Scritto di notte
rivista di divulgazione culturale

Moby Dick (1851)·Herman Melville·16·10·2026

Il nemico che ci siamo scelti

C'è una ferita che decidiamo di chiamare destino, e un bersaglio su cui scaricarla: ma il bersaglio, quasi sempre, non sa nemmeno di essere tale.

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C'è un momento, nella vita di quasi chiunque, in cui un dolore smette di essere soltanto un dolore e diventa un nome. Gli diamo un volto, una data, a volte persino un colore; lo chiamiamo "quell'anno", "quella diagnosi", "quella persona", e da quel momento in poi non lo subiamo più: lo cacciamo. È un sollievo, detto con franchezza, perché un nemico con un nome si può inseguire, mentre un dolore senza forma si può solo sopportare. Il problema è che il nemico, quasi sempre, non sa di esserlo. Non ci aspetta, non ci pensa, non porta addosso nessuno dei pesi narrativi che gli abbiamo cucito addosso in anni di insonnia. Siamo noi soli, nella stanza, a tenere viva la trama.

La caccia che ci definisce

Dare un nome al male è il primo atto di sopravvivenza di chi ha subito un torto troppo grande per starci dentro senza una cornice. Ma è anche il momento in cui comincia un rischio sottile: la caccia può sostituirsi allo scopo per cui era iniziata. Si parte per guarire, o per avere giustizia, o semplicemente per smettere di avere paura; si finisce per vivere solo in funzione dell'inseguimento, misurando ogni giorno non in base a quanto si è più sereni ma in base a quanto ci si è avvicinati al bersaglio. È una trasformazione che quasi nessuno nota mentre accade, perché dentro di essa ci si sente più vivi che mai: finalmente si ha una direzione, un compito, un motivo per alzarsi la mattina. Ed è proprio questa intensità, questa pienezza di senso, il segnale che qualcosa si è capovolto. Non è più la vita a contenere la caccia: è la caccia ad aver inghiottito la vita.

È quello che succede al capitano Achab in Moby Dick, romanzo che Herman Melville pubblicò nel 1851 e che oggi tutti conoscono di fama più che di lettura, come capita ai grandi classici. Achab ha perso una gamba in uno scontro con un capodoglio bianco e da allora non vive più: caccia. Il resto dell'equipaggio è imbarcato per lavoro, per necessità, per la routine onesta della pesca; lui solo naviga per vendetta, e trascina tutti dentro il proprio racconto privato senza che nessuno gliel'abbia chiesto. La balena, va detto con chiarezza, non ha colpe morali: è un animale, enorme e indifferente, che si è difeso. Ma per Achab è diventata la superficie bianca su cui proiettare ogni torto subito dall'esistenza, "il muro insensato" dietro cui sospetta si nasconda un senso, magari ostile, comunque superiore al caso.

Quando il bersaglio non ci guarda

Qui si apre la domanda che la caccia di Achab lascia addosso al lettore ben oltre l'ultima pagina: cosa facciamo, noi, quando scegliamo un bersaglio che non sa di essere tale? Capita con le persone che ci hanno fatto soffrire e che nel frattempo hanno continuato a vivere, distratte, altrove, senza il minimo sospetto di occupare ancora un posto fisso nei nostri pensieri. Capita con le malattie, con le istituzioni, con il destino stesso, a cui parliamo come se potesse sentirci e rispondere. Il capodoglio bianco di Melville non è malvagio: è muto. E quel mutismo, quella mancanza totale di intenzione verso chi lo insegue, è forse la parte più scomoda da accettare in ogni storia di ossessione, anche nella nostra. Vorremmo un avversario che almeno sapesse di esserlo, perché renderebbe la lotta reciproca, quasi leale. Invece il mondo, nella sua parte più vasta, non combatte contro di noi: semplicemente non si accorge di noi, e questo fa più male di qualunque nemico dichiarato.

Non è un caso che a raccontare la vicenda non sia Achab ma Ismaele, un giovane che si imbarca per ragioni opposte alle sue: non per possedere un bersaglio ma per perdersi un poco, per uscire da una malinconia senza nome lasciandosi portare dal mare. Ismaele stringe un'amicizia vera con Queequeg, un ramponiere straniero che gli insegna, senza discorsi, una forma di fiducia che non ha bisogno di nemici per sentirsi piena. Sono due modi diversi di stare al mondo imbarcati sulla stessa nave: uno che cerca un senso ultimo da strappare con la forza a una natura che tace, l'altro che si accontenta di un legame, di un pasto condiviso, di una notte passata a parlare con uno sconosciuto che diventa, quasi senza accorgersene, un fratello. Alla fine solo il secondo modo lascia scampo.

