Scritto di notte
rivista di divulgazione culturale

La strada (2006)·Cormac McCarthy·03·09·2026

Il fuoco che portiamo

Cosa significa continuare a fare il bene quando non ci sono più garanzie da offrire a chi amiamo: una riflessione su cosa scegliamo di tramandare nei momenti in cui nessuno controlla.

C'è un momento, nella vita di chiunque si prenda cura di qualcun altro, in cui le promesse smettono di funzionare. Non puoi più dire "andrà tutto bene", perché non lo sai; non puoi più dire "ti proteggerò da tutto", perché non è vero. Resta solo una cosa che puoi fare: continuare a camminare, tenendo per mano chi ti segue, e insistere, contro ogni evidenza, che valga ancora la pena di essere buoni.

È una forma di fede che non ha bisogno di un dio: basta un figlio, un allievo, qualcuno più giovane o più fragile di te che ti guarda per capire come si sta al mondo. Quella fede non promette risultati. Promette solo un metodo: si va avanti, si resta umani, si trasmette qualcosa anche quando sembra che non ci sia più nulla da trasmettere.

Portare qualcosa quando non resta nulla

In La strada di Cormac McCarthy, un padre e un figlio attraversano un paesaggio ridotto in cenere, senza nome, senza data, quasi senza futuro. Non hanno mappe utili, non hanno rifugi sicuri, non hanno certezze da offrirsi a vicenda. Hanno però una frase che si ripetono, una sorta di parola d'ordine sussurrata nei momenti peggiori: dicono di "portare il fuoco". Non sanno spiegare bene cosa significhi, e forse è meglio così: significare troppo lo avrebbe reso uno slogan, mentre resta un gesto.

Quel fuoco non è ottimismo. Il padre non crede che il mondo si risollevi; l'esperienza gli dice il contrario ogni giorno. Il fuoco è piuttosto un impegno minimo e assoluto: non diventare come quelli che hanno smesso di distinguere il bene dal male per sopravvivere. È la differenza tra chi resiste e chi si arrende all'orrore diventando parte di esso. Portare il fuoco significa tenere accesa, anche in un solo bambino, l'idea che esistano ancora dei limiti che non si superano, qualunque cosa succeda.

Cosa lasciamo, non cosa promettiamo

Chi ha cresciuto qualcuno, in senso stretto o largo, riconosce questa scena anche fuori da un romanzo apocalittico: si trasmette raramente per mezzo di discorsi. Si trasmette camminando davanti, o accanto, mostrando con il corpo prima che con le parole come si reagisce alla paura, alla fame, alla perdita. I bambini non ricordano le lezioni morali che gli abbiamo tenuto; ricordano se, nel momento del bisogno, abbiamo condiviso l'ultimo pezzo di pane o l'abbiamo tenuto per noi.

C'è qualcosa di scomodo in questo pensiero, perché toglie l'alibi delle buone intenzioni. Non conta cosa avremmo voluto essere per le persone che amiamo; conta cosa siamo stati nei momenti in cui nessuno controllava, quando la stanchezza o la paura avrebbero reso comprensibile una scorciatoia. Il padre del romanzo non è un eroe: ha paura, dubita, a tratti è duro e ingiusto con il figlio. Ma non smette mai, nemmeno per un istante, di considerarlo la ragione per cui vale la pena resistere un altro giorno.

Il fuoco non si eredita da soli

C'è però un rovescio in questa immagine, ed è forse la parte più difficile da accettare: il fuoco non basta portarlo, bisogna anche riuscire a consegnarlo. Un genitore, un maestro, chiunque abbia in cura qualcuno più giovane, vive con l'incertezza costante di non sapere se ciò che custodisce con tanta fatica arriverà davvero all'altro, o se si disperderà nel passaggio. Non esiste garanzia che il gesto venga capito, tanto meno che venga proseguito.

Eppure è proprio questa mancanza di garanzie a rendere l'atto significativo. Se sapessimo con certezza che il bene si trasmette comunque, portarlo non richiederebbe coraggio. Lo richiede perché potremmo fallire, perché la persona a cui lo consegniamo potrebbe non saperlo raccogliere, e nonostante questo lo facciamo lo stesso. È una scommessa fatta senza sapere se qualcuno, dopo di noi, saprà ancora cosa fare con quella brace.

Un'ultima immagine

Resta allora una domanda che vale la pena portarsi addosso, non per rispondere subito ma per lasciarla lavorare in silenzio: se dovessimo ridurre tutto ciò che sappiamo, tutto ciò che possediamo, a una sola cosa da consegnare a chi viene dopo di noi, quale sarebbe? E soprattutto: la stiamo già portando, adesso, nei gesti piccoli di ogni giorno, o la stiamo ancora rimandando a un momento più adatto che forse non arriverà mai?

Il libro

La strada (titolo originale The Road) è un romanzo di Cormac McCarthy, pubblicato nel 2006. Racconta il viaggio di un padre e un figlio senza nome attraverso un'America devastata da una catastrofe mai spiegata, diretti verso il mare nella speranza di trovare condizioni di vita migliori, mentre attraversano un paesaggio spopolato e minacciato da bande di sopravvissuti che si sono spinti oltre ogni limite morale. Il libro procede per episodi brevi e frammentati, senza capitoli numerati, in una prosa spoglia e quasi biblica che rispecchia la desolazione del mondo raccontato.

Alla sua uscita ricevette un'accoglienza entusiastica dalla critica internazionale, che ne lodò l'intensità emotiva e il controllo stilistico; nel 2007 vinse il Premio Pulitzer per la narrativa. Da allora è stato spesso indicato come una delle opere più significative della narrativa post apocalittica contemporanea, non tanto per l'ambientazione quanto per il modo in cui usa la fine del mondo come lente per osservare da vicino il legame tra un genitore e un figlio. McCarthy, scomparso nel 2023, ne trasse anche un adattamento cinematografico uscito nel 2009.

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