Fasc. 013·05·10·2026
Messiaen scrisse la fine del tempo in un campo di prigionia, con un violoncello a tre corde
Nell'inverno del 1941, in un campo di prigionia tedesco, quattro musicisti suonarono per la prima volta una musica che voleva far smettere di scorrere il tempo stesso. Il pubblico era fatto di prigionieri e aguzzini.
Nella baracca 27 dello Stalag VIII A, un campo di prigionia nella Slesia tedesca vicino alla città di Görlitz, la temperatura la notte del 15 gennaio 1941 era scesa sotto lo zero. Fuori nevicava. Dentro, su un pianoforte con i tasti che si incollavano per l'umidità, un uomo di trentadue anni con gli occhiali rotondi e il cappotto da prigioniero si sedette davanti a trecento, forse quattrocento compagni di detenzione e a un pubblico di soldati tedeschi. Accanto a lui, un clarinettista, un violinista e un violoncellista che suonava con uno strumento a cui mancava, secondo il racconto più ripetuto, una corda. Quell'uomo si chiamava Olivier Messiaen, e quella sera, in condizioni che nessuna sala da concerto avrebbe mai tollerato, nacque uno dei capolavori della musica del Novecento: il Quatuor pour la fin du temps, il Quartetto per la fine del tempo.
Un musicista tra i prigionieri
Messiaen era stato arruolato come soldato di sanità nell'esercito francese e catturato dai tedeschi nel maggio del 1940, durante il crollo del fronte occidentale. Portava con sé, pare, una tasca piena di partiture in miniatura: Bach, Berg, Stravinskij. Nel campo di Görlitz il destino gli mise a fianco altri tre musicisti professionisti, anch'essi prigionieri: il clarinettista Henri Akoka, il violinista Jean Le Boulaire e il violoncellista Étienne Pasquier. Fu la presenza casuale di questi tre strumenti, più il pianoforte che Messiaen riuscì a procurarsi, a determinare l'organico assolutamente inedito del quartetto: non esisteva, prima di allora, repertorio scritto per clarinetto, violino, violoncello e pianoforte insieme. Messiaen non scelse quella formazione per originalità: la scelse perché erano gli unici musicisti e gli unici strumenti che aveva a disposizione.
Ad aiutarlo fu, paradossalmente, un ufficiale della Wehrmacht, Carl Albert Brüll, che riconobbe il valore del compositore e gli procurò carta da musica, matite e persino un po' di tranquillità per lavorare. Fu lo stesso Brüll, secondo le testimonianze più accreditate, a facilitare poi la liberazione di Messiaen, rilasciato nella primavera del 1941 con la motivazione ufficiale di "musicista di eccezionale valore". Resta, come spesso accade con le storie di prigionia e di guerra, un margine di leggenda: il numero esatto degli spettatori alla prima, le condizioni precise degli strumenti, persino l'affermazione che il violoncello avesse solo tre corde, sono dettagli tramandati soprattutto dai racconti dello stesso Messiaen e non sempre confermati da fonti indipendenti. Quel che è certo è che il concerto avvenne, in quelle baracche, in quel freddo, davanti a un pubblico misto di detenuti e aguzzini.
Il tempo che finisce due volte
Il titolo non è un'immagine poetica generica: è un riferimento preciso. Messiaen, cattolico fervente, si ispirò al decimo capitolo dell'Apocalisse di Giovanni, dove un angelo annuncia che non ci sarà più tempo. Ma "la fine del tempo" ha, nella scrittura del quartetto, anche un secondo significato, più tecnico: Messiaen voleva scardinare il tempo musicale come lo si intendeva fino a quel momento, fatto di battute regolari e accenti previsibili. Usò per questo i cosiddetti ritmi non retrogradabili, sequenze che restano identiche anche se lette al contrario, e si ispirò ai ritmi della musica indiana classica, i deçi-tâlas, che aveva studiato per anni sui trattati medievali. Il risultato è una musica che sembra fluttuare, priva di un battito regolare riconoscibile: il tempo, letteralmente, smette di scandire.
L'opera è divisa in otto movimenti, numero che per Messiaen rimandava al giorno dopo il settimo, quello della creazione compiuta e della luce eterna. Il terzo movimento, Abîme des oiseaux (l'abisso degli uccelli), per clarinetto solo, nasce dalla passione che Messiaen avrebbe coltivato per tutta la vita: il canto degli uccelli, che considerava la musica più perfetta esistente in natura e che avrebbe trascritto e studiato in centinaia di pagine nei decenni successivi. Il quinto e l'ottavo movimento, entrambi lenti e di grande intensità, sono dedicati rispettivamente a Gesù e all'anima che si innalza verso il Cristo risorto: pagine di un misticismo che Messiaen non nascose mai, nemmeno nel pieno della barbarie di un campo di prigionia.
Una prima assoluta nel fango e nella neve
Della prima esecuzione, Messiaen stesso lasciò una delle testimonianze più citate della storia della musica contemporanea: raccontò di non essere mai stato ascoltato, prima o dopo, "con tanta attenzione e comprensione". È una frase che va presa per quello che è: il ricordo soggettivo di un uomo che aveva appena vissuto, nel modo più paradossale possibile, uno dei momenti più alti della propria vita creativa proprio nel punto più basso della propria libertà. Gli strumenti erano approssimativi, il pubblico era eterogeneo e in parte ignaro di cosa stesse ascoltando, le condizioni materiali indegne di qualunque concerto. Eppure quella sera nella baracca 27 è diventata uno dei simboli più potenti del Novecento sul rapporto tra arte e sopravvivenza, sulla capacità della musica di affermarsi proprio dove tutto dovrebbe impedirlo.
Dopo la guerra, il Quartetto per la fine del tempo entrò rapidamente nel repertorio stabile della musica da camera del Novecento, eseguito nelle sale più prestigiose del mondo da formazioni che nulla avevano a che fare con la prigionia in cui era nato. Eppure il contesto della sua creazione resta inscindibile dall'opera stessa: ogni esecuzione porta con sé, implicitamente, il racconto di quella notte di gennaio, del freddo, degli strumenti malconci, di un compositore che invece di tacere scelse di scrivere la musica più visionaria della sua carriera.
Resta una domanda, forse l'unica che conti davvero: cosa pensarono, in quella baracca, i soldati tedeschi seduti accanto ai prigionieri, ascoltando una musica che parlava della fine di ogni tempo terreno, mentre loro stessi, pur dall'altra parte del filo spinato, vivevano dentro la stessa guerra che non sembrava avere fine?
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