Fasc. 048·10·10·2026
Kim Jong-nam, il viaggio a Disneyland che gli costò la successione
Nel 2001 un passaporto dominicano falso e una scusa goffa bastarono a far perdere al primogenito del leader nordcoreano ogni possibilità di ereditare il potere. Sedici anni dopo, in un aeroporto affollato, qualcuno si assicurò che quella storia non avesse più un seguito.
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Maggio 2001, aeroporto di Narita, Tokyo. Un uomo paffuto, con due donne e un bambino di quattro anni, viene fermato ai controlli: il suo passaporto è della Repubblica Dominicana, il nome è Pang Xiong, che in cinese significa "orso grasso". Gli agenti giapponesi non ci credono: quel documento è troppo grezzo per essere autentico. Messo alle strette, l'uomo ammette chi è davvero e spiega, quasi candidamente, perché volesse entrare in Giappone con un'identità falsa: voleva portare il figlio a Disneyland.
Non è un turista qualunque. È Kim Jong-nam, il figlio maggiore del leader nordcoreano Kim Jong-il, nato dalla relazione del padre con l'attrice Song Hye-rim, una relazione tenuta segreta per anni perché la famiglia non l'avrebbe approvata. Cresciuto in un'ala isolata del potere, con tutori privati e pochissimi contatti con l'esterno, Kim Jong-nam era per molto tempo considerato l'erede naturale della dinastia che da decenni governa la Corea del Nord. L'incidente di Narita cambiò tutto: Tokyo lo deportò a Pechino dopo pochi giorni, ma l'imbarazzo per Pyongyang fu enorme. Da quel momento la sua stella cominciò a declinare, mentre cresceva quella del fratello minore, Kim Jong-un, figlio di un'altra compagna del dittatore.
Un principe in esilio dorato
Dopo Narita, Kim Jong-nam visse perlopiù fuori dal suo paese: soprattutto a Macao, l'enclave di casinò e capitali che la Cina amministra con regole proprie, e per periodi anche a Pechino e a Singapore. Era un personaggio noto nei casinò e negli hotel di lusso, abituato a muoversi con passaporti di comodo e identità diverse: ne usò almeno un'altra decina nel corso degli anni, intestati a cittadinanze dell'America Centrale e dei Caraibi, più facili da falsificare o da ottenere con denaro contante rispetto a un passaporto nordcoreano, che avrebbe attirato troppa attenzione.
Nel 2012 concesse una serie di interviste al giornalista giapponese Yoji Gomi, pubblicate poi nel libro Il mio padre, Kim Jong-il, ed io. Vi criticò, con cautela ma senza ambiguità, l'idea stessa che il potere in uno stato comunista potesse trasmettersi per via di sangue, di padre in figlio, come in una monarchia. Non erano parole da uomo che aspirava ancora al trono: erano piuttosto le parole di chi, estromesso dalla corsa, aveva scelto di raccontarsi come un osservatore critico. Ma a Pyongyang, dove persino il silenzio di un parente ingombrante può essere letto come una minaccia, quelle dichiarazioni non vennero perdonate.
Il volto spalmato di veleno
Il 13 febbraio 2017 Kim Jong-nam si trova nel terminal low cost dell'aeroporto internazionale di Kuala Lumpur, in attesa di un volo per Macao. Viaggia, come spesso, con un passaporto falso: questa volta a nome di Kim Chol. Due donne gli si avvicinano da dietro, quasi di corsa, e gli strofinano qualcosa sul viso con le mani, in pochi secondi, prima di dileguarsi in direzioni opposte. Lui si allontana, chiede aiuto al personale dell'aeroporto, viene accompagnato verso un presidio medico. Muore durante il trasporto in ospedale, circa venti minuti dopo il contatto.
Le analisi della polizia malese stabiliranno che sulla sua pelle c'era VX, uno degli agenti nervini più letali mai sintetizzati, vietato dalle convenzioni internazionali sulle armi chimiche. Le due donne arrestate, l'indonesiana Siti Aisyah e la vietnamita Doan Thi Huong, sosterranno di essere state usate come esecutrici inconsapevoli, convinte di partecipare a uno scherzo per un programma televisivo di candid camera, reclutate e addestrate da uomini che si erano presentati come produttori. Le telecamere dell'aeroporto mostrarono invece diversi cittadini nordcoreani muoversi nei pressi della scena prima e dopo l'attacco: quattro di loro riuscirono a lasciare la Malesia nelle ore successive, passando per Jakarta, prima che le indagini si chiudessero attorno a loro.
Un caso diplomatico senza condanne
L'omicidio provocò una crisi diplomatica aperta tra Kuala Lumpur e Pyongyang, che negò ogni coinvolgimento e arrivò a contestare persino l'identità della vittima, insistendo che si trattasse semplicemente di "Kim Chol", un cittadino nordcoreano come tanti. I due paesi si espulsero reciprocamente gli ambasciatori. Il processo contro Aisyah e Huong si trascinò per due anni, in un'aula che divenne il palcoscenico involontario di una vicenda molto più grande di loro. Nel marzo 2019 la procura malese ritirò a sorpresa l'accusa di omicidio contro Siti Aisyah, su pressione del governo indonesiano, e poco dopo anche Doan Thi Huong fu rilasciata dopo essersi dichiarata colpevole di un reato minore, con una pena già quasi scontata. Nessuno è mai stato condannato per l'omicidio in sé: dei presunti agenti nordcoreani, nessuno fu mai processato.
Resta, di tutta la storia, un'immagine che continua a disorientare: un uomo braccato da uno stato che considerava pericoloso anche solo il suo esistere, ucciso con un'arma chimica da guerra in mezzo a un aeroporto pieno di passeggeri in transito, nessuno dei quali si accorse di nulla finché non fu troppo tardi. Sedici anni prima, lo stesso uomo aveva rischiato tutto per una gita a Disneyland. Forse, a modo suo, aveva già capito che il parco dei divertimenti era l'unico regno che gli sarebbe rimasto.
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