Diventare (2018)·Michelle Obama·30·09·2026
L'arte di restare incompiuti
C'è un'età in cui pensiamo che diventare qualcuno significhi smettere di cambiare. Ma la vita, guardata da vicino, non finisce mai di scriversi.
C'è un'idea che portiamo dentro fin da bambini, quasi senza accorgercene: che crescere significhi arrivare a qualcosa. Finire la scuola, trovare un lavoro, costruire una famiglia, diventare finalmente «quello che siamo», come se dietro ogni tappa ci aspettasse una versione definitiva di noi, pronta a essere indossata e mai più tolta. Poi la vita si incarica di smentirci, una mattina qualunque, quando ci accorgiamo che quella versione definitiva non è mai arrivata, e forse non arriverà mai.
Il mito del traguardo
Passiamo anni a inseguire soglie: il diploma, il primo stipendio, la casa, il ruolo che pensavamo ci avrebbe finalmente definiti. E quando le raggiungiamo, capita spesso di provare uno strano vuoto, invece della pienezza promessa. Non perché quelle mete non contassero, ma perché avevamo sbagliato a immaginarle come punti d'arrivo. Nessun traguardo chiude la partita: ne apre semplicemente un'altra, con regole diverse e domande nuove su chi vogliamo essere adesso, non su chi eravamo quando abbiamo cominciato a correre.
C'è un libro che racconta bene, quasi per contrasto, quanto sia illusoria questa idea del traguardo raggiunto. È il memoir di Michelle Obama, intitolato per l'appunto Diventare: un titolo che sembra promettere un punto fermo e che invece, pagina dopo pagina, l'autrice trasforma in un participio presente, un'azione che continua per tutta la vita, senza mai concludersi in un sostantivo definitivo. Anche una vita arrivata ai vertici della visibilità pubblica, sembra dirci il libro con leggerezza, non smette di essere un cantiere aperto.
Le identità che restano aperte
Una delle fatiche più sottili dell'esistenza adulta è convivere con più versioni di sé stessi nello stesso momento, senza sentirsi in colpa per nessuna. Si può essere genitori e continuare a essere, dentro, i figli spaventati che eravamo. Si può occupare un ruolo pubblico e restare, nel privato, incerti su tutto. Temiamo spesso che cambiare significhi tradire chi siamo stati, come se ogni nuova versione di noi dovesse cancellare le precedenti per essere autentica. Ma le identità non funzionano a strati che si sostituiscono: funzionano a cerchi che si sovrappongono, e la voce di ciò che siamo state e stati non smette mai del tutto di parlare, anche quando cambiamo casa, lavoro, città, persino il modo in cui ci presentiamo agli altri.
Ciò che rende sopportabile questa mancanza di stabilità non è trovare finalmente la forma giusta in cui restare, ma fare pace con l'idea che una forma giusta e definitiva non esiste. Chi ci ha preceduto in famiglia, chi ci ha insegnato cosa aspettarci dalla vita, spesso ci ha consegnato un'idea di maturità come approdo sicuro. Ma la maturità, forse, è proprio la capacità di restare in movimento senza vertigini, di guardare la propria storia come un percorso ancora aperto anche quando gli anni si accumulano e la tentazione di dichiararsi «arrivati» si fa più forte.
Questo vale anche per le scelte che sembrano irreversibili: la carriera intrapresa, il ruolo che ci siamo costruiti agli occhi degli altri, l'immagine che abbiamo imparato a proiettare per essere riconosciuti. Nessuna di queste cose ci obbliga a restare identici a come eravamo quando le abbiamo scelte. Possiamo onorare il passato senza esserne prigionieri, portarlo con noi come materiale utile, non come sentenza definitiva su chi possiamo ancora diventare.
E allora la domanda che vale la pena portarsi a casa non è «sono finalmente arrivato a essere chi dovevo essere», ma piuttosto: cosa sto ancora diventando, in questo momento preciso, mentre penso di essermi già fermato? Forse la parte più onesta di noi non è mai quella che si racconta come conclusa, ma quella che ammette, senza vergogna, di essere ancora, ostinatamente, in costruzione.
Il libro
Diventare (Becoming, 2018) è il memoir di Michelle Obama, avvocata, ex first lady degli Stati Uniti. Il libro ripercorre, a grandi linee, tre fasi della sua vita: l'infanzia e la giovinezza nel South Side di Chicago, in una famiglia di modeste condizioni ma di forti valori; gli anni della formazione, del lavoro come avvocata e dell'incontro con Barack Obama, con le difficoltà di conciliare ambizioni personali, maternità e vita di coppia; infine gli anni alla Casa Bianca, vissuti tra l'esposizione mediatica, l'impegno nelle iniziative sociali e la ricerca di un equilibrio familiare sotto gli occhi del mondo intero.
Pubblicato nel 2018, il libro è diventato in breve tempo un fenomeno editoriale globale, con decine di milioni di copie vendute e traduzioni in numerosissime lingue. La critica ne ha apprezzato soprattutto la voce narrativa, definita diretta, calda e priva di retorica politica, capace di parlare tanto della grande storia americana quanto di questioni quotidiane come l'identità razziale, il lavoro delle donne e la fatica di conciliare vita privata e vita pubblica. Alcuni osservatori hanno notato che il libro resta volutamente cauto sul piano strettamente politico, scegliendo di privilegiare il racconto personale rispetto all'analisi degli anni di presidenza: una scelta che ne ha ampliato il pubblico, ma che ha anche lasciato alcuni lettori con la curiosità di saperne di più sui retroscena istituzionali. Resta, comunque, uno dei memoir più letti e discussi degli ultimi anni, spesso citato come esempio di come una vita straordinaria possa raccontarsi con gli strumenti dell'esperienza comune.
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