Fasc. 005·28·08·2026
La donna ripescata dal canale
Una sconosciuta si getta in un canale di Berlino e per sessant'anni il mondo si divide su chi sia davvero. La sua causa in tribunale durerà più a lungo di qualsiasi altra nella storia tedesca — e la risposta arriverà solo dopo la sua morte, da un luogo che nessuno si aspettava.
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Nella notte tra il 16 e il 17 febbraio 1920, una guardia notturna vide una giovane donna scavalcare il parapetto del ponte sul canale della Landwehr, a Berlino, e lasciarsi cadere nell'acqua gelida. Fu ripescata ancora viva, portata in ospedale, e per mesi rifiutò di dire chi fosse. Quando finalmente parlò, o meglio quando altri cominciarono a parlare per lei, il nome che venne pronunciato fu tra i più clamorosi che si potessero immaginare in quell'Europa uscita da tre imperi crollati: Anastasia, la granduchessa di Russia, l'unica sopravvissuta — si disse — al massacro della famiglia imperiale.
Una notte a Ekaterinburg
Diciannove mesi prima, nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1918, lo zar Nicola II, la moglie Aleksandra e i cinque figli — Olga, Tatiana, Maria, Anastasia e il piccolo Aleksej, erede al trono — erano stati svegliati nella villa Ipatiev di Ekaterinburg, dove i bolscevichi li tenevano prigionieri, e condotti in una stanza al piano interrato con la scusa di una fotografia di famiglia. Ad attenderli c'era invece un plotone d'esecuzione. Morirono tutti, insieme al medico di famiglia e a tre domestici, in una scena caotica di colpi di pistola e baionette che si trascinò più a lungo del previsto — pare che i gioielli cuciti nelle vesti delle granduchesse, usati come corazza improvvisata, deviassero i primi proiettili.
I corpi furono trasportati in una foresta vicina, spogliati, sfigurati con acido e in parte bruciati, poi sepolti in fosse improvvisate. Mosca, per anni, negò ogni dettaglio, alimentando — più o meno deliberatamente — l'incertezza su chi fosse morto davvero quella notte e chi, forse, fosse riuscito a scappare nella confusione. Fu proprio quel vuoto di informazioni, in un'epoca senza documenti biometrici né esami del DNA, a rendere possibile tutto ciò che venne dopo.
Una vita intera passata a essere qualcun altro
La donna ripescata dal canale berlinese non rivelò subito alcuna identità. Ricoverata in un istituto psichiatrico, venne registrata come "Fräulein Unbekannt" — signorina sconosciuta. Fu un'altra paziente, colpita dalla somiglianza con le fotografie delle granduchesse russe pubblicate sui giornali dell'epoca, a suggerire per prima l'ipotesi Anastasia. Da quel momento, la donna — che in seguito avrebbe preso il nome di Anna Anderson — costruì, o forse in parte credette davvero, una storia secondo cui un soldato compassionevole l'aveva salvata dalla fucilazione e aiutata a fuggire fino in Romania, per poi raggiungere la Germania.
La sua vicenda catturò l'immaginazione internazionale per oltre sessant'anni. Alcuni membri della famiglia imperiale russa in esilio la riconobbero, o dissero di riconoscerla; altri — inclusa la stessa madre della vera Anastasia, la granduchessa Ol'ga Aleksandrovna, sorella dello zar — la incontrarono e negarono categoricamente ogni somiglianza. Anna Anderson intentò una causa legale in Germania per farsi riconoscere ufficialmente come erede Romanov: la causa, iniziata nel 1938, si trascinò nei tribunali tedeschi per oltre trent'anni, diventando il processo civile più lungo nella storia giudiziaria tedesca, e si concluse nel 1970 senza un verdetto definitivo, né a favore né contro di lei.
Un giudice coinvolto nel caso avrebbe poi commentato che la corte non era stata in grado di stabilire «né che Anna Anderson fosse Anastasia, né che non lo fosse» — un'incertezza giuridica che, paradossalmente, tenne in vita il mito per un'altra generazione.
Anderson si trasferì infine negli Stati Uniti, sposò lo storico Jack Manahan a Charlottesville, in Virginia, e morì nel 1984, senza che la questione della sua identità fosse mai stata risolta in modo scientifico.
Ciò che il DNA rivelò dieci anni dopo la sua morte
La risposta arrivò postuma, e da una direzione che nessuno, nel 1920, avrebbe potuto immaginare. Nel 1994, un campione di tessuto intestinale di Anna Anderson, conservato da un intervento chirurgico degli anni Settanta, venne sottoposto ad analisi del DNA mitocondriale e confrontato con quello di parenti viventi della famiglia Romanov, tra cui il principe Filippo, duca di Edimburgo, imparentato per via materna con la zarina Aleksandra.
Il risultato fu inequivocabile: il DNA di Anna Anderson non corrispondeva in alcun modo a quello della famiglia imperiale russa. Corrispondeva invece, con un confronto incrociato successivo, a quello dei discendenti di una famiglia polacca, i Schanzkowski — confermando un sospetto che gli investigatori privati assoldati dai Romanov in esilio avevano già avanzato negli anni Venti: la donna ripescata dal canale era quasi certamente Franziska Schanzkowska, un'operaia polacca con una storia documentata di disturbi psichiatrici, scomparsa dalla propria famiglia proprio nei mesi precedenti al suo ritrovamento a Berlino.
Nel frattempo, la scienza aveva chiuso anche l'altro capo della storia. I resti della famiglia imperiale, individuati segretamente già nel 1979 da un gruppo di ricercatori sovietici ma riesumati ufficialmente solo nel 1991, risultarono incompleti: mancavano due corpi, quelli che si ritenne appartenessero ad Aleksej e a una delle granduchesse. Solo nel 2007, in una seconda fossa a poca distanza dalla prima, vennero trovati i resti mancanti; le analisi genetiche pubblicate negli anni successivi confermarono che nessun membro della famiglia Romanov era sopravvissuto al massacro di Ekaterinburg. Anastasia, quella vera, era morta quella notte insieme a tutti gli altri.
Un'eredità che il DNA non ha del tutto cancellato
Resta, di tutta questa storia, un interrogativo che nessuna analisi di laboratorio può sciogliere: perché una donna sola, priva di mezzi, abbia scelto — o forse sviluppato, in una mente già segnata dalla malattia — di vivere e morire nei panni di una principessa assassinata. Il mito di Anastasia sopravvissuta ha ispirato romanzi, film e persino un lungometraggio d'animazione, sopravvivendo alla propria stessa confutazione scientifica come spesso accade alle storie che il pubblico preferisce a una verità più semplice e più tragica: che a Ekaterinburg, quella notte d'estate, non si salvò nessuno.
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