Scritto di notte
rivista di divulgazione culturale

Fasc. 017·09·10·2026

Richie Havens doveva suonare venti minuti a Woodstock. Rimase sul palco quasi tre ore

Nell'agosto del 1969 una fattoria dello Stato di New York doveva ospitare cinquantamila persone per un weekend di musica. Ne arrivò dieci volte tanto, e quel caos finì per diventare uno dei simboli più raccontati del secolo.

Richie Havens non doveva essere il primo. Il cantante folk newyorkese, poco più che una curiosità nel programma di un festival che prevedeva nomi come Jimi Hendrix e The Who, si ritrovò sul palco di Bethel, New York, nel pomeriggio di venerdì 15 agosto 1969 per un motivo semplice: era l'unico musicista già arrivato. Gli altri erano bloccati per chilometri sulla statale, inghiottiti da un ingorgo che l'ufficio del governatore avrebbe presto definito un'emergenza di contea. Havens aveva un repertorio per venti minuti. Dovette restare sul palco quasi tre ore, ripetendo canzoni, improvvisando, finché non gli rimase altro che intrecciare un vecchio spiritual a un ritornello nato lì, su due corde di chitarra, per riempire il vuoto che il traffico aveva lasciato dietro le quinte. Quel vuoto, in un certo senso, fu la prima vera immagine di Woodstock.

Una fattoria per cinquantamila persone

Il festival non si tenne nemmeno a Woodstock: il nome, scelto per richiamare la cittadina dell'area di New York dove viveva Bob Dylan, serviva solo da etichetta. I quattro organizzatori, John Roberts, Joel Rosenman, Artie Kornfeld e Michael Lang, avevano affittato per l'occasione i seicento acri della fattoria lattiero-casearia di Max Yasgur, a Bethel, nella contea di Sullivan, dopo che due sedi precedenti erano saltate per l'opposizione degli abitanti. Il piano prevedeva un pubblico di circa cinquantamila persone e centottantaseimila biglietti già venduti in anticipo a sette dollari al giorno. Le stime sull'affluenza reale oscillano ancora oggi tra le quattrocentomila e il mezzo milione: un ordine di grandezza che nessuna infrastruttura locale era pronta a sostenere.

Quando le auto cominciarono a bloccare la Thruway dello Stato di New York per chilometri, gli organizzatori si trovarono davanti a una scelta obbligata: i varchi e le recinzioni biglietteria vennero travolti o semplicemente abbandonati, e il festival, nei fatti, diventò gratuito. Il New York Times parlò di un esodo paragonabile a quello di una città che si spostava tutta insieme verso un unico campo. Il governatore Nelson Rockefeller valutò persino l'invio della Guardia Nazionale, che infatti arrivò, ma non per contenere disordini: gli elicotteri militari furono usati per portare cibo, acqua, medicinali e, in alcuni casi, gli stessi musicisti, impossibilitati a raggiungere il palco su strada.

Tre giorni nel fango

Il sabato e la domenica portarono temporali che trasformarono il terreno della fattoria Yasgur in una distesa di fango. Le tende crollavano, il cibo scarseggiava, i servizi sanitari di base non bastavano per una popolazione improvvisata grande come una città di medie dimensioni. Eppure le cronache dell'epoca, comprese quelle più scettiche verso la retorica pacifista del periodo, concordano su un dato: non ci furono i disordini che molti temevano. Si registrarono due morti, un giovane travolto nel sonno da un trattore che trasportava provviste e un caso di overdose, numeri drammaticamente bassi per una folla di quelle dimensioni rimasta bloccata per giorni senza vie di fuga praticabili. Circola ancora, non del tutto verificata, la leggenda di una nascita avvenuta durante il festival: un racconto che la memoria collettiva ha adottato come simbolo, a prescindere dalla sua esattezza.

Fu lo stesso Max Yasgur, il contadino che aveva affittato il terreno rischiando la causa dei vicini, a salire sul palco per un breve intervento che è rimasto negli archivi del festival: disse di essere rimasto colpito dal fatto che mezzo milione di giovani avessero potuto stare insieme per tre giorni senza altro scopo che la musica, e si disse orgoglioso di averlo permesso. Le sue parole, pronunciate da un uomo che politicamente non aveva nulla a che fare con la controcultura, pesarono più di molti discorsi sul palco.

Il palco che non si fermava mai

La scaletta, slittata di ore su ore per i problemi logistici, consegnò alla storia alcuni dei momenti più citati del rock. Joe Cocker arrivò quando il pomeriggio di domenica era già segnato da un nuovo temporale. Sly and the Family Stone portarono il soul psichedelico a un pubblico ormai privo di ogni resistenza alla stanchezza. Crosby, Stills & Nash salirono sul palco per quello che Stephen Stills definì, davanti al microfono, solo il loro secondo concerto in assoluto, ammettendo di essere, parole sue, "terrorizzati". Nel cuore della notte tra domenica e lunedì The Who eseguirono per intero la loro opera rock Tommy; durante il set l'attivista Abbie Hoffman salì sul palco per protestare contro la detenzione del poeta e musicista John Sinclair e fu allontanato da Pete Townshend con la chitarra, in uno degli scontri simbolici più citati tra musica e politica di quegli anni. Subito dopo, già all'alba, fu il turno dei Jefferson Airplane, che la cantante Grace Slick introdusse scherzando sul fatto che quella, più che musica da concerto serale, fosse ormai "musica da mattinieri maniaci".

L'alba di Hendrix

Quando il festival, slittato di un giorno intero rispetto al programma, arrivò finalmente alla sua chiusura, era lunedì mattina e la folla che aveva superato il mezzo milione si era ridotta a poche decine di migliaia di persone, le uniche rimaste ad aspettare l'ultimo nome in cartellone. Jimi Hendrix salì sul palco intorno alle nove, con una nuova formazione chiamata Gypsy Sun and Rainbows, e suonò per quasi due ore davanti a un campo semivuoto, cosparso di oggetti abbandonati, fango secco e tende sfondate. Il momento che sarebbe diventato la sintesi visiva e sonora di tutto il festival arrivò quasi per caso, dentro un lungo pezzo strumentale: una versione dell'inno nazionale americano suonata con la chitarra elettrica distorta fino a farla somigliare, secondo molti ascoltatori dell'epoca, al rumore di bombardamenti ed esplosioni. Non esiste una dichiarazione definitiva di Hendrix su cosa intendesse davvero comunicare quella mattina: la sua versione dell'inno resta aperta a letture diverse, celebrativa per alcuni, dissacrante per altri, proprio come il paese che quell'inno rappresentava, diviso in quei mesi tra la guerra in Vietnam e un movimento che reclamava un'America diversa.

Il documentario diretto da Michael Wadleigh, uscito l'anno seguente e premiato con l'Oscar, trasformò quelle tre giornate di caos organizzativo in un mito collettivo, spesso più ordinato e levigato di quanto fosse stata la realtà sul campo. Resta però un fatto difficile da liquidare come semplice nostalgia: per tre giorni, mezzo milione di persone arrivate in un luogo impreparato ad accoglierle scelsero, quasi tutte, di restare pacifiche nel fango piuttosto che andarsene. Perché accadde, nessuno è mai riuscito a spiegarlo del tutto.

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