Fasc. 036·28·09·2026
Kim Philby prese il tè con un vecchio amico, poi sparì per sempre a Mosca
Per trent'anni fu uno degli uomini più fidati dei servizi segreti britannici, mentre lavorava in segreto per Mosca. Poi, in un appartamento di Beirut, un vecchio amico venne a chiedergli conto di tutto.
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Beirut, gennaio 1963. In un appartamento del quartiere di Ras Beirut due uomini inglesi bevono whisky e parlano di vecchi tempi. Si conoscono da vent'anni, hanno lavorato fianco a fianco nei servizi segreti di Sua Maestà, si sono coperti le spalle a vicenda in mezzo mondo. Uno dei due, Nicholas Elliott, è venuto apposta da Londra. Ha in tasca le prove che l'altro, Harold Adrian Russell Philby, detto Kim, è una spia sovietica da quasi trent'anni. Non lo dice subito. Aspetta, osserva, e alla fine pronuncia la frase che chiuderà una delle carriere più clamorose dello spionaggio del Novecento: "Temo che tu abbia molto da spiegarmi."
Il ragazzo di Cambridge
Philby era nato nel 1912 in India, figlio di un funzionario coloniale britannico eccentrico e anticonformista, e si era formato al Trinity College di Cambridge negli anni dell'ascesa del fascismo in Europa. Erano anni in cui, per molti giovani di sinistra dell'università, l'Unione Sovietica appariva come l'unico argine credibile al nazismo. Fu in quel clima che un reclutatore sovietico di nome Arnold Deutsch avvicinò Philby nel 1934, convincendolo a mettersi al servizio di Mosca non come agente pagato, ma come "credente": qualcuno che avrebbe fatto carriera nelle istituzioni britanniche restando, in segreto, fedele a un'altra causa.
Philby non fu il solo. Nello stesso giro di anni furono reclutati altri giovani di Cambridge: Guy Burgess, Donald Maclean, Anthony Blunt e, più tardi, John Cairncross. La stampa li avrebbe ribattezzati i "Cinque di Cambridge", anche se per decenni l'identità del quinto uomo restò materia di sospetti e smentite. Philby, per intelligenza e sangue freddo, sarebbe diventato il più prezioso di tutti.
L'uomo che quasi diresse l'MI6
Entrato nel servizio segreto britannico (il Secret Intelligence Service, noto come MI6) durante la Seconda guerra mondiale, Philby fece una carriera fulminante. Arrivò a dirigere la sezione anti sovietica del controspionaggio britannico: l'uomo incaricato di scovare le spie di Mosca era, lui stesso, una spia di Mosca. Fu inviato a Washington come ufficiale di collegamento con la neonata CIA, dove ebbe accesso a segreti condivisi tra i due alleati, comprese le operazioni contro l'infiltrazione comunista in Europa. C'è chi sostiene che, in quegli anni, fosse considerato in pole position per diventare un giorno il capo dell'intero MI6, la figura nota internamente solo con la lettera "C".
Fu proprio a Washington, nel 1951, che il castello cominciò a incrinarsi. I servizi americani stavano decifrando, attraverso il programma segreto noto come Venona, vecchi messaggi cifrati sovietici che portavano dritti a Donald Maclean. Philby lo seppe per primo e riuscì a far avvertire Maclean tramite Burgess, che nel frattempo viveva proprio a casa sua a Washington. I due fuggirono a Mosca nel maggio del 1951, in un modo tanto precipitoso da attirare subito i sospetti su chi li avesse informati.
Il terzo uomo
Da quel momento Philby visse sotto sospetto. Fu interrogato più volte dal controspionaggio britannico, costretto a dimettersi dall'MI6, ma non esistevano prove sufficienti per incriminarlo, e la sua abilità nel mantenere la calma sotto pressione (una qualità che i colleghi ammiravano da anni) resse anche stavolta. Nel 1955 un parlamentare lo indicò pubblicamente come il misterioso "terzo uomo" che aveva avvertito Burgess e Maclean. Il ministro degli Esteri dell'epoca, Harold Macmillan, lo scagionò in Parlamento con parole che sarebbero diventate celebri:
"Non ho motivo di concludere che il signor Philby abbia mai tradito gli interessi del suo Paese."
Riabilitato almeno in apparenza, Philby si trasferì a Beirut come corrispondente per The Observer e The Economist, continuando però, quasi certamente, a fornire informazioni a Mosca e mantenendo al contempo qualche rapporto informale con l'MI6, che non aveva mai smesso del tutto di fidarsi di lui, o forse semplicemente non sapeva come altro tenerlo d'occhio.
L'ultimo tè a Beirut
La fine arrivò per due strade diverse che si incontrarono nello stesso punto. Un disertore sovietico, Anatoliy Golitsyn, aveva fornito agli americani dettagli che puntavano ancora una volta verso Philby. E una vecchia amica, Flora Solomon, in una conversazione a Israele con un funzionario britannico, lasciò cadere un dettaglio che collegava Philby al reclutamento sovietico fin dagli anni Trenta. Fu così che Nicholas Elliott, l'amico di sempre, venne inviato a Beirut nel gennaio 1963 non per arrestarlo (Philby non si trovava più in territorio britannico e un arresto formale sarebbe stato complicato) ma per ottenere, semplicemente, una confessione.
Philby ammise parte delle accuse, promettendo ulteriori dettagli nei giorni successivi. Non li fornì mai. Il 23 gennaio 1963 lasciò la cena organizzata dalla first secretary dell'ambasciata britannica e scomparve. Salì, secondo la versione più accreditata, a bordo di un mercantile sovietico partito dal porto di Beirut, e da lì raggiunse l'Unione Sovietica.
A Mosca visse per venticinque anni, insignito di gradi onorifici nel KGB e di una pensione da generale, ma secondo molte testimonianze anche solo e insofferente, bevitore accanito, nostalgico di un'Inghilterra che non lo avrebbe mai più voluto indietro. Scrisse un libro di memorie, La mia guerra silenziosa, in cui difendeva ogni sua scelta. Morì a Mosca nel 1988, con un funerale di stato e una serie di francobolli commemorativi che lo celebravano come eroe dell'Unione Sovietica.
Resta però, ancora oggi, la scena di quell'appartamento di Beirut: due uomini che si conoscevano da una vita, un bicchiere di whisky, e una domanda che forse Elliott si è posto per il resto dei suoi giorni. Quanto di quell'amicizia, in vent'anni, era stato vero?
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