Fasc. 018·10·09·2026
Rudolf Abel, la spia che tornò a Mosca all'alba sul ponte di Glienicke
Un pittore di Brooklyn, un nome preso in prestito da un morto e un ponte nella nebbia tra Berlino Ovest e Potsdam: la storia di uno scambio che chiuse un capitolo della guerra fredda.
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Sono le sei e mezza del mattino del 10 febbraio 1962, e sul ponte di Glienicke, che unisce Berlino Ovest a Potsdam scavalcando il fiume Havel, la nebbia è così fitta che dalle due estremità le figure si distinguono a fatica. Da una parte una Chevrolet americana, dall'altra una Volga sovietica. Nel mezzo, una linea bianca dipinta sull'asfalto segna il confine tra due mondi. Un uomo scende dall'auto americana: cappotto scuro, occhiali, l'aria di un contabile in pensione. Cammina verso il centro del ponte senza fretta, come se avesse tutto il tempo del mondo. In un certo senso è vero: ne ha aspettato cinque anni.
Un pittore a Brooklyn
L'uomo si fa chiamare Rudolf Ivanovič Abel, ma non è il suo vero nome. È nato William Fisher nel 1903 a Newcastle upon Tyne, in Inghilterra, da genitori russi emigrati e attivi nei circoli rivoluzionari; la famiglia tornò in Unione Sovietica dopo la rivoluzione, e il giovane Fisher entrò nei servizi segreti sovietici negli anni Venti, specializzandosi in radiotelegrafia e crittografia. Nel 1948 arrivò negli Stati Uniti con un'identità di copertura, si stabilì a Brooklyn e si presentò al mondo come Emil Goldfus, un pittore e fotografo dilettante con uno studio pieno di tele e attrezzatura da laboratorio, comodo alibi per chi in realtà coordinava una rete di spionaggio sovietica negli Stati Uniti.
Per quasi un decennio la copertura resse. A tradirlo, nel 1957, non fu un controspionaggio abile, ma un fattore quasi banale: un giornalaio di Brooklyn trovò per caso, tra gli spiccioli, una moneta da cinque centesimi troppo leggera, che si aprì rivelando un minuscolo microfilm nascosto. La scoperta finì all'FBI, ma il vero cedimento arrivò poco dopo, quando l'aiutante di Fisher, l'agente sovietico Reino Häyhänen, disertò e cominciò a collaborare con gli americani, portandoli fino allo studio di Goldfus.
Arrestato, l'uomo rifiutò ostinatamente di confermare la propria identità. Si presentò ai suoi difensori con un nome che non era né Fisher né Goldfus, ma quello di un vecchio collega del servizio segreto sovietico, morto tempo prima: Rudolf Abel. Non era un errore, ma un messaggio in codice per Mosca, un modo per far sapere ai suoi superiori, leggendo i giornali, che l'agente catturato non aveva parlato e non si era venduto.
Il processo e l'avvocato per caso
A difenderlo, per incarico dell'ordine degli avvocati di New York più che per convinzione politica, fu James B. Donovan, un legale specializzato in cause assicurative che di spionaggio non si era mai occupato. Donovan si trovò a rappresentare l'uomo più impopolare d'America in piena psicosi da guerra fredda, e lo fece con un rigore che sorprese l'accusa: sostenne che le prove raccolte nell'appartamento di Abel erano state ottenute con una perquisizione irregolare, e arrivò fino alla Corte Suprema, perdendo per un solo voto. Abel fu condannato nel 1957 a trent'anni di carcere, ma Donovan, nell'arringa finale, insinuò un'idea che si sarebbe rivelata profetica: un giorno, disse ai giudici, potrebbe tornare utile avere in mano una spia sovietica viva da scambiare con un americano catturato all'Est.
Quel giorno arrivò prima del previsto. Il primo maggio 1960 un aereo spia americano U-2, pilotato da Francis Gary Powers, fu abbattuto sopra il territorio sovietico, vicino a Sverdlovsk, durante una missione di ricognizione fotografica ad altissima quota che Washington credeva invulnerabile. Powers si paracadutò, fu catturato, processato pubblicamente a Mosca per spionaggio e condannato a dieci anni. Gli Stati Uniti si trovarono improvvisamente con un cittadino da riportare a casa, e un candidato per lo scambio già pronto in un carcere dell'Atlanta.
Lo scambio
Fu ancora Donovan, ormai legato ad Abel da un rapporto di rispetto professionale che aveva superato la propaganda, a condurre le trattative segrete tra Washington, Mosca e Berlino Est, muovendosi ufficialmente come privato cittadino per permettere ai governi di negare ogni coinvolgimento diretto in caso di fallimento. La trattativa si complicò quando la Germania Est chiese di inserire nello scambio anche Frederic Pryor, uno studente americano arrestato a Berlino con l'accusa di spionaggio, in realtà uno storico dell'economia finito nel posto sbagliato al momento sbagliato. Donovan tenne separati i due dossier: Pryor sarebbe stato liberato lo stesso giorno, ma al Checkpoint Charlie, mentre lo scambio principale, quello tra Abel e Powers, si sarebbe svolto sul ponte di Glienicke, scelto perché isolato, sorvegliabile e già utilizzato in passato per scambi analoghi tra le due Germanie.
All'alba di quel 10 febbraio, con le due auto ferme alle estremità opposte e i cecchini appostati sulle rive per ogni evenienza, gli intermediari verificarono le identità prima di dare il via libera. Solo quando fu confermato che Pryor era stato rilasciato sano e salvo a Berlino, i due uomini ricevettero il segnale di attraversare. Abel e Powers si incrociarono a metà del ponte, senza una parola, e proseguirono ciascuno verso la propria auto, verso il proprio paese, verso destini opposti.
Abel tornò in Unione Sovietica, dove visse altri nove anni lavorando come consulente per il KGB, morendo a Mosca nel 1971. Powers fu inizialmente accolto con sospetto negli Stati Uniti, come se la cattura stessa fosse una colpa, e solo con gli anni la sua vicenda venne raccontata con maggiore equilibrio. Il ponte di Glienicke, teatro di altri scambi negli anni successivi, sarebbe rimasto nella memoria collettiva come il luogo simbolo della guerra fredda vissuta non sui campi di battaglia, ma in un attimo di silenzio tra due auto ferme nella nebbia, quando due uomini si scambiarono un cenno del capo e continuarono a camminare, ciascuno verso una vita che non era più del tutto la propria.
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