Scritto di notte
rivista di divulgazione culturale

Frankenstein (1818)·Mary Shelley·07·10·2026

Il momento in cui ci giriamo dall'altra parte

Non è il risveglio della creatura a fare paura, ma l'istante subito dopo: quello in cui chi l'ha generata le volta le spalle. È lì che si misura ogni cosa che portiamo al mondo e poi disconosciamo.

C'è un istante, in ogni cosa che mettiamo al mondo, in cui potremmo ancora voltarci e guardarla con tenerezza, oppure voltarci e fuggire. Non parlo solo di figli: parlo di un progetto finito alle due di notte, di una relazione che abbiamo inseguito per anni e che, una volta ottenuta, non somiglia più al desiderio che l'aveva generata; parlo di un'idea di noi stessi che abbiamo costruito con pazienza e che, messa alla prova della luce, ci fa orrore. Quell'istante dura un secondo, ma decide tutto quello che viene dopo: se resteremo accanto a ciò che abbiamo creato anche quando è imperfetto, oppure se lo abbandoneremo al suo destino e chiameremo mostro quello che, in fondo, è solo figlio della nostra fuga.

Viviamo circondati da cose che abbiamo generato e poi disconosciuto. Un lavoro che ci ha consumato dieci anni e che un giorno non riconosciamo più come nostro. Parole dette con rabbia, lasciate libere nel mondo a fare danno, di cui ci dimentichiamo mentre continuano a camminare, a crescere, a cercare chi le ha pronunciate. Persino le versioni di noi che abbiamo abitato in passato: quella più ingenua, quella più crudele, quella che ha sbagliato tutto. Le trattiamo come estranee, come se non fossero mai uscite dalle nostre mani. Ma qualcosa, da qualche parte, continua a bussare, a chiedere di essere riconosciuto.

La colpa non è nella creazione

È questo il cuore di Frankenstein, molto più della scienza o del gotico che lo hanno reso celebre: Victor Frankenstein non viene punito per aver dato vita a una creatura, ma per essere fuggito nell'istante stesso in cui quella vita ha aperto gli occhi. "Il disastro era così completo", scrive, "che la bellezza del sogno svanì, e un orrore e un disgusto senza respiro mi riempirono il cuore." Non è la creatura, da sola, a diventare mostruosa: lo diventa nell'abbandono. Nasce innocente, impara a parlare osservando una famiglia povera dalla fessura di un capanno, impara la gentilezza prima di imparare la vendetta. Diventa ciò che diventa solo dopo essere stata respinta da tutti, a cominciare da chi l'ha fatta esistere.

Capita a noi, su scala più piccola e meno gotica, ogni volta che smettiamo di occuparci di qualcosa che abbiamo messo in moto. Un'azienda che abbiamo fondato e che, cresciuta oltre le nostre intenzioni, inizia a fare cose che non riconosciamo come nostre; la trattiamo come un'entità estranea, dimenticando che ogni sua scelta discende da decisioni che abbiamo preso noi, un tempo, con leggerezza. Un figlio cresciuto lontano dalle nostre aspettative, di cui ci vergogniamo invece di chiederci che cosa, nella nostra assenza, lo abbia reso così. La responsabilità di chi crea non finisce al momento della nascita: comincia lì.

Il nome che portiamo

C'è un dettaglio che quasi tutti sbagliano, e che dice più di ogni analisi: nel linguaggio comune "Frankenstein" è diventato il nome del mostro, mentre nel romanzo è il cognome dello scienziato che lo ha abbandonato. La creatura, nel testo, non ha mai un nome: viene chiamata demone, diavolo, cosa, ma mai battezzata. Questo scambio collettivo, ripetuto per due secoli, è forse la più grande prova a discarico della nostra specie contro se stessa: preferiamo dare un volto e un nome al risultato del male piuttosto che a chi lo ha causato. È più facile temere il mostro che riconoscere il padre che gli ha voltato le spalle.

Lo facciamo con le conseguenze delle nostre azioni quanto con le creature letterarie: diamo un nome alla crisi, alla dipendenza, alla persona che "è diventata così", e dimentichiamo di chiederci chi, con quale assenza, abbia reso possibile quella trasformazione. Puntare il dito contro il risultato è sempre meno doloroso che risalire alla causa, soprattutto quando la causa siamo noi.

