Fasc. 003·26·08·2026
Il silenzio sopra gli Urali
Un pilota americano precipita sugli Urali il giorno della festa dei lavoratori, e per una settimana due superpotenze si raccontano bugie diverse sulla stessa verità. Quello che Mosca decide di non dire subito cambierà il destino di un vertice e di un uomo.
Il silenzio sopra gli Urali
Alle sette e un quarto del mattino del 1° maggio 1960, a ventuno chilometri di quota, Francis Gary Powers sentì un tonfo sordo dietro di sé, poi il cielo arancione si capovolse. Non era il rumore di un colpo diretto: era un'esplosione a qualche decina di metri, abbastanza vicina da spezzare la coda del suo U-2 e lasciarlo cadere, senza controllo, verso gli Urali.
Un aereo che non doveva esistere
Il Lockheed U-2 di Powers era decollato quella notte da Peshawar, in Pakistan, per una missione di ricognizione fotografica lungo duemila chilometri di territorio sovietico, fino a Plesetsk e Murmansk. Il programma, gestito dalla CIA sotto copertura del meteo e della ricerca scientifica, volava a quote che si credevano fuori dalla portata di ogni caccia e di ogni missile sovietico. Per quattro anni gli U-2 avevano fotografato impianti militari, basi missilistiche e aeroporti sovietici senza che Mosca riuscisse a intercettarne uno — pur sapendo, quasi sempre, che stavano passando.
Quel 1° maggio, giorno della parata della Festa dei Lavoratori, le difese antiaeree sovietiche erano già in massima allerta. Vicino a Sverdlovsk (oggi Ekaterinburg), una batteria di missili SA-2 Guideline lanciò una salva contro l'intruso. Uno dei missili esplose a sufficiente distanza da non centrare l'aereo in pieno, ma abbastanza vicino da danneggiarlo in modo irreparabile: le ali si staccarono, la fusoliera cominciò a precipitare in vite. Nella confusione della battaglia aerea, un caccia MiG-19 sovietico che tentava di intercettare l'U-2 fu colpito a sua volta da un altro missile della stessa batteria: il suo pilota, Sergej Safronov, morì nello schianto — vittima, per una tragica ironia, del fuoco amico diretto contro l'aereo americano che stava cercando anch'egli di abbattere.
Powers non riuscì ad azionare il sedile eiettabile, che lo avrebbe probabilmente tranciato contro la struttura dell'aereo in avaria; aprì invece il tettuccio e si lanciò manualmente, paracadutandosi tra i campi vicino al villaggio di Kosulino. Portava con sé un dollaro d'argento cavo, all'interno del quale era nascosto un ago intinto in veleno di curaro: uno strumento predisposto — mai un ordine esplicito — per un eventuale suicidio, nel caso la cattura fosse diventata insostenibile. Non lo usò. Fu catturato quasi subito da contadini della zona, prima ancora che arrivassero i soldati.
Una bugia che durò una settimana
A Washington, la notizia della scomparsa dell'aereo arrivò prima di qualsiasi conferma su cosa ne fosse stato del pilota. La CIA e la Casa Bianca, convinte che né Powers né il velivolo potessero essere sopravvissuti in condizioni riconoscibili, decisero di ricorrere alla copertura predisposta: la NASA annunciò che un aereo per ricerche meteorologiche, decollato dalla Turchia, era disperso dopo che il pilota aveva segnalato problemi all'ossigeno.
Fu un errore di calcolo clamoroso. Il 5 maggio Nikita Chruščёv annunciò al Soviet Supremo che un aereo spia americano era stato abbattuto in territorio sovietico — senza rivelare, deliberatamente, che il pilota era vivo e che i rottami erano stati recuperati quasi intatti. Washington, caduta nella trappola, ribadì pubblicamente la versione dell'aereo meteorologico smarrito. Il 7 maggio Chruščёv rincarò la dose, mostrando al mondo fotografie di Powers vivo, delle sue attrezzature fotografiche e persino del dollaro d'argento con l'ago avvelenato. Gli Stati Uniti furono costretti ad ammettere, per la prima volta nella storia della Guerra Fredda, di aver condotto voli di spionaggio sistematici sul territorio dell'Unione Sovietica.
L'incidente fece saltare, di fatto, il vertice di Parigi previsto per metà maggio tra Eisenhower, Chruščёv, Macmillan e de Gaulle — l'ultimo vero tentativo di distensione prima della costruzione del Muro di Berlino l'anno successivo. Chruščёv arrivò al summit chiedendo scuse formali che Eisenhower non era disposto a concedere, e il vertice si sciolse nel giro di poche ore.
Uno scambio su un ponte
Powers fu processato a Mosca ad agosto del 1960, davanti a un tribunale sovietico che ne fece un caso propagandistico di prima grandezza. Si dichiarò colpevole di spionaggio — evitando così, secondo alcuni analisti, una condanna più severa — e fu condannato a dieci anni, di cui i primi tre da scontare in una prigione di massima sicurezza.
«Non ero un traditore», avrebbe scritto anni dopo Powers, difendendosi dalle accuse — mai del tutto sopite negli Stati Uniti — di non aver distrutto l'aereo o di non aver usato il veleno, come se questo costituisse una colpa.
Il 10 febbraio 1962, dopo un anno e mezzo di prigionia, Powers fu scambiato sul ponte di Glienicke, tra Berlino Ovest e Potsdam, con Rudolf Abel — nome di copertura di Vilyam Fisher, la spia sovietica arrestata a New York nel 1957. Lo scambio, avvolto nella nebbia dell'alba e nella tensione dei cecchini appostati su entrambe le sponde, sarebbe diventato uno dei simboli più fotografati e poi più raccontati della Guerra Fredda.
Un'eco che continua
Al rientro, Powers fu sottoposto a interrogatori serrati dalla CIA e dal Congresso, che volevano capire se avesse rivelato segreti o se avesse davvero tentato di autodistruggersi con l'aereo, come da protocollo. Fu infine scagionato da ogni accusa, ma il sospetto — ingiusto, come confermarono decenni dopo i documenti declassificati — lo accompagnò per il resto della vita civile, trascorsa come pilota collaudatore alla Lockheed e poi come pilota di elicotteri per un'emittente televisiva di Los Angeles, incaricato di riprendere dall'alto il traffico cittadino.
Morì nel 1977, precipitando con il suo elicottero dopo aver esaurito il carburante mentre tornava da un servizio sugli incendi in California: un'ultima, paradossale ripetizione del destino che lo aveva reso famoso, un uomo caduto dal cielo per la seconda e ultima volta. Solo nel 2000 la CIA gli avrebbe conferito, postumo, l'Intelligence Star per il coraggio dimostrato in prigionia — il riconoscimento che in vita non aveva mai ricevuto.
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