Fasc. 016·08·10·2026
Newport, 1965: Dylan si collega alla corrente e il folk americano si spacca in due
Diciotto minuti, tre canzoni e una Fender Stratocaster bastano a dividere in due il pubblico che fino al giorno prima lo considerava un profeta. Cosa succede davvero quella sera sul palco del Newport Folk Festival?
Il 25 luglio 1965, a Newport, Rhode Island, Bob Dylan sale sul palco con una Fender Stratocaster a tracolla. Fino a un minuto prima, dietro le quinte, si è cambiato: niente più camicia a quadri da cantastorie, ma una giacca di pelle nera. Dietro di lui non ci sono le solite spalle acustiche: ci sono Mike Bloomfield alla chitarra, Jerome Arnold al basso e Sam Lay alla batteria, presi in prestito dalla Paul Butterfield Blues Band, più Al Kooper all'organo e Barry Goldberg al piano. È una vera e propria rock band, elettrica dalla prima nota. E il pubblico del festival folk più importante d'America non se lo aspetta.
Il primo brano è Maggie's Farm. Il secondo, incredibile a dirsi oggi, è una canzone uscita come singolo appena cinque giorni prima: Like a Rolling Stone, che nelle settimane successive scalerà le classifiche americane fino al secondo posto. Il terzo è una versione ancora acerba di quella che diventerà It Takes a Lot to Laugh, It Takes a Train to Cry. In tutto, meno di un quarto d'ora di musica. Ma basta a far scoppiare uno dei casi più discussi della storia del rock.
Un profeta che tradisce (o no)
Per capire perché quei pochi minuti contino ancora, bisogna sapere chi era Dylan per quel pubblico. Nei primi anni Sessanta era diventato la voce della nuova canzone di protesta: Blowin' in the Wind e The Times They Are a-Changin' lo avevano consacrato come erede naturale della tradizione di Woody Guthrie e Pete Seeger, il cantastorie con la chitarra acustica e l'armonica che raccontava i diritti civili e la guerra fredda con la semplicità di una ballata. Il Newport Folk Festival, nato nel 1959 e guidato da figure come George Wein, Pete Seeger e Alan Lomax, era il tempio di quella tradizione: autenticità, radici, niente artifici da classifica.
Dylan, però, si era già mosso. Nel marzo del 1965 aveva pubblicato Bringing It All Back Home, un disco diviso a metà: un lato elettrico e uno acustico, come se l'artista stesso fosse in bilico tra due mondi. Chi seguiva con attenzione sapeva che la svolta elettrica non nasceva dal nulla. Ma vederla dal vivo, su quel palco, davanti a quel pubblico, fu un'altra cosa.
Fischi, boati e un'ascia che forse non c'era
La reazione della folla è, ancora oggi, materia di discussione. Alcuni testimoni raccontano fischi e urla di protesta già dalle prime note; altri parlano di un pubblico diviso, con tanto entusiasmo quanto dissenso, e di un problema più tecnico che ideologico: l'impianto audio del festival, pensato per voci e chitarre acustiche, non era pronto per una band elettrica a volume pieno, e il suono che arrivava alla platea era distorto, al limite dell'ascoltabile.
È qui che entra la leggenda più famosa della serata: quella di Pete Seeger che, sconvolto, avrebbe cercato un'ascia per tagliare i cavi e far smettere la musica. Seeger non ha mai negato di essere stato furioso, ma ha sempre raccontato una versione più sobria: non era la chitarra elettrica in sé a farlo infuriare, quanto il fatto che il volume e la distorsione rendessero incomprensibili le parole delle canzoni, per lui sempre la parte più importante. Vera o gonfiata dal tempo, l'immagine dell'ascia è diventata il simbolo perfetto di uno scontro generazionale e culturale che andava ben oltre il volume degli amplificatori.
Dylan lascia il palco dopo appena tre canzoni. Qualcuno, dietro le quinte, lo convince a tornare. Si fa prestare una chitarra acustica, perché la sua non è a portata di mano, e si presenta di nuovo da solo davanti al pubblico. Suona Mr. Tambourine Man e It's All Over Now, Baby Blue: un addio, cantato in punta di dita, proprio alle canzoni e al pubblico che lo avevano reso famoso.
Perché quei diciotto minuti non si sono mai spenti
Newport 1965 non inventa il folk-rock: già a giugno i Byrds avevano portato Mr. Tambourine Man, in versione elettrica, al primo posto delle classifiche, dimostrando che chitarre elettriche e canzoni d'autore potevano convivere benissimo nel mercato discografico. Ma quel pomeriggio a Newport diventa il momento simbolico in cui il conflitto si rende visibile, pubblico, quasi teatrale: da una parte l'idea di una musica popolare fatta di purezza, radici e autenticità contadina; dall'altra un'elettricità che pochi mesi dopo, con Highway 61 Revisited, Dylan trasformerà in un intero linguaggio nuovo.
Con gli anni, i testimoni hanno addolcito i ricordi, e Dylan stesso ha spesso minimizzato l'episodio, insistendo sul problema tecnico del suono più che su un rifiuto ideologico. Eppure la fotografia resta: un cantante che fino al giorno prima incarnava un'idea di autenticità musicale si collega alla corrente, davanti a un pubblico che non sa ancora se applaudire o protestare. Sessant'anni dopo, quella domanda, autenticità contro cambiamento, chitarra acustica contro elettrica, resta aperta ogni volta che un artista decide di non essere più quello che il pubblico si aspetta.
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