Scritto di notte
rivista di divulgazione culturale

Le otto montagne (2016)·Paolo Cognetti·13·09·2026

Il centro che non troviamo mai

C'è chi passa la vita a girare intorno a una domanda e chi sceglie di piantarla in un solo posto per scavare in profondità: nessuna delle due strade è quella giusta, ma restano l'unica bussola che abbiamo.

Le due vite che potevamo vivere

C'è un momento, in ogni vita adulta, in cui ci si accorge di aver scelto una direzione senza aver mai davvero deciso di sceglierla. Si può passare gli anni a muoversi, a cambiare città, lavoro, persone, cercando altrove qualcosa che sfugge sempre di un passo; oppure si può restare, piantare i piedi in un solo pezzo di terra e scavare in profondità, convinti che tutto quello che serve sapere sia già lì, sotto la superficie del posto che si è scelto. Nessuna delle due strade è quella giusta. Sono semplicemente le uniche due che abbiamo, e la maggior parte di noi le percorre entrambe, a fasi alterne, senza mai fermarsi abbastanza da chiedersi quale delle due stia davvero cercando qualcosa.

Le otto montagne di Paolo Cognetti mette questa alternativa in una forma quasi geometrica, attraverso una leggenda che il protagonista sente raccontare in Nepal: al centro del mondo si erge il monte Sumeru, e intorno a esso stanno otto montagne e otto mari. Chi ha girato tutte e otto le montagne, chiede un vecchio saggio a un giovane viaggiatore, ha visto di più; ma chi è salito sul Sumeru, al centro, ha visto tutte le montagne insieme. La domanda che resta sospesa, e che il libro non scioglie mai del tutto, è quale dei due, il viaggiatore o l'eremita, abbia davvero capito qualcosa della vita. Forse nessuno dei due. Forse la comprensione non sta nell'aver scelto bene, ma nell'aver scelto fino in fondo.

L'amicizia come misura del tempo che passa

C'è un modo in cui le amicizie più lunghe funzionano come un orologio silenzioso: non segnano le ore, ma misurano chi siamo diventati rispetto a chi eravamo quando quell'amicizia è cominciata. Ritrovare, dopo anni, qualcuno che ci ha conosciuti bambini significa sottoporsi a un confronto che nessun'altra relazione può offrire: quella persona porta ancora dentro di sé la versione di noi che abbiamo abbandonato, e la mette accanto a quella che siamo diventati, senza dire nulla, semplicemente stando lì.

Nel romanzo, questo confronto prende la forma di due ragazzi cresciuti insieme in un'estate di montagna, che poi si separano per vent'anni di vite opposte: uno resta, sceglie gli animali, la fatica, un mestiere antico che nessuno vuole più fare; l'altro parte, studia, lavora, viaggia fino a farsi straniero anche a se stesso. Quando si ritrovano da adulti, nessuno dei due ha ragione, ma ciascuno diventa per l'altro la prova vivente che si poteva vivere diversamente. Ed è proprio questo, più di ogni altro legame, ciò che rende un'amicizia insostituibile: non la somiglianza, ma la vita che avremmo potuto avere e non abbiamo avuto, incarnata in un'altra persona che continua a volerci bene comunque.

Quello che i padri lasciano senza dirlo

C'è un'eredità che i genitori trasmettono senza volerlo e spesso senza saperlo: non i valori che dichiarano a parole, ma le cose che facevano in silenzio, i luoghi in cui si sentivano davvero se stessi, gli sguardi che riservavano a un paesaggio o a un gesto senza spiegarne il motivo. I figli passano anni a decifrare quel silenzio, spesso dopo che è troppo tardi per farlo con la persona che l'ha lasciato. Ci si ritrova a rifare gesti che non ci erano mai stati insegnati, semplicemente perché li avevamo visti fare, e a scoprire, tardi, che quella era già una forma di eredità.

Il rapporto tra il protagonista e suo padre, nel libro, si costruisce quasi interamente su questo non detto: un uomo severo, innamorato della montagna in un modo che il figlio da ragazzo non riesce a condividere, e che solo dopo la sua morte diventa comprensibile, quando il figlio si trova a completare un progetto lasciato a metà. Non è un caso che la riconciliazione, quando arriva, non passi per le parole ma per un luogo: un pezzo di terra, una casa da costruire con le proprie mani, un debito d'amore che si salda lavorando invece che parlando. È una delle cose più vere che un romanzo possa dire sui padri: che spesso li capiamo solo finendo quello che hanno lasciato incompiuto.

L'eco che resta

Chiudere questo libro significa restare con una domanda che non riguarda le montagne, ma la propria vita: dove sono, in questo momento, le mie otto montagne, e ho mai avuto il coraggio di salire su quella al centro? O forse la domanda giusta è un'altra, più scomoda: se anche trovassimo il centro, saremmo capaci di restarci, oppure torneremmo subito a girare intorno, per paura di scoprire che non c'era nient'altro da vedere?

Il libro

Le otto montagne (2016) è il romanzo con cui Paolo Cognetti ha vinto il Premio Strega e ottenuto un successo internazionale, tradotto in decine di lingue e portato al cinema nel 2022 in un film pluripremiato a Cannes. Racconta, a grandi linee, l'amicizia tra Pietro, ragazzo di città, e Bruno, ultimo abitante stabile di un piccolo paese di montagna in Valle d'Aosta, che si conoscono da bambini durante le estati trascorse lì dalla famiglia di Pietro. Il libro segue le loro vite per oltre vent'anni: le strade dei due si dividono, si intrecciano di nuovo dopo la morte del padre di Pietro, e si separano infine in modo definitivo. Sullo sfondo restano i temi cari a Cognetti, già presenti nella sua narrativa precedente: la montagna come luogo di verità, il rapporto complicato con le figure paterne, la tentazione della fuga contrapposta al richiamo di un'appartenenza. La critica ha accolto il romanzo con grande favore, lodandone la scrittura sobria e la capacità di parlare di temi universali senza retorica, pur segnalando in alcune letture una certa idealizzazione della vita di montagna rispetto a quella urbana. Resta, comunque lo si legga, uno dei libri italiani più letti e amati dell'ultimo decennio.

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