Scritto di notte
rivista di divulgazione culturale

Fasc. 018·10·10·2026

LMW 28IF: la targa che nel 1969 convinse l'America che Paul McCartney fosse morto

Nell'autunno del 1969 una telefonata a una radio di Detroit e una copertina di disco bastarono a far credere a mezza America che Paul McCartney fosse morto da tre anni. Per smentirla ci volle un fotografo spedito fino a una fattoria scozzese.

Una telefonata a Detroit

Il 12 ottobre 1969, nello studio della radio WKNR-FM di Detroit, il conduttore Russ Gibb rispose a una telefonata che sarebbe diventata leggendaria. Un ascoltatore che si firmò solo come Tom gli chiese se avesse mai ascoltato Revolution 9, il collage sonoro sepolto nel lato quattro del White Album, facendolo girare al contrario. Gibb lo fece, in diretta. Dal rumore disturbato di quel nastro invertito emerse, o parve emergere, una frase: "turn me on, dead man". Da quella notte, per settimane, l'America si convinse che Paul McCartney fosse morto.

La voce non nacque però dal nulla quella sera. Già il 17 settembre, il giornale studentesco della Drake University, il Times-Delphic, aveva pubblicato un articolo del cronista Tim Harper con un titolo che sembrava uno scherzo: "È morto il Beatle Paul McCartney?". Quale dei due episodi abbia davvero acceso l'incendio resta materia di discussione tra gli storici della musica popolare; probabilmente si rinforzarono a vicenda, in un'epoca in cui le voci viaggiavano di college in college, di radio in radio, prima ancora che qualcuno pensasse di controllarle.

Indizi nascosti nei solchi

La leggenda, nella sua forma più completa, raccontava che McCartney fosse morto in un incidente d'auto la notte del 9 novembre 1966, uscendo dagli studi di Abbey Road, e che la casa discografica, per non interrompere la macchina commerciale dei Beatles, lo avesse sostituito con un sosia (nei racconti più fantasiosi, il vincitore di un concorso per somiglianza chiamato William Campbell). Da quel momento in poi, dicevano i fan più ossessivi, i Beatles stessi avrebbero disseminato indizi nei dischi, quasi a volersi confessare.

La copertina di Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band, con una mano aperta sospesa sopra la testa di Paul, fu letta come un gesto funebre. Sulla manica della sua uniforme, una toppa con le lettere "O.P.D." (in realtà il souvenir di un distintivo della polizia dell'Ontario) diventò "Officially Pronounced Dead". Nel finale di Strawberry Fields Forever, un borbottio di John Lennon, che lui per tutta la vita sostenne fosse semplicemente "cranberry sauce", fu sentito da migliaia di orecchie come "I buried Paul".

Ma fu la copertina di Abbey Road, uscito appena due settimane prima della telefonata a Gibb, a fornire il materiale più ricco. Nella celebre foto del passaggio pedonale, i quattro camminano in fila: John Lennon vestito di bianco come un officiante, Ringo Starr in completo scuro come un addetto alle pompe funebri, George Harrison in tuta di jeans come un seppellitore, e Paul McCartney, ultimo della fila, scalzo, con gli occhi chiusi in alcuni scatti dello stesso servizio e una sigaretta nella mano destra, sebbene fosse notoriamente sinistrorso. Sullo sfondo, parcheggiato sulla destra, un maggiolino Volkswagen bianco porta la targa "LMW 28IF": per i teorici della cospirazione, l'età che Paul avrebbe avuto se fosse vissuto. Aveva compiuto ventisette anni pochi mesi prima.

Un fotografo nella fattoria scozzese

A novembre, la rivista Life decise che la storia meritava di essere verificata sul campo, e mandò una giornalista e un fotografo, Terence Spencer, fino a High Park, la fattoria che McCartney possedeva vicino a Campbeltown, in Scozia. Lo trovarono vivo, con la barba non rasata, la moglie Linda incinta e la figlia Mary al seguito. L'edizione del 7 novembre 1969 uscì con quella foto in copertina e un titolo che chiudeva la questione almeno per i lettori di Life. McCartney, infastidito ma anche divertito dall'assurdità della cosa, rilasciò dichiarazioni che i giornali dell'epoca riportarono in forme diverse: il senso, più volte ripetuto nelle interviste successive, era che se fosse stato morto sarebbe stato l'ultimo a saperlo.

Il paradosso è che la storia, lungi dall'essere seppellita dalla prova fotografica, continuò a correre. Alcuni sostenevano che la foto di Life mostrasse comunque il sosia, non il vero Paul; altri notavano che proprio la pervasività della leggenda, con decine di programmi radiofonici dedicati e persino dischi a tema (come Beatle Barkers o la risposta satirica Brother dei Werbley Finster), ne aveva fatto un fenomeno mediatico autonomo, slegato da qualsiasi prova contraria.

Perché la leggenda non muore

Quello che rende il caso di "Paul is dead" diverso da tante altre voci di quegli anni è che i Beatles stessi, con l'ironia tipica della loro ultima fase, scelsero di non smentirlo del tutto seriamente. Nel 1993 McCartney pubblicò un album dal vivo intitolato, non a caso, Paul Is Live, con una copertina che parodiava quella di Abbey Road: lui che attraversa la strada con un cane al posto degli altri tre Beatles, e sullo sfondo un'auto con targa "51 IS", la sua età in quell'anno. Era il modo più elegante per prendersi gioco di una leggenda che, mezzo secolo dopo, ancora attira ascoltatori pronti a far girare i vinili al contrario nella speranza di scoprire qualcosa.

Forse è proprio questo il punto: la musica dei Beatles, uscita in un momento in cui il gruppo si stava davvero disintegrando, sembrava contenere più domande che risposte, e il pubblico, non sapendo ancora che la fine vera sarebbe arrivata pochi mesi dopo con lo scioglimento, trovò nella morte immaginaria di Paul un modo per elaborare un lutto che era già nell'aria, anche se riguardava la band, non l'uomo.

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