Scritto di notte
rivista di divulgazione culturale

Fasc. 031·23·09·2026

Irma Brandeis, l'americana che Montale trasformò in Clizia

Nel 1933 una giovane dantista arrivata da New York incontra a Firenze un poeta ancora poco noto. Da quell'incontro, e da un addio imposto dalla storia, nascerà uno dei miti amorosi della poesia italiana del Novecento.

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Firenze, primavera del 1933. Al Gabinetto Vieusseux, tra scaffali di libri e conversazioni sottovoce, una giovane studiosa arrivata da New York incontra un poeta magro, riservato, con lavoro fisso alla biblioteca fiorentina e già famoso tra gli iniziati per un libro uscito nel 1925, Ossi di seppia. Lei si chiama Irma Brandeis, ha ventotto anni, insegna letteratura italiana e sta preparando una vita da dantista. Lui è Eugenio Montale. Da quell'incontro nascerà una delle figure femminili più enigmatiche della poesia italiana del Novecento: Clizia.

Una dantista di New York a Firenze

Irma Brandeis era nata nel 1905 in una famiglia ebraica di New York. Aveva studiato Dante con una serietà che negli Stati Uniti la porterà, anni dopo, a insegnare al Bard College e a scrivere The Ladder of Vision, un saggio sulla Commedia ancora oggi citato dagli specialisti. Ma nel 1933 era una giovane ricercatrice in viaggio di studio, entrata quasi per caso nel circolo di intellettuali che gravitava intorno al Vieusseux: scrittori, antifascisti discreti, poeti che si scambiavano libri proibiti.

Con Montale nacque subito un'intesa che andava oltre l'amicizia letteraria. Lui le leggeva versi, lei gli parlava di Beatrice e del viaggio dantesco come struttura del desiderio: un modo di leggere l'amore non come possesso ma come tensione verso qualcosa che resta sempre un poco oltre la presa. Non fu un amore semplice da vivere: Montale, all'epoca, era già legato a Drusilla Tanzi, la donna che sarebbe poi diventata sua moglie e che nei suoi versi porta il soprannome di "Mosca". Con Irma Brandeis i due innamorati si videro a intermittenza, per periodi brevi, spesso separati dall'oceano; il resto fu affidato alle lettere, a un carteggio che i due tennero vivo per anni e che gli studiosi montaliani considerano oggi una delle chiavi per leggere buona parte della sua opera matura.

Il nome che viene da un mito

Fu Montale a battezzarla Clizia, prendendo il nome da un'antica leggenda raccontata da Ovidio: la ninfa Clizia si innamora del dio del sole e, respinta, viene trasformata in un fiore che continua per sempre a girare il capo verso di lui, l'eliotropio. È un'immagine di fedeltà senza speranza di ritorno, di sguardo che non si stacca dalla luce anche quando quella luce si allontana. Nei versi di Montale, Clizia diventa qualcosa di più di un ricordo d'amore: una presenza quasi salvifica, capace di attraversare indenne il buio della storia.

Non recidere, forbice, quel volto, solo nella memoria che si sfolla, non far del grande suo viso in ascolto la mia notte più oscura.

Questi versi, tra i più noti della raccolta Le occasioni (1939), sono un'invocazione a non lasciar sbiadire il volto di lei nella memoria: quasi una preghiera laica rivolta a un'assenza.

Le leggi razziali e un addio forzato

Il 1938 cambiò tutto. Le leggi razziali fasciste, promulgate quell'anno su modello di quelle naziste, resero l'Italia un paese pericoloso per chiunque fosse ebreo, cittadini stranieri compresi. Irma Brandeis lasciò l'Italia e, di fatto, non vi fece più ritorno in modo stabile. Da quel momento il rapporto con Montale, già discontinuo, si giocò quasi solo sulla distanza: lettere che attraversavano un continente e poi un oceano, mentre in Europa si preparava la guerra.

Fu proprio in quegli anni che Montale scrisse alcuni dei suoi testi più duri e visionari, come La primavera hitleriana, composta dopo la visita di Hitler a Firenze nel maggio 1938, un evento reale che la città visse tra parate forzate e un'atmosfera di minaccia sospesa. In quella poesia, come in altre della raccolta La bufera e altro (1956), da Iride a Nuove stanze, Clizia non è più solo il ricordo di un amore fiorentino: diventa una figura quasi angelica, che osserva la catastrofe della storia da un altrove e ne custodisce, nonostante tutto, un senso di salvezza possibile. Non è un caso che i critici abbiano parlato, per questa fase della poesia montaliana, di una vera e propria teologia laica dell'amore: Clizia funziona come tramite tra chi resta nel disastro della guerra e una possibilità di senso che si intravede appena, sempre sul punto di sparire.

Una musa che restò studiosa di Dante

Irma Brandeis non fu mai una musa passiva. Continuò la sua carriera accademica negli Stati Uniti, pubblicò studi danteschi importanti, insegnò per decenni. Il suo rapporto con Montale, fatto di incontri rari e di un'assenza che diventava linguaggio poetico, si consumò quasi interamente sulla pagina: per lui una fonte inesauribile di versi, per lei un capitolo di una vita che comprendeva ben altro. Morì nel 1990, negli Stati Uniti, dopo aver dedicato la vita più a Dante che al poeta che l'aveva resa immortale con un nome che non era il suo.

Resta una domanda che i critici si sono posti per decenni: quanto della Clizia dei versi corrisponde davvero a Irma Brandeis, e quanto è invece un'invenzione poetica che ha finito per vivere di vita propria, staccata dalla donna reale? Montale non ha mai sciolto del tutto l'ambiguità. Forse è proprio lì, in quello scarto tra la persona e il mito, che la poesia ha trovato lo spazio per durare.

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