Scritto di notte
rivista di divulgazione culturale

Trilogia della città di K. (1986)·Agota Kristof·21·09·2026

Gli esercizi della pietra

C'è un'età della vita, spesso non scelta, in cui impariamo a non sentire più il dolore per poterlo attraversare; il problema comincia dopo, quando il pericolo è passato e non sappiamo più come si ricomincia a sentire.

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Ci sono ferite che si curano imparando a non sentirle. Non è una sconfitta: è quasi sempre l'unica cosa intelligente da fare. Un bambino che ha fame smette, piano piano, di piangere per la fame. Uno che viene insultato ogni giorno smette di arrossire. Chi vive nella paura smette, con l'allenamento, di avere paura, o almeno di mostrarla. Funziona. È efficace, disciplinato, quasi ammirevole. Il problema non è nell'esercizio: è nel giorno dopo, quando il pericolo se n'è andato e la corazza che ci siamo costruiti addosso non sa più come si stacca.

Nessuno ci avvisa, quando iniziamo, che stiamo firmando un patto a lungo termine. Si crede di stare chiudendo una porta soltanto per un'emergenza, giusto il tempo di superare la notte peggiore; e invece quella porta, una volta chiusa bene, smette di distinguere tra il freddo che voleva tenere fuori e il calore che, semplicemente, non sa più tenere dentro.

Il prezzo dell'insensibilità

Chiunque abbia attraversato un periodo difficile conosce questa aritmetica silenziosa: per resistere, si smette di sentire una parte di sé. Non tutta, solo quella che farebbe troppo male se restasse accesa. Si spegne la tenerezza per non essere ricattabili, si spegne la fiducia per non essere delusi ancora, si spegne persino la memoria per non dover tornare in quella stanza. È un gesto di sopravvivenza, e nel momento in cui lo si compie sembra gratuito: nessuno paga niente, si guadagna solo forza.

Il conto arriva dopo, quando la vita torna semplice e la parte spenta non si riaccende da sola. Ci si accorge di essere diventati abili a resistere a tutto e incapaci di godersi quasi nulla. Ci si scopre a osservare la propria felicità da fuori, come si osserva quella di uno sconosciuto: con curiosità educata, senza calore. Questo è il paradosso centrale di ogni infanzia (o vita adulta) segnata dalla necessità di corazzarsi: le stesse abilità che ci hanno salvati diventano, più tardi, la ragione per cui non riusciamo a essere salvati da niente, nemmeno dall'amore, nemmeno dalla pace.

Trilogia della città di K. di Agota Kristof racconta esattamente questo apprendistato: due gemelli, in un tempo e un luogo di guerra non nominati, decidono di allenarsi ogni giorno a resistere alla fame, agli insulti, al freddo, alla tenerezza della nonna e persino al dolore dell'altro, finché nessuna parola e nessuna percossa può più toccarli. Il libro non giudica questo addestramento: lo espone con una freddezza narrativa che è essa stessa parte della lezione. Non serve aver vissuto una guerra per riconoscersi in quel metodo. Basta aver deciso, una volta, di non piangere più per non dare a nessuno quella soddisfazione, e aver scoperto, anni dopo, di non saper più piangere nemmeno quando avremmo voluto.

Chi resta quando il pericolo se ne va

C'è una domanda che il libro lascia aperta più di ogni altra, e riguarda l'identità: se io sono ciò che ho imparato a fare per sopravvivere, chi sono quando la sopravvivenza non è più in gioco? I due fratelli protagonisti diventano, capitolo dopo capitolo, sempre più simili tra loro e sempre più indistinguibili da un metodo, fino al punto che il lettore non sa più dire dove finisce la persona e dove comincia la tecnica di resistenza. È un'immagine estrema, ma non estranea: quante persone conosciamo (quante volte siamo stati noi) che si sono identificate così a lungo con il proprio scudo da non ricordare più cosa proteggeva?

Non esiste una risposta semplice, e forse è proprio questo il punto: non si torna a essere quello che si sarebbe stati senza quella ferita. Si può solo scegliere, da adulti, cosa fare della pietra che ci portiamo addosso. C'è chi la usa ancora come arma, chi la trasforma in fondamenta, chi per anni non sa nemmeno che è lì, finché qualcuno o qualcosa non la fa vibrare e ci si accorge che sotto, incredibilmente, c'è ancora qualcuno che sente.

Forse la domanda giusta non è come tornare quelli di prima, perché quella persona non esiste più e forse non è mai esistita in una forma recuperabile. La domanda è più modesta e più difficile insieme: quanto della corazza è ancora necessaria, oggi, in questa stanza, con queste persone che non vogliono farci del male? E se la risposta fosse quasi niente, avremmo il coraggio di posarla anche solo per un pomeriggio, sapendo che potremmo tornare a raccoglierla domani?

Il libro

Trilogia della città di K. raccoglie tre romanzi scritti da Agota Kristof, scrittrice ungherese naturalizzata svizzera dopo essere fuggita dal proprio paese nel 1956: Il grande quaderno, La prova e La terza menzogna. Nel primo, due gemelli affidati alla nonna in un villaggio di confine durante la guerra si sottopongono a un durissimo addestramento fisico ed emotivo per diventare insensibili al dolore e alla paura. Nei due volumi successivi la vicenda si riapre e si ridefinisce più volte, mettendo in discussione tutto ciò che il lettore credeva di sapere sui due fratelli, sulla loro storia e persino sulla loro identità separata.

Pubblicato in Francia a partire dal 1986, il ciclo ha ottenuto un vasto riconoscimento internazionale ed è considerato tra le opere più originali della letteratura europea del secondo Novecento, per la scrittura scarna e la capacità di far coincidere la forma (frasi brevi, quasi prive di aggettivi) con il contenuto: un mondo in cui i sentimenti sono stati volontariamente prosciugati. La critica ha spesso sottolineato l'ambiguità narrativa crescente dei tre volumi, che trasforma il libro in una riflessione sulla natura stessa della verità e della finzione, oltre che sulla violenza e sulla sua eredità.

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