L'eco che resta

Forse la domanda più onesta che Moby Dick lascia in sospeso non è se Achab avesse ragione a odiare la balena, ma quanto spesso, nella nostra vita più minuta, scegliamo una balena bianca anche noi: un torto, un rimpianto, un'ingiustizia subita, e decidiamo di farne la rotta intera della nostra nave, convinti che inseguirla fino in fondo sia l'unico modo per dare un senso a ciò che ci è successo. Nessuno sale a bordo pensando di finire come Achab. Ci si sale sempre pensando di avere ancora il controllo della rotta, di poter tornare a terra quando si vuole, di usare l'ossessione come strumento e non come padrona. La differenza, forse, non si misura mai nell'intensità dell'inseguimento, ma in quante altre cose restano ancora vive accanto ad esso: un'amicizia, una curiosità per il mondo che non c'entra nulla con la ferita, una sera in cui si riesce a pensare a qualcos'altro senza sforzo. Quando non resta più nulla accanto alla caccia, la nave ha già smesso, in un certo senso, di appartenerci.

Il libro

Moby Dick, o la Balena fu pubblicato da Herman Melville nel 1851 e oggi è considerato uno dei vertici della letteratura americana, sebbene al momento dell'uscita fu accolto con tiepidezza, se non con vero fastidio: la critica dell'epoca non seppe bene che farsene di un romanzo che mescolava avventura marinara, trattati di cetologia, monologhi shakespeariani e digressioni filosofiche, e le vendite restarono modeste per il resto della vita di Melville. La riscoperta arrivò solo nel Novecento, quando il libro fu riletto come una delle esplorazioni più ambiziose mai tentate sul tema del male, del destino e dell'ostinazione umana.

La trama, a grandi linee: Ismaele si imbarca sulla baleniera Pequod, comandata dal capitano Achab, che rivela all'equipaggio il vero scopo del viaggio, non la caccia commerciale alle balene ma la vendetta personale contro Moby Dick, il capodoglio bianco che gli ha strappato una gamba. Il viaggio attraversa gli oceani tra incontri con altre navi, digressioni sulla storia e la scienza della caccia alle balene, e il progressivo isolamento di Achab nella propria ossessione, fino allo scontro finale, che si consuma in tre giorni di inseguimento e si chiude con la distruzione della nave e di quasi tutto l'equipaggio. Solo Ismaele sopravvive, aggrappato a una bara trasformata in salvagente, raccolto infine da un'altra baleniera, la Rachel.

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A chi potrebbe interessare questa riflessione? !

Il libro, capitolo per capitolo

Capitoli 1-9: Ismaele va per mare

Ismaele, in preda a una malinconia senza nome, decide di imbarcarsi come marinaio semplice su una baleniera. A New Bedford alloggia allo Spouter-Inn, dove è costretto a dividere il letto con Queequeg, un ramponiere tatuato proveniente da un'isola dei mari del Sud. Nonostante lo spavento iniziale, tra i due nasce una solida amicizia. Prima di salpare da Nantucket, Ismaele e Queequeg assistono nella cappella dei marinai al sermone di Padre Mapple sulla storia di Giona, un racconto di fuga, castigo e sottomissione al volere divino che anticipa i temi del romanzo.

Capitoli 10-21: L'imbarco sul Pequod

Ismaele e Queequeg rafforzano il loro legame fraterno e decidono di imbarcarsi insieme. A Nantucket firmano il contratto per la baleniera Pequod, nave bizzarra e ornata di ossa di balena, trattando il compenso con i proprietari Peleg e Bildad. Un misterioso marinaio di nome Elia lancia oscuri presagi sul capitano Achab e sul destino della nave, senza che nessuno vi presti vera attenzione. Vengono presentati altri membri dell'equipaggio e la vita febbrile dei preparativi alla partenza, mentre Achab resta chiuso nella sua cabina, ancora invisibile agli occhi di Ismaele.