Quello che resta, a libro chiuso

Frankenstein non offre consolazioni. Victor insegue la sua creatura fino ai ghiacci del Polo, la creatura piange sul corpo del suo creatore morto e promette di scomparire nel buio: nessuno dei due trova pace, perché nessuno dei due, fino alla fine, impara davvero a restare. È un romanzo scritto da una ragazza di diciannove anni che sembra già sapere qualcosa che molti adulti non imparano mai: che generare è il gesto più semplice del mondo, e restare quello più difficile.

Forse la domanda che il libro lascia aperta non riguarda la scienza, né i limiti che l'uomo non dovrebbe oltrepassare. Riguarda quell'istante preciso, quello del primo sguardo su ciò che abbiamo fatto nascere, quando ancora potremmo scegliere se avvicinarci o fuggire. Che cosa abbiamo generato, nelle nostre vite, e poi abbandonato perché non somigliava al sogno? E se tornassimo adesso a cercarlo, nel buio dove lo abbiamo lasciato, lo riconosceremmo ancora come nostro?

Il libro

Frankenstein, or The Modern Prometheus fu pubblicato anonimo nel 1818 da Mary Shelley, allora poco più che ventenne; l'autrice sarebbe stata rivelata solo nell'edizione del 1823. Nato da una sfida letteraria tra Mary, il marito Percy Shelley, Lord Byron e John Polidori durante un'estate piovosa sul lago di Ginevra, il romanzo racconta per lettere ed episodi narrati in prima persona la storia di Victor Frankenstein, giovane scienziato che dà vita a una creatura assemblata da parti cadaveriche e, inorridito dal proprio successo, la respinde. Abbandonata a se stessa, la creatura impara da sola il linguaggio e i sentimenti umani osservando una famiglia di contadini, ma viene ovunque respinta per il suo aspetto; la solitudine la spinge a una lunga vendetta contro il suo creatore, che costerà la vita ai suoi affetti più cari.

Accolto all'epoca con un misto di curiosità e diffidenza (alcuni recensori lo giudicarono un'opera disturbante e priva di morale, altri ne colsero subito la potenza filosofica), il romanzo è oggi considerato uno dei testi fondativi della fantascienza moderna e uno dei grandi miti dell'età contemporanea, continuamente riletto come riflessione sulla responsabilità scientifica, sulla paternità mancata e sul confine incerto tra creatore e creatura.

E ora che sei arrivato in fondo alla riflessione, votala da 1 a 5 .
A chi potrebbe interessare questa riflessione? !

Il libro, capitolo per capitolo

Lettera I

Dalla neve di San Pietroburgo, il capitano Robert Walton scrive alla sorella Margaret in Inghilterra. Racconta il suo progetto di raggiungere il Polo Nord e scoprire un passaggio inesplorato, mosso da un'ambizione che definisce quasi un destino fin dall'infanzia. Confessa anche una solitudine profonda: desidera un amico capace di condividere entusiasmi e timori, qualcuno che gli somigli nello spirito. Si prepara a imbarcarsi verso Archangel per noleggiare una nave e un equipaggio, convinto che la gloria della scoperta valga ogni rischio. Il tono è esaltato, pieno di fiducia nel progresso della conoscenza umana e nella propria capacità di superare i limiti già raggiunti da altri esploratori.

Lettera II

Ancora ad Archangel, Walton attende la partenza e scrive di nuovo alla sorella, lamentando l'assenza di un vero compagno con cui condividere pensieri e progetti: i marinai che lo circondano, dice, non hanno la sensibilità che cerca. Descrive con ammirazione il suo luogotenente, uomo generoso nonostante un passato segnato da un amore infelice, e il capo della nave, rispettato per equità e fermezza. Walton confida alla sorella il timore di restare sempre un uomo incompiuto senza un'amicizia capace di correggere i suoi difetti e sostenere le sue ambizioni, mentre il freddo e il ghiaccio rendono l'attesa della partenza sempre più gravosa.

Lettera III

Breve e concitata, questa lettera annuncia che la nave è finalmente salpata verso nord con buon vento e morale alto fra l'equipaggio. Walton scrive di sentirsi sereno e fiducioso, rassicurando la sorella sulla prudenza con cui condurrà la spedizione. Non promette di tornare presto, ma le chiede di non lasciarsi vincere dall'ansia qualora passassero mesi senza notizie, poiché le condizioni artiche rendono incerte le comunicazioni. Il tono ottimistico contrasta con la cautela delle lettere precedenti, segnando il passaggio dall'attesa all'azione e preparando il lettore all'incontro imprevisto che cambierà il corso del viaggio.

