Homo Deus (2015)·Yuval Noah Harari·28·09·2026
Il traguardo che si allontana
Appena arriviamo dove volevamo, lo sguardo si sposta già oltre: è la stessa fame che, secondo Harari, spingerà l'umanità dalla sopravvivenza alla ricerca della felicità perfetta e dell'immortalità, senza mai fermarsi a godersi ciò che ha.
La fame che non si placa mai
C'è un momento, nella vita di chiunque, in cui si raggiunge un obiettivo inseguito per anni: il lavoro che si voleva, la casa, la relazione stabile, il corpo in forma, il conto in banca che finalmente non fa più paura. E per qualche settimana, a volte solo per qualche giorno, sembra che tutto sia a posto. Poi, quasi senza accorgersene, lo sguardo si sposta già oltre: c'è un lavoro migliore, una casa più grande, un corpo ancora più performante, un obiettivo nuovo che prende il posto di quello appena conquistato. Non ci si ferma mai davvero a godersi il traguardo, perché il traguardo, non appena lo si tocca, smette di essere tale e diventa il nuovo punto di partenza.
Questa fame che non si placa non è un difetto personale, una debolezza di carattere da correggere con un po' di gratitudine in più. È qualcosa di più profondo e, forse, di strutturale: una volta risolti i problemi che davano forma e urgenza all'esistenza, se ne inventano altri, e quelli nuovi sono sempre un gradino più in alto, sempre leggermente fuori portata. Non ci si accontenta mai della sopravvivenza garantita: la si trasforma subito in pretesa di benessere, poi il benessere in pretesa di felicità, e la felicità, una volta assaggiata, in pretesa di qualcosa che assomiglia sempre di più all'eternità.
Quando il bersaglio si sposta da solo
È esattamente questo meccanismo, applicato non al singolo individuo ma all'intera specie, che Yuval Noah Harari mette a fuoco in Homo Deus. Per millenni l'umanità ha avuto tre nemici fissi: la carestia, le epidemie, la guerra. Erano bersagli enormi, ma fermi; si sapeva contro cosa si stava combattendo. Oggi, sostiene Harari, quei tre flagelli sono per la prima volta nella storia in gran parte sotto controllo, almeno nelle società più ricche. E cosa succede quando i vecchi nemici vengono sconfitti? Non arriva la quiete. Arrivano nuovi progetti, ancora più ambiziosi: sconfiggere la morte stessa, ingegnerizzare la felicità come si ingegnerizza un farmaco, potenziare la mente e il corpo fino a superare i limiti biologici che ci hanno definiti finora.
Il libro accompagna questa idea con leggerezza, quasi giocando con lo spaesamento che genera: se il progetto dell'umanismo era mettere l'essere umano al centro di tutto, cosa resta di quel centro quando algoritmi capaci di leggere le nostre emozioni meglio di noi cominciano a decidere cosa ci piace, cosa ci convince, persino chi amare? Harari non offre una risposta consolatoria. Mostra piuttosto come la stessa irrequietezza che spinge una persona a non fermarsi mai al traguardo raggiunto sia, moltiplicata su scala planetaria, la forza che sta spingendo la specie verso territori che fino a poco tempo fa appartenevano solo alla fantascienza o alla teologia.
E qui la domanda smette di riguardare l'umanità in astratto e torna a riguardare ciascuno di noi, nel quotidiano. Se anche si ottenesse tutto quello che si insegue, se la salute fosse perfetta, il lavoro appagante, le relazioni solide, resterebbe davvero soddisfatti? O si scoprirebbe, come sembra suggerire la traiettoria stessa della specie, che la soddisfazione non è un punto fermo ma un orizzonte che retrocede ogni volta che ci si avvicina? Forse la domanda più onesta da farsi non è "cosa mi manca per essere felice", ma "sarei capace di riconoscere la felicità anche se la avessi già, oppure il mio sguardo è ormai addestrato a guardare sempre un passo più in là"?
Non è una domanda che ammette una risposta definitiva, e forse è proprio questo il punto: imparare a convivere con un desiderio che non si esaurisce, senza lasciare che sia lui a decidere da solo dove punteremo lo sguardo domani.
Il libro
Homo Deus (2015) è il saggio con cui lo storico israeliano Yuval Noah Harari ha proseguito il discorso avviato in Sapiens, spostando l'attenzione dal passato dell'umanità al suo possibile futuro. A grandi linee, il libro descrive come le grandi piaghe storiche, fame, peste e guerra, siano state in larga parte arginate, e ipotizza che i prossimi obiettivi dell'umanità saranno l'immortalità, la felicità artificiale e il potenziamento tecnologico dell'essere umano fino a una condizione quasi divina, da cui il titolo. Harari attraversa storia, biologia, economia e filosofia della tecnologia per interrogarsi su cosa resterà del libero arbitrio, del lavoro e del senso stesso di "umano" in un mondo dominato da algoritmi e da quello che definisce "dataismo", l'idea che tutto, incluse le nostre menti, possa essere ridotto a flussi di informazione.
Il libro è diventato un bestseller internazionale, tradotto in decine di lingue, ed è stato accolto con un misto di entusiasmo e scetticismo: apprezzato per la capacità di rendere accessibili temi complessi e per lo sguardo ampio che intreccia discipline diverse, criticato da alcuni storici e scienziati per un certo gusto per la provocazione e per previsioni presentate con più sicurezza di quanta la materia, per sua natura incerta, ne consentirebbe. Resta, al di là delle polemiche, un libro che ha contribuito a portare nel dibattito pubblico interrogativi che fino a poco tempo prima erano confinati ai laboratori di intelligenza artificiale e alle facoltà di filosofia: cosa vogliamo diventare, e se davvero lo vogliamo.
E ora che sei arrivato in fondo alla riflessione, votala da 1 a 5 .
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