomo che fino a poche settimane prima sedeva ai vertici di uno dei maggiori gruppi finanziari italiani, attraversò il confine di notte come una qualunque partita di contrabbando. Da territorio jugoslavo il gruppo raggiunse un piccolo aeroporto da cui un volo li portò verso l'Austria, e da lì Calvi proseguì fino a Londra, dove atterrò il 15 giugno.

Chelsea Cloisters, l'ultima settimana

A Londra Calvi prese alloggio in un appartamento del complesso Chelsea Cloisters, sempre sotto falso nome. Erano giorni di attesa febbrile: telefonava alla moglie Clara e ai figli, chiedeva aiuto a Carboni e ai suoi contatti perché gli procurassero un nuovo passaporto e una via di fuga più stabile, forse verso il Sud America. Nel frattempo in Italia il Banco Ambrosiano veniva posto in liquidazione coatta: si scoprì un buco di circa 1,3 miliardi di dollari, in gran parte riconducibile a prestiti concessi a società di comodo panamensi controllate, secondo le indagini, dallo stesso IOR.

Calvi, isolato in una città che non conosceva, sapeva di essere un uomo bruciato: troppi segreti su troppe persone potenti, dalla P2 al Vaticano, passando per gli ambienti della mafia siciliana che, secondo l'accusa formulata anni dopo, avrebbe affidato all'Ambrosiano somme ingenti per il riciclaggio, andate perdute nel crollo della banca.

Sotto il ponte

La mattina del 18 giugno 1982 il corpo di Calvi fu trovato appeso a un'impalcatura sotto Blackfriars Bridge, sul Tamigi, con mattoni nelle tasche e circa 15.000 dollari in contanti addosso. Il nome del ponte, curiosamente, contiene la parola "frati": una coincidenza che negli anni alimentò letture simboliche legate alla P2, i cui membri si definivano tra loro "fratelli". La prima inchiesta britannica concluse per il suicidio; una seconda, nel 1983, si chiuse con verdetto aperto. Solo dopo una riesumazione del corpo nel 1998 e nuovi esami medico legali, un'inchiesta italiana stabilì nel 2003 che si era trattato di omicidio: le lesioni alle mani e al collo, secondo i periti, erano incompatibili con un'impiccagione volontaria.

Nel 2005 cinque persone, tra cui Carboni e l'esponente di Cosa Nostra Pippo Calò, furono processate a Roma per l'omicidio di Calvi. Il processo si chiuse nel 2007 con l'assoluzione di tutti gli imputati per insufficienza di prove: la giustizia riconobbe che Calvi era stato ucciso, ma non riuscì mai a stabilire con certezza chi avesse dato l'ordine, né perché fosse stato scelto proprio quel ponte, in quella città, in quella notte di giugno.

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