Lettera IV

La nave resta intrappolata tra i ghiacci quando l'equipaggio scorge una figura gigantesca su una slitta trainata da cani, che scompare in lontananza. Il giorno dopo viene recuperato un uomo esausto e quasi morente, trovato alla deriva su un'altra slitta: è Victor Frankenstein. Accolto a bordo, comincia lentamente a riprendersi e stringe con Walton un legame fatto di stima reciproca, trovando finalmente in lui l'amico che il capitano cercava da sempre. Quando Walton gli racconta della figura vista sui ghiacci, Victor mostra un'agitazione intensa e, dopo giorni di esitazione, decide di raccontargli per intero la propria terribile storia, a monito e insegnamento.

Capitolo 1

Victor racconta la propria infanzia a Ginevra, in una famiglia agiata e affettuosa. Il padre Alphonse, uomo stimato e dedito al servizio pubblico, e la madre Caroline, descritta come generosa e protettiva, gli offrono un'educazione serena. Il racconto si sofferma sull'adozione di Elizabeth Lavenza, orfana di nobile famiglia italiana, accolta in casa come una sorella e presto amata da Victor con un sentimento che andrà oltre l'affetto fraterno. Viene presentato anche Henry Clerval, amico d'infanzia dallo spirito generoso e avventuroso, che resterà legato a Victor per tutta la vita. Il quadro iniziale è quello di un'infanzia quasi idilliaca, destinata a essere spezzata dagli eventi successivi.

Capitolo 2

Victor descrive la propria crescente passione per la filosofia naturale, nata quasi per caso dalla lettura di un volume di Cornelio Agrippa trovato per caso in una locanda. Nonostante gli avvertimenti del padre, che liquida quei testi come superati, il ragazzo si immerge nelle opere di Paracelso e Alberto Magno, affascinato dalla promessa alchemica di dominare i segreti della natura e sconfiggere la morte. La nascita della sorellina Elizabeth nei suoi affetti si intreccia con questa educazione autodidatta e febbrile. Un episodio, la vista di un albero incenerito da un fulmine, lo avvicina per la prima volta anche ai principi della scienza moderna, elettricità compresa, anticipando la svolta che lo attende all'università.

Capitolo 3

Poco prima della partenza di Victor per l'università di Ingolstadt, la madre Caroline muore di scarlattina contratta curando Elizabeth. Il dolore della perdita segna profondamente il giovane, che parte comunque per gli studi. A Ingolstadt incontra due professori agli antipodi: Krempe, che deride con durezza i suoi studi alchemici giovanili come sapere morto, e Waldman, che invece ne riconosce il valore come fondamento storico della scienza moderna e lo incoraggia a dedicarsi alla chimica contemporanea. Affascinato dalle lezioni di Waldman sui poteri quasi miracolosi della scienza moderna, Victor si getta con rinnovato entusiasmo nello studio, ponendo le basi dell'ossessione che lo consumerà.

Capitolo 4

Nei mesi seguenti Victor si isola completamente, trascurando famiglia e amici per dedicarsi anima e corpo allo studio dell'anatomia e dei processi di decomposizione, frequentando camere mortuarie e cimiteri. Dopo notti di osservazione ossessiva scopre, con un'illuminazione improvvisa che non rivela mai nel dettaglio al lettore, il segreto per infondere la vita nella materia inerte. Deciso a usare questa scoperta, comincia ad assemblare un corpo umano a partire da parti prelevate da cadaveri, scegliendone le dimensioni grandi per facilitare il lavoro minuzioso. Il capitolo si chiude con Victor sempre più febbrile e isolato, incapace di fermarsi nonostante il logorio fisico e mentale che il progetto gli impone.

Capitolo 5

In una notte di novembre, dopo mesi di lavoro febbrile, Victor infonde la vita nella creatura assemblata. Nell'istante in cui essa apre gli occhi gialli e acquosi, l'entusiasmo del creatore si trasforma in orrore e disgusto per l'aspetto mostruoso del proprio risultato. Victor fugge dalla stanza e si addormenta sfinito, tormentato da un incubo; al risveglio trova la creatura china su di lui e scappa di nuovo, vagando per le strade di Ingolstadt. Ritrova per caso l'amico Clerval, appena arrivato in città, ma nasconde la verità e cade in una febbre violenta che lo tiene a letto per mesi, curato amorevolmente da Clerval, mentre la creatura è intanto scomparsa.

