Fasc. 016·08·09·2026
Tony Mendez e il falso film che portò sei americani fuori da Teheran
Nel pieno della crisi degli ostaggi di Teheran, un agente della CIA mise in piedi una finta produzione hollywoodiana per far uscire dall'Iran sei diplomatici americani nascosti in una casa privata. Il piano sembrava troppo assurdo per fallire.
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Gennaio 1980. Nell'aeroporto di Mehrabad, alla periferia di Teheran, un uomo con un basco di pelle e una valigetta di documenti si presenta alla dogana come Kevin Harkins, produttore cinematografico canadese in Iran per cercare location esotiche. Con lui, cinque "membri della troupe": un regista, uno sceneggiatore, un esperto di trasporti, due tecnici. Nessuno di loro ha mai lavorato nel cinema. Tutti e sei sono diplomatici americani nascosti da settantasette giorni nella casa dell'ambasciatore canadese, in fuga da una rivoluzione che ha già preso in ostaggio cinquantadue loro colleghi.
L'uomo con il basco è in realtà Tony Mendez, agente della CIA specializzato in false identità ed esfiltrazioni. Il film che dice di voler girare, un blockbuster di fantascienza intitolato Argo, non esiste e non esisterà mai. Ma per farlo sembrare vero, la CIA ha costruito uno studio cinematografico completo di ufficio a Hollywood, annunci su Variety, una sceneggiatura, perfino un poster.
Sei fantasmi nella casa dell'ambasciatore
Il 4 novembre 1979 un gruppo di studenti islamisti aveva assaltato l'ambasciata statunitense a Teheran, prendendo in ostaggio il personale in risposta all'accoglienza concessa dagli Stati Uniti allo scià Reza Pahlavi, appena deposto dalla rivoluzione khomeinista. Nel caos dell'assalto, sei impiegati del consolato erano riusciti a defilarsi da un'uscita laterale e a trovare rifugio, prima presso privati, poi nella residenza dell'ambasciatore canadese Ken Taylor.
Per il governo canadese nasconderli era un rischio enorme: se scoperti, i diplomatici sarebbero stati processati come spie, e Ottawa avrebbe pagato un prezzo diplomatico pesantissimo. Washington doveva farli uscire dal paese in fretta, ma ogni opzione militare avrebbe messo a repentaglio la vita dei cinquantadue ostaggi ancora nell'ambasciata. Serviva un modo per farli sparire alla luce del sole, con documenti falsi e una copertura credibile da sostenere davanti alle guardie rivoluzionarie dell'aeroporto, tra le più sospettose al mondo in quei mesi.
Un film che non sarebbe mai stato girato
Mendez, già veterano di decine di esfiltrazioni dietro la cortina di ferro, scartò le coperture classiche: insegnanti, agronomi, uomini d'affari non avrebbero retto a un interrogatorio serio. Gli venne in mente un'idea diversa, ispirata a un vecchio trucco della CIA che aveva usato per nascondere attrezzature dietro copertine di produzioni fittizie: costruire un intero film che non sarebbe mai stato girato.
Con l'aiuto di John Chambers, truccatore hollywoodiano già decorato per il suo lavoro su Il pianeta delle scimmie e collaboratore saltuario dell'intelligence americana, Mendez mise in piedi la "Studio Six Productions", un ufficio vero, con numero di telefono attivo, in un edificio di Sunset Boulevard. Comprò i diritti di una sceneggiatura di fantascienza mai realizzata, la ribattezzò Argo, fece disegnare un poster con paesaggi che ricordavano vagamente il Medio Oriente e pubblicò annunci sulle riviste di settore per rendere il progetto plausibile a chiunque avesse voluto controllare.
«Se stai per fare qualcosa di stupido, tanto vale farlo in grande», avrebbe detto Mendez ricordando la scelta di scegliere una copertura così vistosa da risultare, paradossalmente, meno sospetta.
Ai sei diplomatici furono assegnate identità canadesi con biografie coerenti, mestieri cinematografici plausibili e persino risposte pronte per le domande più prevedibili. Passarono giorni a memorizzare dettagli, ad abituarsi ai propri nuovi nomi, a provare la parte come attori chiamati a recitare se stessi sotto falso nome.
L'uscita da Mehrabad
Il 28 gennaio 1980 Mendez e i sei si presentarono ai controlli dell'aeroporto di Mehrabad con i biglietti per un volo Swissair verso Zurigo. I documenti vennero esaminati a lungo, i voli in Iran in quei mesi erano spesso cancellati o dirottati da controlli improvvisi, e la tensione, secondo i racconti dei protagonisti, fu altissima fino all'ultimo. Ma la copertura resse: nessuna guardia mise in dubbio che quel gruppo un po' nervoso di canadesi fosse davvero lì per uno scouting cinematografico. L'aereo decollò, e con esso la parte più delicata dell'operazione si concluse senza un colpo sparato.
La vicenda restò segreta per quasi vent'anni: fu la CIA stessa a mantenerla classificata, mentre pubblicamente il merito della fuga venne attribuito quasi interamente al governo canadese, per non compromettere altre operazioni in corso e per proteggere l'immagine di Ottawa, che in quei giorni rischiava di apparire complice degli Stati Uniti agli occhi di Teheran. Solo nel 1997, con la declassificazione parziale dei documenti sotto l'amministrazione Clinton, il ruolo della CIA e di Mendez venne reso pubblico. Il film del 2012 diretto e interpretato da Ben Affleck, basato su questa storia, avrebbe poi enfatizzato drammaticamente alcuni momenti, come l'inseguimento finale sulla pista di decollo, che le fonti storiche e gli stessi protagonisti hanno definito in gran parte inventati per il grande schermo: la vera fuga fu meno cinematografica, ma non meno rischiosa.
Degli ostaggi rimasti nell'ambasciata, invece, nessuno sarebbe uscito così presto: sarebbero rimasti prigionieri per quattrocentoquarantaquattro giorni, fino al gennaio 1981. Resta un dettaglio che a Mendez piaceva raccontare: da qualche parte, negli archivi di uno studio hollywoodiano ormai chiuso, esiste ancora un poster di un film di fantascienza che non è mai esistito, e che per sei persone fu, per qualche settimana, l'unica cosa vera a cui aggrapparsi.
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