Capitoli 22-29: Si salpa, i ritratti degli ufficiali

Il Pequod lascia finalmente Nantucket nel giorno di Natale. Melville dedica un'ampia sezione ai ritratti dell'equipaggio: il primo ufficiale Starbuck, uomo pio e prudente; il secondo ufficiale Stubb, spensierato e fatalista; il terzo ufficiale Flask, pratico e privo di immaginazione; e i rispettivi ramponieri, tra cui Queequeg. Ismaele riflette sulla condizione sociale dei marinai e sull'onore nascosto del loro mestiere. Achab compare finalmente sul ponte, segnato nel corpo da una gamba di osso di balena che sostituisce quella perduta, e la sua presenza cupa comincia a gravare sulla nave.

Capitoli 30-36: Achab rivela la sua vendetta

Nella celebre scena del cassero, Achab inchioda al'albero maestro un doblone d'oro, promettendolo a chi per primo avvisterà Moby Dick, il capodoglio bianco che gli ha strappato la gamba. Rivela all'equipaggio sbalordito che lo scopo reale del viaggio non è la caccia commerciale ma la vendetta personale contro quell'unica balena. Nonostante i dubbi morali di Starbuck, che vede nell'impresa una follia empia, Achab trascina tutti con sé in un giuramento rituale, brindando con lance incrociate. Ismaele riflette sulla natura ambigua del male incarnato in una creatura muta e indifferente.

Capitoli 37-45: Soliloqui, dubbi e leggende sulla balena

Una serie di monologhi interiori, di Achab, Starbuck e Stubb, scava nelle diverse reazioni dell'equipaggio di fronte all'ossessione del capitano. Il celebre capitolo sulla bianchezza della balena esplora perché proprio quel colore, più del nero, susciti in Ismaele un terrore metafisico, legato al sospetto di un vuoto o di un'indifferenza cosmica dietro l'apparenza delle cose. Si raccolgono anche le leggende e le voci marinaresche sulla ferocia quasi soprannaturale di Moby Dick, già responsabile di altre mutilazioni e naufragi, costruendo attorno alla balena un'aura quasi mitologica prima ancora del suo apparire.

Capitoli 46-54: Fedallah, i primi incontri, la storia del Town-Ho

Emerge la presenza enigmatica di Fedallah, un ramponiere parsi tenuto segreto da Achab insieme a un equipaggio personale riservato alla sua scialuppa. La caccia vera e propria comincia con i primi avvistamenti e abbassamenti delle lance, episodi che rivelano la ferocia e il pericolo del mestiere. Durante un incontro con un'altra nave, Ismaele riporta la storia del Town-Ho, un racconto di ammutinamento sedato indirettamente da un attacco di Moby Dick, ulteriore tassello che accresce la fama quasi leggendaria del capodoglio bianco anche agli occhi di altri equipaggi.

Capitoli 55-65: Digressioni sulla cetologia e prima caccia

Melville inserisce un lungo blocco enciclopedico sulle rappresentazioni artistiche e scientifiche delle balene, classificandole e correggendo gli errori diffusi nell'iconografia dell'epoca. Alternando sapere e narrazione, descrive poi i fenomeni naturali incontrati dal Pequod, come il brit e i calamari giganti, prima di raccontare la prima uccisione di una balena da parte di Stubb. Seguono le pratiche concrete della caccia: l'arpionamento, la corda che lega vita e morte del rampone al marinaio, e il primo contatto diretto dell'equipaggio con la violenza materiale del mestiere.

Capitoli 66-73: Lavorare la balena, nuovi presagi

Dopo l'uccisione, l'equipaggio procede allo smembramento della carcassa: il taglio del grasso, l'estrazione della testa, le macabre scene degli squali che si cibano della carogna legata alla nave. Il Pequod incrocia la Jeroboam, nave segnata da un equipaggio in preda a deliri profetici legati, ancora una volta, a Moby Dick. Si moltiplicano i piccoli segni e presagi che costellano il viaggio, mentre Ismaele alterna il resoconto tecnico del lavoro baleniero a riflessioni più ampie sulla fragilità della vita umana sospesa sull'abisso marino.

Capitoli 74-81: Le due teste, altri incontri in mare

Ismaele confronta scientificamente e filosoficamente la testa del capodoglio e quella della balena franca, legando le osservazioni anatomiche a riflessioni sulla cecità e sulla conoscenza parziale che ogni essere umano ha del mondo. Il Pequod continua la rotta incrociando altre baleniere in incontri chiamati gam, occasioni di scambio di notizie e di ulteriori voci su Moby Dick. La caccia procede con alterne fortune, mentre il distacco di Achab dal resto dell'umanità a bordo si fa sempre più evidente agli occhi di Ismaele.