Capitolo 6

Durante la lunga convalescenza, Victor riceve una lettera di Elizabeth che racconta le notizie di casa: la crescita del fratello minore William, la gentilezza della domestica Justine Moritz, accolta quasi come un membro della famiglia dopo un'infanzia difficile. Ripresosi lentamente, Victor trascorre un periodo più sereno con Clerval, dedicandosi con lui allo studio delle lingue orientali invece che alle scienze, quasi a voler allontanare ogni pensiero legato al proprio esperimento. Decide infine di fare ritorno a Ginevra dopo anni di assenza, apparentemente guarito nel corpo, ma ancora segnato nell'animo da un segreto che non confida a nessuno, nemmeno all'amico più caro.

Capitolo 7

Prima della partenza per Ginevra giunge a Victor una lettera del padre che annuncia una tragedia: il piccolo William è stato trovato strangolato nei boschi vicino casa. Sconvolto, Victor parte immediatamente e, giunto nei pressi del luogo del delitto durante una tempesta, scorge in lontananza la sagoma inconfondibile della propria creatura e comprende con certezza che è lei l'assassina. Al suo arrivo scopre però che Justine, la domestica di famiglia, è stata accusata del crimine poiché un prezioso medaglione della vittima è stato ritrovato tra i suoi effetti. Victor, pur sapendo la verità, teme di non essere creduto se la rivelasse e tace, dilaniato dal rimorso.

Capitolo 8

Si svolge il processo a Justine, che si dichiara innocente ma non riesce a spiegare come il medaglione sia finito tra i suoi oggetti. Elizabeth testimonia appassionatamente in sua difesa, ma le prove circostanziali e una falsa confessione estorta da un confessore convincono la giuria della colpevolezza. Justine viene condannata a morte e, prima dell'esecuzione, confida a Elizabeth e Victor di aver confessato solo per ottenere l'assoluzione religiosa, pur sapendo di essere innocente. Victor è devastato dal senso di colpa, consapevole di essere l'unico in grado di salvarla con la verità, ma il terrore di essere giudicato pazzo lo riduce al silenzio mentre Justine viene giustiziata.

Capitolo 9

Nei mesi successivi Victor sprofonda in una disperazione quasi suicida, tormentato dalla doppia colpa per la morte di William e per quella di Justine, di cui si sente responsabile morale. La famiglia, ignara della verità, lo invita a cercare sollievo viaggiando nella valle di Chamonix, tra le montagne che Victor amava da ragazzo. La bellezza sublime e indifferente dei ghiacciai e delle vette gli offre una momentanea tregua dal dolore, pur senza placare il rimorso. È in questo stato d'animo sospeso tra angoscia e contemplazione della natura che si prepara, nel capitolo seguente, l'incontro decisivo con la creatura che ha generato.

Capitolo 10

Spinto dall'inquietudine, Victor si inoltra da solo sul ghiacciaio del Montanvert, cercando conforto nella maestosità del paesaggio alpino. Qui gli appare improvvisamente la sua creatura, che si muove con un'agilità sovrumana tra i crepacci. Victor, pieno di odio, le intima di allontanarsi o di combattere, ma la creatura, ferita da tanto disprezzo, gli parla con un'eloquenza inattesa, rivendicando il diritto di essere ascoltata prima di essere giudicata. Ricorda a Victor di averlo reso capace di sentimenti, ma anche di averlo poi abbandonato indifeso in un mondo ostile, e chiede soltanto che il suo creatore ascolti il racconto di ciò che gli è accaduto da quella notte di animazione in poi.

Capitolo 11

La creatura inizia il proprio racconto, descrivendo la confusione sensoriale dei primi momenti di vita: luce, freddo, fame, imparati per tentativi in totale solitudine, fuggita dal laboratorio e rifiutata da ogni essere umano incontrato per strada per il solo aspetto fisico. Trova infine rifugio in un piccolo capanno addossato a un cottage abitato da una famiglia di contadini, i De Lacey, che osserva di nascosto attraverso una fessura. Impara a riconoscere il fuoco, il cibo, i gesti quotidiani della famiglia, sviluppando per loro un affetto crescente nonostante non osi ancora mostrarsi, temendo la reazione di orrore che il suo aspetto ha sempre suscitato.

