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rivista di divulgazione culturale

La solitudine dei numeri primi (2008)·Paolo Giordano·11·09·2026

La distanza che chiamiamo amore

C'è una vicinanza che non guarisce nulla ed è forse l'unica che sappiamo darci: la storia di due persone che restano accanto senza mai toccarsi davvero ci costringe a chiederci se la distanza che teniamo dagli altri sia protezione o condanna.

Ci sono persone che ami tenendo un passo di distanza per tutta la vita, e chiami quella distanza rispetto, o pudore, o pazienza, quando in realtà è paura. Paura che avvicinarsi ancora significhi rompere qualcosa che, così com'è, almeno regge. Molti di noi hanno una relazione fatta esattamente così: vicinissima e mai risolta, calda e mai completa, la persona che chiami per prima quando succede qualcosa di importante ma con cui non hai mai detto la cosa più importante di tutte.

La solitudine che ci scegliamo

Non nasciamo soli per natura: lo diventiamo, di solito, per una ferita precisa che possiamo anche non ricordare più nei dettagli, ma di cui portiamo la cicatrice nel modo in cui stiamo al mondo. C'è chi impara da bambino che fidarsi costa caro, e da allora costruisce ogni legame lasciando una via di fuga aperta. C'è chi impara che essere visti fa male, e allora si rende un po' invisibile: parla meno di sé, si scusa per occupare spazio, sceglie amori che non chiedono troppo. La solitudine, in questi casi, non è un'assenza; è una strategia, elaborata così presto e con tanta cura che ormai la scambiamo per carattere.

Il problema è che questa strategia funziona benissimo per sopravvivere e malissimo per vivere davvero. Ci protegge dal dolore acuto del rifiuto, ma ci consegna a un dolore più sordo e più lungo: quello di stare accanto a qualcuno per anni sapendo, in un angolo della mente che non guardiamo mai direttamente, che potremmo avvicinarci di più e abbiamo deciso di no. Si può amare così una vita intera. Si può persino chiamarlo amore, ed è anche vero, solo che è un amore a cui manca l'ultimo passo, quello più semplice e più temuto.

Il passo che non arriva mai

È qui che La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano offre un'immagine capace di dire in poche righe quello che tante analisi non dicono in pagine intere. Il romanzo racconta Alice e Mattia, segnati entrambi da un evento dell'infanzia che li ha lasciati convinti di essere, in qualche modo, difettosi; e li fa muovere uno accanto all'altra per vent'anni senza mai fonderli davvero. Il titolo prende in prestito un'idea dalla matematica: i numeri primi gemelli sono coppie di numeri primi separati da una sola unità pari, come 11 e 13, o 17 e 19, vicinissimi sulla retta dei numeri eppure sempre divisi da un numero che non è mai primo come loro. Non si toccano mai. Restano prossimi per sempre, condannati dalla loro stessa natura a una distanza minima e insuperabile.

È una metafora quasi crudele nella sua precisione, perché descrive esattamente quel tipo di legame che molti riconoscono a occhi chiusi: due persone che si cercano, si capiscono meglio di chiunque altro, e restano comunque separate da qualcosa che nessuna delle due riesce a nominare, tanto meno a rimuovere. Non è mancanza di amore. È che l'amore, da solo, non basta a colmare uno spazio che è stato scavato da un altro dolore, più vecchio e più profondo di quel legame.

Cosa ci chiede di guardare

La domanda che il libro lascia aperta, e che forse è la sua eredità più onesta, è se quello spazio vada davvero colmato, o se qualcuno di noi sia condannato a restare un numero primo, prezioso proprio nella sua irriducibilità, ma inevitabilmente solo. Giordano non dà una risposta consolatoria, e proprio per questo suona vera: ci sono ferite che non richiudiamo semplicemente trovando la persona giusta, perché il problema non era trovarla, era imparare a lasciarsi raggiungere.

Forse la domanda più utile da farsi, chiusa l'ultima pagina, non è se troveremo qualcuno capace di colmare la distanza. È se, quando quel qualcuno arriva, e a volte arriva davvero, saremo capaci di smettere di misurare lo spazio tra noi e lui, per una volta, e di fare quell'ultimo passo che nessun numero primo può fare da solo. Restare vicini per una vita intera senza mai toccarsi è già una forma di fedeltà. Ma resta la domanda, sottile e scomoda: è la distanza che ci tiene al sicuro, o è la distanza che ci tiene soli?

Il libro

La solitudine dei numeri primi è il romanzo d'esordio di Paolo Giordano, fisico prima che scrittore, pubblicato nel 2008 e vincitore dello stesso anno del Premio Strega, diventato un caso editoriale internazionale con traduzioni in decine di lingue. Segue le vite parallele di Alice e Mattia dall'infanzia all'età adulta, ciascuno segnato da un trauma che ha isolato l'altro dal mondo: un incidente sugli sci per lei, la scomparsa della sorella gemella per lui. I due si incontrano da adolescenti, riconoscono l'uno nell'altra una solitudine identica alla propria, e costruiscono un legame che dura decenni senza mai risolversi in una vera unione. La critica accolse il romanzo con grande favore per la scrittura asciutta e la capacità di rendere il dolore interiore senza sentimentalismo, pur non mancando chi vi lesse un certo compiacimento nella cupezza dei personaggi; resta, comunque lo si giudichi, uno dei romanzi italiani più letti e discussi degli anni duemila, e uno dei pochi capaci di trasformare un concetto matematico in un'immagine emotiva che è entrata nel linguaggio comune.

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