Fasc. 008·31·08·2026
Il fumo sospeso su piazza Fontana
Un pomeriggio di dicembre, una banca piena di gente comune, una borsa nera dimenticata sotto un tavolo: da lì comincia una delle pagine più oscure e mai del tutto chiarite della Repubblica italiana.
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Alle 16:37 di venerdì 12 dicembre 1969, il salone della Banca Nazionale dell'Agricoltura, in piazza Fontana a Milano, è pieno come ogni fine settimana: contadini, piccoli imprenditori, gente venuta a chiudere un conto o a ritirare la pensione. È l'ora in cui la banca si prepara a chiudere. Sotto un tavolo ovale al centro della sala, in una borsa nera dimenticata da chissà chi, tredici chili di gelatina esplosiva stanno per trasformare quel salone in una tomba. Diciassette persone muoiono, quasi novanta restano ferite. È l'attentato più sanguinoso mai avvenuto in Italia dalla fine della guerra, e cambierà per sempre il modo in cui il paese guarda a se stesso.
Un pomeriggio di bombe
Piazza Fontana non è un episodio isolato: è il culmine di una giornata organizzata nei minimi dettagli. Nello stesso pomeriggio, a Roma, esplodono altri due ordigni (uno alla Banca Nazionale del Lavoro, uno all'Altare della Patria) ferendo diverse persone; a Milano, un quarto ordigno viene ritrovato inesploso alla sede della Banca Commerciale, in piazza della Scala, e la sua analisi fornirà agli inquirenti indizi preziosi sulla matrice dell'attacco. Quattro bombe, due città, la stessa ora del giorno: una regia unica, pensata per colpire il cuore economico del paese e seminare un terrore capace di orientare la politica.
Le indagini partono male, e proseguiranno peggio. Nel giro di poche ore i sospetti si concentrano sull'area anarchica milanese, e in particolare su un gruppo che si ritrova nel circolo "22 marzo". Tra i fermati c'è Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, interrogato per ore nella questura di Milano. La notte tra il 15 e il 16 dicembre, dopo un fermo ormai illegale (erano scaduti da tempo i termini previsti), Pinelli precipita da una finestra del quarto piano dell'ufficio politico e muore poco dopo. La versione ufficiale parla di un malore improvviso durante un gesto quasi suicida; testimoni presenti nella stanza racconteranno versioni diverse e contraddittorie. Sulla vicenda si scriverà per decenni, e Dario Fo ne farà una pièce teatrale, Morte accidentale di un anarchico, il cui titolo resterà nel linguaggio comune italiano come sinonimo di verità ufficiale non creduta.
Un ballerino, una strage e un'altra pista
Pochi giorni dopo viene arrestato Pietro Valpreda, ballerino anarchico romano, accusato di essere l'esecutore materiale della strage sulla base della testimonianza di un tassista. Valpreda resterà in carcere per tre anni prima di essere scarcerato, e verrà assolto in via definitiva solo nel 1987, dopo diciotto anni di processi, appelli e rinvii che porteranno il caso da Milano a Roma, poi a Catanzaro, poi ancora altrove: un pellegrinaggio giudiziario voluto anche per allontanare l'inchiesta dal contesto in cui era nata.
Nel frattempo, un filone investigativo parallelo comincia a guardare altrove: verso Padova, verso il gruppo neofascista di Ordine Nuovo, verso Franco Freda e Giovanni Ventura, editore e libraio legati a un fitto reticolo di contatti con ambienti dei servizi segreti italiani. È qui che prende forma pubblicamente l'espressione strategia della tensione: l'idea, sostenuta da inchieste giornalistiche e da alcuni magistrati, secondo cui settori dell'estrema destra, con coperture o addirittura sollecitazioni da parte di apparati dello Stato, avrebbero organizzato attentati da attribuire alla sinistra per spingere l'opinione pubblica verso soluzioni autoritarie, in un clima internazionale segnato dalla Guerra Fredda e dal timore, alimentato anche da settori della NATO, di un'avanzata comunista in Italia.
«Una strage di Stato», scriverà negli anni successivi buona parte della stampa italiana, riassumendo in tre parole un sospetto mai del tutto dimostrato nelle aule di tribunale con la forza di una sentenza definitiva.
Una verità a metà
I processi per piazza Fontana attraverseranno quasi quattro decenni di storia repubblicana, tra assoluzioni, annullamenti e nuovi processi. Freda e Ventura, condannati in primo grado, saranno assolti in Cassazione nel 1987 per la strage (pur restando condannati per altri reati); un ultimo processo, negli anni Duemila, arriverà a indicarli come responsabili morali della strage in sede civile, confermato dalla Cassazione nel 2005, ma senza che questo si traduca in una condanna penale, resa impossibile dal principio che vieta di processare due volte la stessa persona per lo stesso fatto una volta assolta. Restano invece accertati, nelle sentenze e nelle inchieste storiche successive, i depistaggi: prove fatte sparire, piste false alimentate ad arte, protezioni offerte a chi avrebbe dovuto essere indagato.
Oggi piazza Fontana è un luogo quieto, con una lapide che ricorda i nomi delle diciassette vittime e, ogni anno il 12 dicembre, un corteo silenzioso che ne ripercorre la memoria. Ma la domanda che quella strage lasciò aperta, chi decise, chi eseguì, chi coprì, e soprattutto perché lo Stato che avrebbe dovuto proteggere i suoi cittadini finì per proteggere in parte i loro carnefici, non ha mai ricevuto una risposta piena. È rimasta lì, sospesa sopra la piazza, come il fumo di quella borsa nera dimenticata sotto un tavolo, quarantasette anni prima che qualcuno smettesse di cercarla.
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