Capitolo 12

Osservando a lungo la famiglia De Lacey, composta dal vecchio padre cieco, dal figlio Felix e dalla figlia Agatha, la creatura ne comprende la dignitosa povertà e la tenerezza reciproca, e sviluppa per loro una vera devozione. Di notte, senza farsi vedere, comincia ad aiutarli segretamente raccogliendo legna per alleviarne la fatica, provando una gioia nuova nel fare del bene. Ascoltando le loro conversazioni quotidiane inizia a decifrare il linguaggio umano, associando suoni e significati, mentre matura il desiderio sempre più forte di essere accettata da loro come un membro della famiglia, nonostante il terrore di rivelarsi.

Capitolo 13

L'arrivo di Safie, giovane donna di origini arabe promessa a Felix, porta nuova vita al cottage: per farsi comprendere da lei, Felix le impartisce lezioni di lingua e di storia a cui la creatura, nascosta, assiste con avidità, imparando così a leggere e a comprendere concetti complessi come nazioni, proprietà e distinzioni sociali. Attraverso questi insegnamenti la creatura acquisisce rapidamente una cultura sorprendente, ma scopre anche, con dolore crescente, quanto il proprio aspetto la escluda irrimediabilmente dalla società umana che impara ad ammirare, ponendo le basi della consapevolezza amara della propria condizione.

Capitolo 14

La creatura ricostruisce la storia della famiglia De Lacey: un tempo agiata a Parigi, fu rovinata quando Felix aiutò il padre di Safie, un mercante turco ingiustamente condannato, a evadere dal carcere francese. Il tradimento successivo del turco, che rifiutò poi la promessa unione tra Felix e Safie, costrinse la famiglia all'esilio e alla povertà in cui la creatura li ha trovati. Safie, fuggita da sola per raggiungere Felix nonostante tutto, completa il quadro di una famiglia segnata dall'ingiustizia ma capace ancora di amore e lealtà, un esempio che alimenta nella creatura la speranza di poter essere a sua volta accolta con bontà.

Capitolo 15

Esplorando i dintorni, la creatura trova per caso dei libri abbandonati, tra cui il Paradiso perduto di Milton, le Vite di Plutarco e I dolori del giovane Werther, letture che plasmano profondamente la sua visione di sé e del mondo, specie l'identificazione dolorosa con Adamo e con Satana insieme. Trova anche il diario di laboratorio dimenticato da Victor nella giacca presa al momento della fuga, e vi scopre con orrore i dettagli ripugnanti della propria creazione. Decisa infine a rivelarsi, sceglie di avvicinarsi prima al vecchio padre cieco, da solo in casa, sperando che l'assenza della vista gli permetta di ascoltarla senza essere respinta dal suo aspetto.

Capitolo 16

Il tentativo fallisce tragicamente: mentre il vecchio accoglie con comprensione le parole della creatura, Felix rientra, la vede e la scaccia violentemente insieme agli altri, costringendo l'intera famiglia a fuggire per sempre dal cottage per il terrore. Distrutta da questo rifiuto definitivo, la creatura giura vendetta contro l'intera umanità e, soprattutto, contro Victor. Dirigendosi verso Ginevra incontra prima una bambina che sta per annegare e la salva, venendo però ferita a colpi d'arma da fuoco dall'uomo che l'accompagnava; poi incontra il piccolo William, lo uccide quando scopre che è un Frankenstein, e colloca il medaglione della vittima su Justine addormentata, compiendo così la propria vendetta.

Capitolo 17

Concluso il racconto della propria storia, la creatura rivolge a Victor una richiesta precisa: desidera che il suo creatore costruisca per lei una compagna della stessa natura, con cui condividere l'esclusione dal mondo umano. Promette che, ottenuta questa unica forma di felicità possibile, si ritirerà per sempre con lei nelle foreste sterminate del Sud America, lontano da ogni contatto umano, senza più nuocere a nessuno. Victor, inizialmente inorridito dalla richiesta, è gradualmente persuaso dalla logica e dal dolore autentico del suo interlocutore, e dopo un lungo tormento interiore accetta, sebbene con profonda riluttanza, di tentare l'impresa.

Capitolo 18

Tornato a casa, Victor rimanda per mesi l'inizio del nuovo esperimento, incapace di affrontarlo, mentre il padre, preoccupato per il suo stato, gli propone presto le nozze con Elizabeth. Victor chiede di poter prima viaggiare, ottenendo di partire per l'Inghilterra insieme a Clerval con il pretesto di un viaggio di formazione. Il tour attraverso l'Inghilterra e la Scozia, inizialmente piacevole grazie all'entusiasmo di Clerval per i paesaggi e le città visitate, pesa però su Victor, ossessionato dal compito che lo attende e incapace di godere pienamente della compagnia dell'amico, da cui infine si allontana per proseguire da solo verso le isole Orcadi.