Capitoli 82-93: Miti, storia della caccia e la follia di Pip

Nuove digressioni ripercorrono i miti e la storia antica della caccia alle balene, da Perseo a Giona, intrecciando cultura ed economia del mestiere. Il momento più toccante della sezione è la caduta in mare del piccolo Pip, mozzo di colore abbandonato per errore in acque aperte: il terrore dell'abbandono gli sconvolge la mente, e da quel momento Pip diventa una sorta di innocente profeta folle, tollerato a bordo quasi come una coscienza impazzita della nave stessa. Il lavoro quotidiano prosegue tra i turni ai fornelli per fondere il grasso, di notte, in scene quasi infernali.

Capitoli 94-101: Il lavoro condiviso, l'equipaggio cosmopolita

Tra le pagine più sensoriali del romanzo, Ismaele descrive la stretta del grasso di balena purificato, un'operazione che genera in lui un raro momento di tenerezza e comunione fisica con i compagni di lavoro. Si susseguono altre digressioni su strumenti e usanze della nave, sulla provenienza di un equipaggio composto da marinai di ogni nazione e colore, vera umanità in miniatura radunata attorno a un unico scopo. Un incontro con la baleniera Samuel Enderby offre un nuovo racconto su Moby Dick, questa volta dalla voce di un capitano che ha perso un braccio nello stesso modo in cui Achab ha perso la gamba.

Capitoli 102-114: Ombre crescenti, la bara di Queequeg

Nuove digressioni storiche e simboliche, tra cui la celebre immagine dello scheletro di balena trasformato in tempio su un'isola, preparano il lettore a un'atmosfera sempre più cupa. Queequeg si ammala gravemente e fa costruire la propria bara, che poi, guarito all'improvviso, trasforma in cassa per i suoi tesori. Achab, nel frattempo, rompe in un gesto di sfida il quadrante di bordo, rifiutando gli strumenti di orientamento tradizionali in favore di una rotta dettata solo dalla propria ostinazione, mentre Starbuck osserva impotente la deriva morale del capitano.

Capitoli 115-126: Segni, tempesta e bussola invertita

Il Pequod incontra la baleniera Bachelor, festante e indifferente alla caccia a Moby Dick, e più avanti la Rachel, il cui capitano implora invano Achab di aiutarlo a cercare il proprio figlio disperso in mare durante un attacco della balena bianca. Una violenta tempesta si abbatte sulla nave, accompagnata dal fuoco di Sant'Elmo sugli alberi, fenomeno che Achab interpreta come un segno favorevole al proprio destino. La bussola risulta invertita dal fulmine e il salvagente a forma di bara, ricavato dalla cassa di Queequeg, viene preparato quasi in presagio dell'esito ormai vicino.

Capitoli 127-135: La caccia finale e il naufragio

Negli ultimi capitoli il Pequod avvista finalmente Moby Dick e la caccia si protrae per tre giorni consecutivi, raccontati ciascuno in un capitolo a sé. Ogni giorno le scialuppe calano in mare e vengono spezzate o rovesciate dalla furia della balena, mentre Achab, ferito nell'orgoglio oltre che nel corpo, rifiuta ogni segno di resa. Starbuck tenta un'ultima, disperata supplica perché il capitano rinunci all'inseguimento e torni dalla propria famiglia, senza alcun successo. Il terzo giorno il capodoglio bianco sfonda lo scafo del Pequod, che comincia ad affondare, mentre Achab resta avvinghiato dalla propria lenza di rampone e sparisce con la balena negli abissi, trascinando con sé quasi tutto l'equipaggio.

Epilogo

Solo Ismaele sopravvive al naufragio del Pequod, risucchiato dal vortice della nave che affonda ma poi risputato in superficie, dove resta a galla per un giorno intero aggrappato alla bara-salvagente costruita in precedenza per Queequeg e mai più utilizzata da lui. Viene infine raccolto dalla Rachel, la baleniera incontrata poco prima, ancora in cerca del figlio del proprio capitano disperso in mare, ironia del destino che chiude il cerchio aperto nei capitoli precedenti e lascia Ismaele come unico testimone superstite, capace di raccontare l'intera vicenda del Pequod e del suo capitano.

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