Fasc. 049·12·10·2026
Il finto rapimento di Michele Sindona e la pallottola nella gamba
Nell'estate del 1979 il banchiere più potente d'Italia scompare da New York. Settantacinque giorni dopo ricompare ferito e sconvolto, con una storia di rapimento che per anni quasi tutti crederanno vera.
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Il 16 ottobre 1979, in un quartiere di New York, un uomo stravolto e dimagrito si presenta in un pronto soccorso con una ferita d'arma da fuoco alla gamba sinistra. Dice di essere stato rapito settantacinque giorni prima, tenuto prigioniero da un gruppo armato, portato in giro per mezza Europa e infine liberato, o forse fuggito, poco prima. L'uomo è Michele Sindona, il banchiere siciliano che per un decennio aveva mosso capitali tra Milano, New York e il Vaticano, e che da due mesi era semplicemente scomparso. La sua storia convincerà cronisti, magistrati e persino parte dell'opinione pubblica italiana per anni. Sarà smontata, pezzo per pezzo, solo molto più tardi.
Un impero costruito sulla fiducia altrui
Sindona era arrivato a quel punto dopo una carriera fulminea. Avvocato tributarista siciliano trasferitosi a Milano negli anni Cinquanta, aveva costruito un gruppo finanziario che arrivava fino alla Banca Unione e alla Banca Privata Italiana, e che intratteneva rapporti stretti con lo IOR, la banca vaticana. Negli Stati Uniti controllava la Franklin National Bank di New York, che nel 1974 collassò in quello che per anni rimase il più grande fallimento bancario della storia americana. In Italia, nello stesso anno, la Banca d'Italia dichiarò lo stato di insolvenza delle sue banche e nominò come commissario liquidatore un avvocato milanese, Giorgio Ambrosoli, con il compito di ricostruire dove fossero finiti i soldi dei risparmiatori.
Ambrosoli fece il suo lavoro con una scrupolosità che gli costò la vita. Nelle sue relazioni emersero intrecci con la mafia siciliana, con la loggia massonica P2, con esponenti politici e con i servizi segreti. Sindona, dal suo esilio americano, cercò di bloccarlo in ogni modo: pressioni, minacce, un tentativo di farlo destituire. L'11 luglio 1979 Ambrosoli fu ucciso sotto casa, a Milano, da un sicario italoamericano assunto, secondo le sentenze successive, da uomini legati a Sindona. Meno di un mese dopo, il 2 agosto, Sindona stesso svanì da New York, dove viveva sotto cauzione in attesa di essere giudicato per il crac della Franklin.
Il rapimento che non c'era
Per settantacinque giorni nessuno sa dove sia. Quando riemerge, racconta di essere stato prelevato da un gruppo che si definisce eversivo di sinistra, di essere stato trasportato attraverso l'Europa, di aver temuto per la propria vita. Porta con sé un lungo memoriale, pieno di accuse e di nomi, politici italiani, banchieri, funzionari pubblici, che sembra pensato più per intimidire che per informare. Il racconto, nella sua drammaticità, serve a uno scopo preciso: spostare l'attenzione dalle sue responsabilità finanziarie e giudiziarie, e insieme far capire a chi lo aveva protetto per anni che il silenzio aveva un prezzo.
Le indagini, condotte con fatica per quasi un ventennio e confluite infine in un processo davanti alla Corte d'Assise di Milano, ricostruiranno una vicenda molto diversa. Sindona non fu rapito da nessuno. Viaggiò con un passaporto falso a nome di un certo Joseph Bonamico, passando per Vienna e poi per Atene, prima di essere condotto in Sicilia da uomini della famiglia Gambino, i referenti mafiosi italoamericani con cui aveva rapporti d'affari da anni. Per rendersi irriconoscibile si affidò a un chirurgo, Joseph Miceli Crimi, che gli alterò i connotati del viso. E fu lo stesso Miceli Crimi, secondo quella sentenza, a procurargli la ferita alla gamba: con il suo consenso, in presenza di John Gambino e di una donna identificata come Longo, nei primi giorni di settembre, nella casa siciliana in cui Sindona si era rifugiato.
Era stato ferito, col suo consenso, a una gamba, dal Miceli Crimi, in presenza di John Gambino e della Longo, per avvalorare la tesi del suo rapimento ad opera di un gruppo eversivo di estrema sinistra.
Una pallottola vera, in una gamba vera, sparata non da un rapitore ma da un alleato, per dare un corpo di prova a una sceneggiatura. È il dettaglio che rende l'intera vicenda, nella sua freddezza, più inquietante di qualunque rapimento autentico: un uomo che si fa colpire per essere creduto vittima.
L'epilogo in una cella di Voghera
La messinscena non salvò Sindona. Fu condannato negli Stati Uniti per il crac della Franklin National Bank e, dopo anni di battaglie legali per evitare l'estradizione, fu riportato in Italia nel 1984. Qui affrontò processi sia per la bancarotta delle sue banche sia, soprattutto, come mandante dell'omicidio di Giorgio Ambrosoli. Fu condannato all'ergastolo. Morì nel carcere di Voghera nel marzo del 1986, due giorni dopo aver bevuto un caffè che qualcuno, forse, aveva avvelenato al cianuro: la versione ufficiale parlò di arresto cardiaco, ma il sospetto di un omicidio per impedirgli di parlare ancora non si è mai del tutto dissolto.
Resta, di tutta la vicenda, l'immagine di quell'uomo ferito che nel 1979 bussò a un pronto soccorso newyorkese con una storia pronta, e quasi perfetta. Ci vollero quasi vent'anni di indagini per capire che il vero mistero non era chi l'avesse rapito, ma quanto fosse disposto a farsi del male per continuare a sembrare innocente.
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