Scritto di notte
rivista di divulgazione culturale

La vegetariana (2007)·Han Kang·15·10·2026

Il coraggio di diventare albero

C'è un momento in cui il corpo smette di obbedire e comincia a dire no, anche quando nessuno è pronto ad ascoltarlo. È da qui che nasce una delle riflessioni più scomode sulla libertà che si possa leggere oggi.

C'è un momento, nella vita di quasi chiunque, in cui il corpo smette di obbedire. Non si ammala, non protesta ad alta voce: semplicemente rifiuta. Rifiuta un cibo, un gesto, un ruolo che fino al giorno prima sembrava naturale indossare. E attorno a quel rifiuto, quasi sempre, si alza un coro di voci che chiede spiegazioni: perché non mangi più questo, perché non fai più quello, cosa ti è successo. Come se un no dovesse sempre avere un motivo presentabile, una causa che si possa raccontare a cena senza imbarazzo.

Il problema è che i no più veri, quelli che nascono da un punto profondo e quasi senza parole di noi stessi, raramente arrivano con una spiegazione pronta. Arrivano come un sintomo prima di arrivare come un'idea. E chi li pronuncia si trova spesso davanti a un bivio crudele: o trova in fretta una giustificazione che gli altri possano accettare, oppure viene trattato come se fosse malato, strano, da correggere.

Un no che non sa spiegarsi

È esattamente questo lo spazio in cui si muove La vegetariana di Han Kang: una donna che un giorno decide di non mangiare più carne, dopo un sogno violento che la scuote nel sonno, e che da quel momento in poi smette progressivamente di dare spiegazioni a chiunque. Suo marito, sua famiglia, i medici: nessuno riesce a tradurre quel rifiuto in un linguaggio che li rassicuri, e così finiscono per tradurlo nell'unico modo che conoscono, cioè come disturbo, come patologia, come qualcosa da riportare alla normalità con le buone o con le cattive.

Quello che rende la vicenda universale, al di là delle sue pagine, è il modo in cui mostra quanto poco spazio lasciamo, nelle nostre vite quotidiane, a un rifiuto che non si sa argomentare. Siamo abituati a pretendere che chi dice no fornisca anche le prove, il contesto, la storia clinica del proprio dissenso. Ma ci sono rifiuti che precedono le parole: nascono nel corpo, nello stomaco, nella pelle, molto prima di diventare pensiero, e pretendere che si traducano subito in un discorso coerente significa spesso tradirli.

Il corpo come ultimo territorio libero

C'è poi un secondo livello, più scomodo, che riguarda chi guarda quel rifiuto da fuori. Più la protagonista si allontana dal cibo, dalle convenzioni, dal proprio ruolo di moglie e di figlia, più le persone intorno a lei smettono di vederla come persona e cominciano a vederla come caso, come superficie su cui proiettare la propria curiosità, il proprio disagio, a volte persino il proprio desiderio. Il corpo che dice no diventa, paradossalmente, l'oggetto di un'attenzione ancora più invasiva di quella da cui stava cercando di sottrarsi.

Ed è qui che la domanda smette di riguardare solo lei e comincia a riguardare chiunque legga: quando qualcuno vicino a noi comincia a ritirarsi, a rifiutare qualcosa che prima accettava, noi lo accompagniamo in quel movimento o lo trattiamo come un problema da risolvere il più in fretta possibile? Diamo al suo silenzio il tempo di significare qualcosa, o lo riempiamo subito di diagnosi, consigli, strategie per farlo tornare quello che era prima?

C'è una forma di violenza molto ordinaria, quasi gentile nei modi, in questo bisogno collettivo di rimettere in riga chi si scosta, anche quando lo scostamento non fa male a nessuno se non, forse, a chi deve continuare a guardarlo. Ed è forse questa la cosa più difficile da accettare: che il nostro fastidio verso il rifiuto altrui parli più di noi che di chi rifiuta.

Il libro

La vegetariana (Chaesikjuuija) di Han Kang è stato pubblicato in Corea nel 2007 e ha raggiunto il pubblico internazionale nel 2015 grazie alla traduzione inglese di Deborah Smith, con cui l'autrice ha vinto il Man Booker International Prize nel 2016. Il romanzo è diviso in tre parti, ciascuna narrata da un punto di vista diverso: il marito della protagonista, il cognato artista ossessionato dal suo corpo, e infine la sorella, che negli ultimi capitoli diventa il centro emotivo della storia mentre assiste all'aggravarsi delle condizioni di Yeong-hye in ospedale.

La vicenda segue appunto Yeong-hye, una donna coreana che dopo un sogno carico di immagini di violenza e sangue decide di abbandonare la carne, e via via ogni cibo di origine animale, in un gesto che la famiglia interpreta come ribellione o malattia mentale più che come scelta. Il romanzo intreccia il presente della protagonista con accenni a un'infanzia segnata dalla violenza paterna, suggerendo che il rifiuto del cibo sia in realtà il sintomo visibile di un trauma più profondo e di un desiderio, quasi letterale, di uscire dalla propria condizione umana per diventare pianta.

Alla sua uscita internazionale, il libro è stato accolto con grande entusiasmo dalla critica occidentale, che ne ha lodato la prosa spoglia e perturbante e la capacità di affrontare temi come il controllo sul corpo femminile, la violenza domestica e la salute mentale senza mai scadere nella spiegazione facile. Non sono mancate voci più caute, soprattutto in Corea, che hanno notato come la traduzione inglese si allontanasse in alcuni punti dallo stile originale, più contenuto e ambiguo. Resta comunque il romanzo che ha portato Han Kang all'attenzione mondiale, anticipando il percorso che l'avrebbe condotta, anni dopo, al Premio Nobel per la Letteratura nel 2024.

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