Scritto di notte
rivista di divulgazione culturale

Fasc. 008·30·09·2026

Il clacson di un Maggiolino aprì Autobahn dei Kraftwerk, e il pop non fu più lo stesso

Quattro musicisti di Düsseldorf misero su disco il ronzio ipnotico di un'autostrada tedesca. Nessuno, nemmeno loro, immaginava dove sarebbe arrivato quel suono.

Düsseldorf, primi anni Settanta. Ralf Hütter guida sulla A555, l'autostrada che collega la città al Reno passando per Colonia e Bonn, una delle prime arterie automobilistiche costruite in Germania, aperta già nel 1932. Il paesaggio scorre piatto e ripetitivo, il rumore del motore è costante, il finestrino filtra il vento in un ronzio ipnotico. Hütter e il socio Florian Schneider tornano da quelle uscite in auto con un'idea fissa in testa: e se quella monotonia meccanica, quel battito regolare dell'asfalto, diventasse musica?

Nel 1974 i Kraftwerk pubblicano Autobahn, il loro quarto album, e la domanda trova una risposta che cambierà per sempre il modo in cui si fa pop.

Il rumore della strada diventato canzone

Prima di Autobahn, i Kraftwerk erano un progetto sperimentale quasi di nicchia, nato dall'incontro tra Hütter e Schneider al conservatorio di Düsseldorf e passato per formazioni instabili: tra i musicisti che avevano suonato con loro nei primi tempi c'erano anche Michael Rother e Klaus Dinger, che avrebbero poi fondato i Neu!. Il gruppo lavorava nel proprio studio, il Kling Klang, un laboratorio più che una sala d'incisione, pieno di sintetizzatori Minimoog e ARP Odyssey, generatori di ritmo costruiti in casa e un vocoder che trasformava le voci in qualcosa a metà tra l'umano e il meccanico.

Il brano che dà il titolo al disco dura, nella versione originale, poco più di ventidue minuti e occupa da solo l'intera prima facciata del vinile. È costruito come un vero tragitto in automobile: si sente l'avvio del motore, un clacson che ricorda quello di un Maggiolino Volkswagen, poi il ronzio costante dei sintetizzatori che simula la velocità di crociera, le frequenze che cambiano come se si stesse sintonizzando la radio dell'auto. Alla produzione lavora Conny Plank, tecnico e produttore che in quegli anni sta plasmando il suono di tutta la scena tedesca, il cosiddetto krautrock, pur senza mai diventare un membro ufficiale del gruppo.

Il testo, cantato attraverso il filtro del vocoder, è essenziale fino all'osso: descrive semplicemente il viaggio in autostrada, la sensazione di guidare senza meta precisa. Non c'è nulla di lirico nel senso tradizionale: è quasi un mantra, ripetuto fino a diventare parte del tessuto sonoro, non un messaggio da ascoltare ma un ritmo da assecondare.

Il taglio che conquistò le classifiche

Un pezzo di ventidue minuti, per quanto affascinante, non poteva finire in radio. La casa discografica decise così di tagliare drasticamente il brano per farne un singolo: la versione ridotta, di circa tre minuti e mezzo, arrivò nella primavera del 1975 alla posizione 25 della Billboard Hot 100 negli Stati Uniti e all'undicesima del Regno Unito. Fu un risultato clamoroso per un gruppo tedesco che cantava, seppur minimamente, in tedesco, e che non assomigliava a nessuna rock band allora in circolazione.

L'effetto sull'ascoltatore medio americano, abituato a chitarre e batterie, fu spiazzante: quattro uomini impassibili, spesso ritratti in giacca e cravatta, che sembravano più tecnici di laboratorio che musicisti, capaci di produrre un suono insieme freddo e irresistibilmente orecchiabile. Alcuni critici scambiarono quella freddezza per mancanza di emozione; altri, con più lungimiranza, capirono che si trattava di un nuovo linguaggio, non dell'assenza di uno. Lo stesso Ralf Hütter, in interviste dell'epoca, insistette più volte sul fatto che i sintetizzatori non erano un sostituto degli strumenti tradizionali ma uno strumento a sé, con una propria voce.

Dal Reno a tutto il pop che sarebbe venuto

L'influenza di Autobahn si misura meglio a distanza. David Bowie, che proprio in quegli anni stava per trasferirsi a Berlino, ascoltava il disco in tournée e più avanti avrebbe reso omaggio a Florian Schneider intitolandogli il brano strumentale V-2 Schneider, contenuto nell'album Heroes del 1977. Il synth-pop britannico di fine decennio, da Human League a Depeche Mode, discende direttamente da quella scelta di fare musica popolare con macchine elettroniche invece che con chitarre. Persino l'elettronica da club e, più tardi, l'hip hop delle origini (i Kraftwerk verranno campionati a più riprese, più spesso a partire dal successivo Trans-Europe Express) devono qualcosa a quell'autostrada immaginaria percorsa nel 1974.

È interessante notare come, con Autobahn, i Kraftwerk non avessero ancora sviluppato del tutto l'estetica da "uomo macchina" che li avrebbe resi celebri negli anni successivi, con completi identici e movimenti calcolati sul palco: quell'immagine, oggi indissolubile dal gruppo, sarebbe arrivata pienamente solo con gli album successivi. Autobahn resta però il momento in cui l'idea prende forma: la musica come flusso continuo, impersonale nella forma ma capace di generare un coinvolgimento quasi fisico.

Ancora oggi, quando un produttore elettronico costruisce un brano attorno a un pattern ripetuto che si trasforma impercettibilmente minuto dopo minuto, sta camminando, senza forse saperlo, sulla stessa autostrada aperta da quattro musicisti di Düsseldorf mezzo secolo fa. Resta da chiedersi cosa avrebbero pensato, guidando su quella A555, di sapere che il ronzio del loro motore sarebbe arrivato fino ai dancefloor di oggi.

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