Scritto di notte
rivista di divulgazione culturale

Fasc. 055·18·10·2026

Licio Gelli e il piano di rinascita democratica: il golpe che non sparò un colpo

Nella primavera del 1981 due giudici cercavano le tracce di un banchiere in fuga. Trovarono molto di più: un progetto per cambiare l'Italia dall'interno, senza bisogno di carri armati.

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Il 17 marzo 1981, in un ufficio dentro una fabbrica tessile a Castiglion Fibocchi, vicino ad Arezzo, due magistrati milanesi trovano molto più di quello che erano venuti a cercare. Stavano seguendo le tracce del denaro di un banchiere in fuga; si ritrovano in mano un progetto per cambiare l'Italia dall'interno, senza bisogno di un solo carro armato.

Una perquisizione che cercava altro

I giudici istruttori Gherardo Colombo e Giuliano Turone indagavano sul crac della Banca Privata Italiana e sul suo fondatore, Michele Sindona, al centro di un giallo internazionale che comprendeva persino un finto sequestro di persona inscenato dallo stesso banchiere qualche anno prima. Le indagini portano i due magistrati fino a Licio Gelli, finanziere di Pistoia con un passato da volontario nella guerra civile spagnola a fianco dei franchisti e una rete di conoscenze che attraversava governi, servizi segreti e grande industria.

Nella sede delle sue attività, i finanzieri della Guardia di Finanza sequestrano un elenco di circa novecentosessanta nomi e una serie di documenti dattiloscritti. L'elenco è quello degli iscritti alla Loggia Propaganda 2, comunemente nota come P2: una loggia massonica che Gelli, formalmente venerabile maestro, aveva reso di fatto segreta e impermeabile al controllo delle autorità massoniche ufficiali, il Grande Oriente d'Italia. Tra i nomi compaiono generali dei carabinieri e delle forze armate, vertici dei servizi segreti militari, magistrati, parlamentari, banchieri, direttori di giornali e un giovane imprenditore milanese, Silvio Berlusconi.

Ma è un altro foglio, molto meno appariscente nella forma, a preoccupare di più chi lo legge per primo: il Piano di rinascita democratica.

Cosa prevedeva, davvero, il piano

Il documento non parla di tank nelle piazze né di un governo militare. È scritto nel linguaggio asciutto di un memorandum aziendale, e proprio per questo risulta inquietante: propone di riformare lo Stato italiano per via legale, un pezzo alla volta, fino a svuotarne i contrappesi.

Tra i punti principali figurano:

  • la riduzione del numero dei parlamentari e il superamento del sistema proporzionale a favore di una legge elettorale maggioritaria, per garantire governi più stabili e meno condizionati dai partiti minori;
  • l'acquisizione, diretta o tramite prestanome, di testate giornalistiche ed emittenti televisive, per orientare l'opinione pubblica verso le riforme desiderate;
  • una riforma del Consiglio Superiore della Magistratura che ne riducesse l'autonomia, per "normalizzare" una magistratura percepita come ostile;
  • il contenimento del potere sindacale, considerato un freno eccessivo alla produttività e alla governabilità;
  • la creazione di un'associazione di stampo massonico, ma defilata, capace di coordinare uomini già inseriti nei gangli dello Stato.

Non un golpe nel senso classico, insomma, ma quello che all'epoca e negli anni successivi verrà chiamato, con un'espressione diventata proverbiale, un golpe bianco: un cambio di regime perseguito con gli strumenti della legge, piazzando persone fidate nei punti giusti dell'amministrazione, dell'informazione e della giustizia. Resta, ed è bene dirlo, un punto discusso dagli storici: quanto il piano fosse un progetto operativo con tempi e responsabili definiti, e quanto invece una bozza di intenzioni, uno strumento di suggestione verso i propri affiliati più che un cronoprogramma reale. Gelli stesso, interrogato negli anni, ne ridimensionò sempre la portata, parlando di un documento tra tanti, mai davvero attuato.

Un governo che cade, una commissione che indaga

Ciò che è certo è l'effetto politico immediato. Quando le liste diventano pubbliche, nella primavera del 1981, l'Italia scopre che tra gli iscritti alla loggia ci sono uomini chiave dell'apparato statale: il capo del SISMI, il capo della Guardia di Finanza, numerosi alti ufficiali. Il governo guidato da Arnaldo Forlani, già fragile, si dimette nel maggio di quell'anno travolto dallo scandalo.

Il Parlamento istituisce una commissione d'inchiesta, presieduta dalla democristiana Tina Anselmi, che lavora per tre anni, ascolta centinaia di testimoni e nel 1984 deposita una relazione destinata a restare un documento di riferimento della storia repubblicana. Le conclusioni della commissione definiscono la P2 un'organizzazione con finalità eversive, un centro di potere occulto che aveva tentato di condizionare la vita pubblica italiana al di fuori di ogni controllo democratico. L'anno successivo, nel 1982, una legge voluta proprio da Anselmi vieta esplicitamente le associazioni segrete che, come la P2, interferiscono con l'esercizio delle funzioni costituzionali, dando finalmente attuazione a un articolo della Costituzione rimasto per decenni lettera morta.

Gelli, intanto, fugge in Svizzera con parte dei documenti e viene arrestato a Ginevra nel 1982, per poi evadere rocambolescamente dal carcere elvetico nel 1983 e restare latitante per anni tra Sudamerica ed Europa, prima di essere infine estradato e processato in Italia. Morirà a novantatré anni, nel 2015, senza aver mai risposto fino in fondo a tutte le domande che la sua loggia aveva lasciato aperte.

Un'ombra più lunga del fascicolo

Negli anni, il nome della P2 è stato accostato, con prove di solidità molto diseguale, a quasi ogni episodio oscuro della storia italiana di quel decennio: dal crac del Banco Ambrosiano alla morte del suo presidente Roberto Calvi, trovato impiccato a Londra nel 1982, fino alle inchieste sulla strage di Bologna del 1980. Su questi collegamenti la magistratura ha accertato responsabilità in alcuni casi, lasciato dubbi irrisolti in altri: distinguere i fatti giudiziariamente provati dalle suggestioni che il mito della loggia ha continuato a generare resta, ancora oggi, un esercizio necessario.

Quello che il fascicolo trovato a Castiglion Fibocchi ha lasciato in eredità, al di là delle singole trame, è una domanda che l'Italia non ha mai smesso di porsi: quanto a lungo, e con quanto successo, un potere invisibile può provare a riscrivere le regole di una democrazia semplicemente stando seduto, con pazienza, nelle stanze giuste.

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