Capitolo 19

Victor si stabilisce da solo in un cottage isolato su una remota isola delle Orcadi, lontano da Clerval e da ogni distrazione, per riprendere in segreto il lavoro sulla compagna promessa alla creatura. Il luogo desolato rispecchia il suo stato d'animo cupo e riluttante: procede con lentezza, tormentato dal dubbio sulle conseguenze morali ed esistenziali di generare una seconda creatura capace di riprodursi e forse di popolare la terra con una nuova specie ostile all'umanità. La narrazione si sofferma sull'isolamento crescente di Victor, sempre più lontano fisicamente ed emotivamente da chi ama, schiacciato dal peso di una promessa che comincia a pentirsi di aver fatto.

Capitolo 20

Una notte, mentre lavora, Victor alza lo sguardo e vede alla finestra il volto ghignante della creatura, venuta a controllare i progressi. Preso da un impulso improvviso, pensando ai rischi di una progenie mostruosa, Victor distrugge il corpo femminile quasi completato davanti agli occhi della creatura, che fugge infuriata giurando una terribile vendetta con le parole: sarò con te la notte delle tue nozze. Sconvolto, Victor getta i resti dell'esperimento in mare durante la notte, ma una tempesta lo trascina fuori rotta fino alle coste irlandesi, dove viene arrestato con l'accusa di un omicidio appena scoperto nel villaggio.

Capitolo 21

Condotto a identificare il corpo della vittima, Victor scopre con orrore che si tratta di Henry Clerval, strangolato con i segni inconfondibili delle mani della creatura. Il crollo psicologico è totale: Victor cade in una violenta febbre cerebrale che lo tiene prigioniero del delirio per settimane, curato in carcere e poi in casa del magistrato locale, convinto della sua innocenza. Il padre Alphonse raggiunge finalmente il figlio per assisterlo nella convalescenza. Scagionato dall'accusa grazie a testimonianze che provano la sua presenza altrove al momento del delitto, Victor lascia l'Irlanda devastato nel corpo e nello spirito, perseguitato dal rimorso per la morte dell'amico.

Capitolo 22

Tornato lentamente in sé durante il viaggio di ritorno con il padre, Victor giunge finalmente a Ginevra, dove ritrova Elizabeth. Il padre, ignaro di tutto, insiste perché le nozze a lungo rimandate si celebrino presto, e Victor, pur terrorizzato dalla minaccia della creatura sulla notte di nozze, non osa rivelare la verità e acconsente, credendo erroneamente che la minaccia sia rivolta contro la propria vita e non contro quella di Elizabeth. Si procura segretamente delle armi, deciso a difendersi, mentre si prepara un matrimonio che dovrebbe essere la fine di tanto dolore ma che Victor vive con un'angoscia crescente e mai confidata a nessuno.

Capitolo 23

Durante il viaggio di nozze, convinto che la minaccia sia diretta a lui, Victor lascia per un momento Elizabeth sola nella camera nuziale per perlustrare i dintorni armato. In quell'istante sente un urlo straziante: la creatura ha strangolato Elizabeth proprio mentre Victor la cercava altrove, compiendo così la vendetta annunciata. Tornato a Ginevra con il corpo della moglie, Victor assiste poi anche alla morte del padre, stroncato dal dolore per la perdita della nuora e per le condizioni del figlio. Rimasto solo al mondo, privato di tutti gli affetti, Victor giura davanti alle autorità, che non gli credono, di dedicare il resto della vita a dare la caccia alla propria creatura fino a distruggerla.

Capitolo 24

Inizia così un inseguimento che attraversa l'Europa e l'Asia fino ai ghiacci artici, con la creatura che lascia messaggi provocatori lungo il percorso per guidare e tormentare il suo inseguitore. Qui termina il racconto di Victor a Walton, che riprende la narrazione in prima persona: nonostante le cure dell'equipaggio, Victor muore a bordo della nave, esausto e consumato dall'odio e dal dolore. Poco dopo Walton trova la creatura china sul corpo del suo creatore, in un pianto disperato e pieno di rimorso per il male compiuto. Dichiarando di voler porre fine alla propria esistenza su una pira nei ghiacci più remoti, la creatura si allontana nell'oscurità e scompare per sempre dalla vista di Walton.

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