Fasc. 012·04·10·2026
Robert Johnson spariva per un anno. Tornò che sembrava un altro chitarrista
Nel Mississippi degli anni Trenta si raccontava di un giovane bluesman che, dopo una lunga assenza, era tornato a suonare come nessun altro: da lì nacque la leggenda di un patto col diavolo a un incrocio. La verità dietro quella sparizione è più terrena, ma non meno sorprendente.
Nel 1930, a Robinsonville, nel delta del Mississippi, un adolescente di nome Robert Johnson seguiva nei juke joint due bluesman già affermati, Son House e Willie Brown. Durante le pause insisteva per impugnare la chitarra, e secondo il racconto che House avrebbe poi riferito a diversi studiosi, il risultato era imbarazzante: suonava così male che i musicisti più anziani lo rimandavano a casa, a volte scacciandolo in malo modo.
Poi Johnson sparì. Per diversi mesi, forse per un anno, nessuno lo vide più nei locali della zona. Quando tornò, racconta sempre House, si sedette con la chitarra e il pubblico ammutolì: la tecnica era un'altra, il tocco preciso, la voce capace di saltare in un istante da un registro cupo a un falsetto acuto. Da quella sparizione e da quel ritorno è nata una delle leggende più durature della musica del Novecento: Robert Johnson avrebbe incontrato il diavolo a un incrocio di strade, nel cuore della notte, e in cambio dell'anima avrebbe ricevuto il talento.
Un incrocio che forse apparteneva a un altro
La storia del patto, raccontata e amplificata per decenni, non nasce però interamente da Johnson. Il blues del delta aveva già una sua versione del mito, legata a un altro musicista, Tommy Johnson, nessuna parentela con Robert. Fu il fratello di Tommy, LeDell Johnson, a raccontare al ricercatore David Evans, negli anni Sessanta, che Tommy stesso sosteneva di aver venduto l'anima al diavolo a un incrocio per imparare a suonare. Negli anni la vicenda di Tommy si è fusa, nella memoria collettiva e in diversi racconti giornalistici, con quella di Robert, complice l'omonimo cognome e la popolarità crescente di quest'ultimo tra i musicisti rock degli anni Sessanta e Settanta.
La spiegazione più probabile, documentata dal musicologo Gayle Dean Wardlow e da altri ricercatori, è più terrena e non meno interessante. Dopo i primi fallimenti pubblici, Johnson si sarebbe trasferito a Hazlehurst, dove conobbe un chitarrista di nome Ike Zimmerman (il cognome compare anche come Zinnerman nei documenti). Zimmerman, secondo la testimonianza della figlia raccolta dai ricercatori, amava esercitarsi di notte nei cimiteri: luoghi silenziosi, isolati, dove nessuno si sarebbe lamentato del rumore. Fu lì, non a un incrocio stradale, che Johnson avrebbe affinato per mesi la tecnica che lo avrebbe reso inconfondibile. L'immagine di un ragazzo che suona la chitarra tra le tombe, al buio, ha fatto il resto: in una cultura già attraversata da superstizioni sul blues come "musica del diavolo", bastava poco per trasformare uno studio notturno in un patto infernale.
Ventinove canzoni per un'eredità sterminata
Qualunque sia la verità dietro la leggenda, il salto tecnico fu reale e lasciò una traccia misurabile: tra il novembre 1936 e il giugno 1937, in due sessioni a San Antonio e Dallas organizzate per la American Record Corporation, Johnson registrò ventinove brani (alcuni in più incisioni), tra cui Cross Road Blues, il pezzo che più di ogni altro avrebbe alimentato il mito dell'incrocio, pur senza mai menzionare esplicitamente un diavolo. Sono le uniche registrazioni che abbiamo di lui: nessun concerto filmato, nessuna intervista, solo due o tre fotografie autenticate con certezza.
Quel pugno di canzoni, pubblicate allora con discreto successo locale, sarebbe rimasto una nota a margine della storia del blues se Columbia Records non avesse deciso, nel 1961, di raccoglierle nell'album King of the Delta Blues Singers. Fu quel disco, ascoltato ossessivamente da una generazione di giovani musicisti britannici, a cambiare le cose. Eric Clapton lo ha definito più volte il cantante blues più importante mai esistito; Keith Richards ha raccontato di essere rimasto sconvolto, la prima volta che lo ha ascoltato, dall'idea che ci fossero due chitarristi a suonare insieme, prima di capire che si trattava di un solo uomo. Brani come Sweet Home Chicago e Love in Vain sarebbero poi stati ripresi da Rolling Stones, Cream e decine di altri gruppi, portando lo stile di Johnson, filtrato attraverso il rock elettrico, molto oltre il delta del Mississippi.
Una morte senza certezze
Anche la fine di Johnson, il 16 agosto 1938 vicino a Greenwood, Mississippi, è avvolta nell'incertezza che circonda tutta la sua biografia. La versione più diffusa racconta che sarebbe stato avvelenato, forse con dello stricnina messa in una bottiglia di whisky, dal marito geloso di una donna con cui flirtava durante una serata in un locale. Altri studiosi hanno proposto cause diverse, dalla sifilide a un'ulcera perforata, sottolineando come nessun referto medico attendibile sia mai stato redatto: esistono tre certificati di morte diversi, nessuno dei quali indica con certezza la causa del decesso, e il luogo esatto della sepoltura resta oggetto di discussione, con almeno tre cimiteri che si contendono la tomba.
Di un uomo di cui si sa così poco, restano dunque soprattutto le canzoni e il racconto che le ha avvolte. Nel 1986 Johnson è stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame come "early influence", un riconoscimento postumo per chi ha plasmato un genere senza quasi vederne gli effetti. Resta da chiedersi cosa penserebbe lui stesso, se potesse sapere che la storia del suo talento è diventata inseparabile da quella di un incrocio dove, forse, non si è mai fermato.
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