Fasc. 038·30·09·2026
Il monte che cammina: la notte del Vajont, 9 ottobre 1963
Per anni il Monte Toc aveva dato segnali di cedimento, crepe, scosse, animali in fuga, ma i lavori alla diga non si fermarono mai. Una notte d'ottobre il versante scivolò tutto insieme nel lago.
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Alle 22 e 39 di mercoledì 9 ottobre 1963 la gente di Longarone stava cenando o aveva già acceso la televisione: quella sera la Nazionale di calcio giocava a Cagliari. Nessuno sentì arrivare nulla, perché quello che stava per succedere non fece rumore di allarme, fece solo un boato, e poi più niente per quasi duemila persone.
Sul versante del Monte Toc, sopra la diga che chiudeva la valle del torrente Vajont, una massa di roccia grande come una piccola città si staccò tutta insieme e scivolò nel bacino artificiale sottostante. Duecentosettanta milioni di metri cubi di montagna, in poco più di quaranta secondi. L'acqua del lago, spinta con una violenza che nessun calcolo aveva davvero previsto, si alzò in un'onda alta oltre duecento metri e scavalcò la diga, riversandosi nella valle sottostante. Cancellò Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova, Faè. La diga, paradossalmente, rimase quasi intatta: uno dei manufatti più solidi mai costruiti in Europa, superstite del disastro che aveva contribuito a causare.
La diga più alta del mondo
La costruzione era il capolavoro della SADE, la Società Adriatica di Elettricità, e in particolare dell'ingegnere Carlo Semenza, uno dei più autorevoli tecnici italiani del dopoguerra. Il progetto puntava a un record: una diga a doppio arco di 261,6 metri, la più alta allora esistente al mondo, capace di regolare un bacino enorme incastonato tra le Prealpi bellunesi e friulane. I lavori iniziarono nel 1957 e si conclusero nel 1960, in un'Italia che guardava al boom economico e all'energia idroelettrica come a un simbolo di modernità.
Fin dall'inizio, però, i geologi avevano segnalato che il versante del Monte Toc non era un semplice fianco di montagna: era un ammasso instabile, già interessato in epoche remote da frane analoghe. Il nome stesso, Toc, in dialetto locale vuol dire marcio. Gli abitanti della zona lo chiamavano da generazioni "il monte che cammina", perché ogni tanto si muoveva, lentamente, in modo quasi impercettibile.
Le crepe, le scosse, gli animali che scappavano
Nell'autunno del 1960, mentre il bacino veniva riempito per le prime prove, sul versante si aprì una frattura lunga più di un chilometro, a forma di "M": un segnale che qualcosa, sotto la superficie del monte, si stava muovendo in profondità. Poco dopo una frana minore, di circa settecentomila metri cubi, scivolò nel lago senza fare danni gravi, ma dimostrando che il rischio non era teorico. La società continuò comunque a variare il livello dell'acqua nel bacino, cercando la quota che riducesse le tensioni sul versante, mentre le scosse strumentali registrate dai sismografi diventavano sempre più frequenti nell'estate del 1963.
La giornalista Tina Merlin, corrispondente del quotidiano l'Unità per la zona, aveva scritto articoli su articoli a partire dal 1959 per denunciare i rischi della diga, raccogliendo le testimonianze dei contadini che vedevano le loro stalle spaccarsi e gli animali fuggire dai pascoli sul Toc prima ancora che gli ingegneri si allarmassero. Per quegli articoli fu persino processata per "diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l'ordine pubblico": fu assolta, ma solo dopo il disastro che le sue inchieste avevano cercato di prevenire.
Le sue inchieste raccontavano, uno dopo l'altro, i segnali che chi viveva sotto il Toc vedeva ogni giorno: crepe nei muri delle stalle, sorgenti che cambiavano portata, il bestiame che si allontanava dai pascoli più esposti. Nessuno di quei segnali, da solo, sembrò mai sufficiente a fermare i lavori.
Nei giorni immediatamente precedenti la catastrofe, la velocità di scivolamento del versante era passata da pochi centimetri al giorno a oltre venti: un'accelerazione che alcuni tecnici sul posto avevano notato con crescente inquietudine, senza però che venisse dato l'ordine di evacuare i paesi a valle.
Quarantacinque secondi, duemila vite
Quando la frana precipitò nel bacino quella notte d'ottobre, il fronte franoso occupò l'intero specchio d'acqua in meno di un minuto. L'onda generata non uscì solo dal lato di Longarone: una parte risalì la valle opposta, verso Erto e Casso, spazzando anche quei paesi, mentre la massa d'acqua principale si abbatté sulla città sottostante con una potenza distruttiva che rase al suolo interi quartieri in pochi istanti. Le vittime accertate furono circa millenovecentodiciassette, anche se le stime sono da sempre discusse, perché molti corpi non furono mai ritrovati e alcuni registri comunali andarono distrutti insieme alle case.
Nei mesi successivi la vicenda giudiziaria si intrecciò a quella politica: la SADE, che secondo alcune ricostruzioni aveva accelerato la vendita degli impianti proprio mentre nascondeva le proprie preoccupazioni sulla stabilità del Toc, fu nazionalizzata insieme a tutto il settore elettrico ed entrò a far parte dell'ENEL neonata. Il processo penale, dopo anni di rinvii e un trasferimento di sede a L'Aquila per ragioni di ordine pubblico, portò solo a poche condanne, ridotte in appello, mentre lo Stato italiano fu riconosciuto civilmente corresponsabile per non aver fermato in tempo un'opera di cui conosceva i rischi.
Quello che resta
Oggi la diga del Vajont è ancora lì, intatta, aperta come monumento e luogo di memoria: si può camminare sul suo bordo e guardare in basso, verso la valle che l'onda cancellò, e verso il fianco del Toc, dove la cicatrice della frana è ancora perfettamente visibile a occhio nudo, decenni dopo. Nel 1997 lo spettacolo teatrale di Marco Paolini, Vajont: orazione civile, trasmesso in diretta televisiva da Canale 5 proprio dal luogo del disastro, riportò la vicenda all'attenzione di un intero paese che l'aveva quasi dimenticata.
Resta una domanda che nessun processo ha davvero chiuso: quanti segnali servono, prima che qualcuno decida di fermare una macchina già in moto?
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