Scritto di notte

Fasc. 007·30·08·2026

L'ultimo verso di un uomo senza nome

Un uomo in giacca e cravatta viene trovato senza vita su una spiaggia australiana, senza documenti, senza etichette, senza nome. Solo mesi dopo, cucite in una tasca segreta, spuntano due parole in persiano che diranno tutto — e niente.

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La mattina del 1° dicembre 1948, sulla spiaggia di Somerton, un sobborgo balneare di Adelaide, in Australia, un uomo in giacca e cravatta venne trovato riverso contro il muretto della passeggiata, con una sigaretta ancora incastrata tra le labbra, come se non avesse fatto in tempo a finire l'ultimo tiro. Chi lo notò pensò che stesse semplicemente dormendo. Solo più tardi, quando nessuno rispose ai richiami e il corpo risultò ormai freddo, la polizia capì che quell'uomo elegante, senza documenti, senza portafoglio e con ogni etichetta accuratamente rimossa dagli abiti, non si sarebbe mai più alzato — e che nessuno, negli ottant'anni successivi, sarebbe riuscito a stabilire con piena certezza chi fosse.

Un cadavere senza nome, un'autopsia senza risposte

L'autopsia non chiarì la causa della morte: nessun segno di violenza, nessuna traccia evidente di veleno nei primi esami tossicologici standard, ma organi interni — in particolare fegato e milza — che presentavano un aspetto compatibile con un avvelenamento, forse da un composto raro e a rapida degradazione, mai identificato con certezza. Il patologo che condusse l'esame notò con stupore che le pupille dell'uomo erano di dimensioni marcatamente diverse, un dettaglio che alcuni ricollegarono a intossicazioni da sostanze come la digitale, altri a una condizione neurologica preesistente.

Le impronte digitali, diffuse a livello internazionale, non trovarono corrispondenza in alcun database dell'epoca. I vestiti, di ottima fattura ma privi di etichette del produttore — tranne una, con la scritta "T. Keane", che portò a un vicolo cieco quando si scoprì che nessun uomo scomparso con quel nome corrispondeva alla descrizione. Per mesi, il corpo restò semplicemente "lo sconosciuto di Somerton", imbalsamato in attesa di un'identificazione che non arrivò mai.

Le due parole che resero il caso immortale

Fu solo alcuni mesi dopo che il caso virò dal semplice mistero di cronaca al rompicapo che sarebbe diventato leggendario. Durante un nuovo esame degli abiti, un investigatore scoprì una tasca segreta, cucita internamente nella cintura dei pantaloni, così ben nascosta da essere sfuggita al primo controllo. Al suo interno c'era un minuscolo ritaglio di carta arrotolato, con impresse due parole in caratteri persiani: Tamám Shud, che si traduce approssimativamente come "è finito", "è concluso" — l'espressione con cui tradizionalmente si chiude il Rubaiyat di Omar Khayyam, la celebre raccolta di quartine persiane del XII secolo.

Le indagini permisero di rintracciare, grazie a un appello pubblico, la copia esatta da cui quel frammento era stato strappato: un'edizione rara del Rubaiyat, lasciata sul sedile posteriore di un'auto parcheggiata non lontano dalla spiaggia, la cui portiera era stata lasciata insolitamente aperta proprio nei giorni della morte. All'interno della copertina posteriore del libro, a matita, comparivano cinque righe di lettere maiuscole disposte in un ordine apparentemente casuale — un possibile codice cifrato — insieme a un numero di telefono, segnato in modo così leggero da risultare visibile solo in controluce.

Le lettere del presunto codice, trascritte esattamente come apparivano sul libro, non sono mai state decifrate in modo conclusivo: crittografi militari, accademici e appassionati di tutto il mondo le hanno analizzate per decenni, proponendo soluzioni tra loro incompatibili, senza che nessuna abbia mai raccolto un consenso definitivo.

La donna del numero di telefono

Quel numero, rintracciato dagli investigatori, apparteneva a una giovane infermiera che viveva a poca distanza dalla spiaggia dove il corpo era stato trovato: Jessica Ellen Thomson, conosciuta all'epoca con lo pseudonimo Jestyn. Interrogata dalla polizia, negò con decisione di aver mai conosciuto l'uomo, pur mostrando — secondo il resoconto di un agente presente — una reazione di evidente turbamento alla vista di una maschera in gesso realizzata dal corpo del defunto. Sua figlia avrebbe rivelato, decenni più tardi, di aver sempre sospettato che la madre nascondesse qualcosa su quella storia, alimentando ipotesi mai confermate su un possibile legame sentimentale, o addirittura su un intreccio di spionaggio ambientato nella tesa atmosfera dei primi anni della Guerra Fredda, quando l'Australia ospitava impianti sperimentali britannici sotto stretto segreto militare, non lontano da dove il corpo fu ritrovato.

Nessuna di queste piste — la spia, l'amante respinto, il codice cifrato di intelligence — è mai stata dimostrata. Restano, tutt'oggi, ipotesi affascinanti quanto indimostrate, ed è onesto dirlo: la parte più seducente del caso Somerton Man è anche la più speculativa.

Un nome, finalmente, dopo settantaquattro anni

Ciò che invece la scienza è riuscita a risolvere, o quantomeno a proporre con solidi argomenti, riguarda proprio l'identità dell'uomo. Nel 2022 un gruppo di ricerca dell'Università di Adelaide, guidato dal professor Derek Abbott — che per anni aveva seguito il caso anche per ragioni personali, avendo poi sposato la nipote di Jestyn — annunciò di aver estratto DNA da alcuni capelli rimasti intrappolati nel calco in gesso del busto del defunto, realizzato subito dopo il ritrovamento. Confrontando il profilo genetico con database di genealogia pubblica, i ricercatori identificarono l'uomo come Charles Webb, un elettrotecnico nato a Melbourne nel 1905, del quale si erano perse le tracce proprio negli anni in cui il corpo fu ritrovato ad Adelaide.

L'identificazione, per quanto accolta con cautela da parte della comunità accademica — che ha sottolineato i limiti metodologici nell'estrazione di DNA da capelli così vecchi — resta ad oggi la spiegazione più solida mai proposta, e ha in parte richiuso uno dei più lunghi enigmi della storia giudiziaria australiana. Non ha risolto, però, il mistero più ostinato di tutti: perché quell'uomo, chiunque fosse davvero, portasse cucita nei pantaloni una frase che significa "è finito", strappata da un libro di poesia persiana su un'auto lasciata aperta a pochi passi dal luogo dove avrebbe smesso di respirare.

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