Educated (2018)·Tara Westover·06·09·2026
La distanza necessaria
Diventare se stessi, a volte, significa allontanarsi da chi ci ha fatto nascere: una riflessione su quanto costa la propria voce, e su chi resta indietro quando impariamo a pensare con la nostra testa.
C'è un momento, nella vita di chiunque cresca davvero, in cui la voce che ci ha insegnato a parlare smette di essere l'unica voce credibile. Non succede in un giorno solo: succede a strappi, in una serie di piccoli tradimenti che nessuno festeggia, perché ogni passo verso la propria testa è anche un passo lontano da chi quella testa l'ha, in un certo senso, plasmata per primo. Si chiama crescere, ma potremmo chiamarlo anche in un altro modo: imparare a non fidarsi più ciecamente di chi amiamo.
Il diritto di ricordare diversamente
Nessuno ci avverte che diventare adulti significa, prima di tutto, riscrivere la storia che ci hanno raccontato su noi stessi. Da bambini ereditiamo una versione del mondo insieme al cognome: questo è successo, questo è chi sei, questo è ciò che è giusto pensare. Per molti quella versione resta sostanzialmente intatta per tutta la vita, aggiustata qua e là, mai davvero rimessa in discussione. Per altri, a un certo punto, qualcosa si incrina: un dettaglio non torna, un ricordo altrui contraddice il proprio, e ci si accorge che la memoria di famiglia non è un archivio neutro, ma un racconto scritto da chi aveva il potere di scriverlo.
Da lì nasce una domanda scomoda, che vale per chiunque abbia mai sentito il bisogno di allontanarsi da dove è nato per capire chi è davvero: chi decide, alla fine, quale versione dei fatti sia quella vera? E soprattutto: che diritto abbiamo di preferire la nostra, quando quella nostra ci separa dalle persone che ci vogliono bene nell'unico modo che conoscono?
Una lingua nuova, imparata da soli
È qui che l'istruzione, quella vera, mostra il suo lato più spietato. Non è solo l'acquisizione di nozioni: è l'acquisizione di un metodo per mettere in dubbio ciò che prima sembrava ovvio. Studiare, nel senso pieno del termine, significa costruirsi strumenti che permettono di guardare la propria origine dall'esterno, per la prima volta, come si guarda un paesaggio da un treno che si allontana. Ed è un'esperienza che consola e ferisce nello stesso momento: consola perché finalmente si capisce, ferisce perché capire, spesso, vuol dire non poter più tornare a essere ciò che si era prima di capire.
Il memoir Educated di Tara Westover racconta con particolare nitidezza questo doppio movimento, ed è per questo che, letto da vicino, smette quasi subito di essere la storia di una ragazza cresciuta senza scuola in una famiglia isolata, e diventa lo specchio di un'esperienza molto più larga: quella di chiunque abbia dovuto imparare, da adulto, una lingua diversa da quella di casa, per riuscire a dire cose che a casa non avevano nome. Non serve essere cresciuti senza banchi né libri per riconoscersi in questo: basta aver sentito, almeno una volta, che il proprio modo nuovo di pensare non aveva più posto alla tavola dove si è imparato a mangiare.
Il costo che nessuno mette in conto
La parte più onesta di questo tipo di percorso, ed è forse la più difficile da accettare, è che non esiste una versione indolore. Si può raccontare la crescita come una favola di riscatto, con l'istruzione nei panni della salvezza che scioglie ogni nodo: ma chi ci è passato davvero sa che il conto, alla fine, arriva sempre, ed è fatto di telefonate che si diradano, di feste comandate passate altrove, di un vuoto che nessun diploma colma. Diventare se stessi ha un prezzo, e quel prezzo si paga quasi sempre in moneta familiare.
Forse la domanda giusta non è se valga la pena pagarlo. Forse è un'altra: possiamo continuare ad amare chi ci ha cresciuto anche dopo aver smesso di credere alla sua versione del mondo? Si può tenere insieme la gratitudine per le radici e la necessità di allontanarsene per respirare? Non è detto che esista una risposta valida per tutti; forse esiste solo il modo in cui ciascuno impara, da solo, a portare quel peso senza farsene schiacciare, né lasciandolo cadere del tutto.
Il libro
Educated, pubblicato nel 2018, è il memoir d'esordio di Tara Westover, cresciuta in Idaho in una famiglia mormone sopravvivenzialista che rifiutava la scuola pubblica, gli ospedali e in larga parte lo Stato stesso. Il racconto segue l'autrice dall'infanzia trascorsa tra il lavoro nella discarica di famiglia e le pratiche apocalittiche del padre, fino alla scoperta tardiva dei libri, il primo vero contatto con l'istruzione formale intorno ai diciassette anni, l'ammissione alla Brigham Young University senza aver mai messo piede in un'aula prima di allora, e il percorso che la porterà fino a un dottorato a Cambridge. Parallelamente alla storia della sua formazione, il libro racconta la frattura sempre più profonda con la famiglia d'origine, segnata da episodi di violenza domestica mai del tutto riconosciuti e da un progressivo, doloroso allontanamento da genitori e fratelli.
Alla sua uscita, Educated è diventato un caso editoriale internazionale, restando per mesi ai vertici delle classifiche americane e ricevendo il plauso di critica e lettori per la scrittura lucida e priva di autocommiserazione con cui Westover affronta un'infanzia estrema senza mai trasformarla in un atto d'accusa gridato. È stato scelto tra i migliori libri dell'anno da numerose testate e discusso a lungo per il modo in cui intreccia il tema dell'istruzione con quello, più scivoloso, della memoria: la stessa autrice, nelle note al testo, ammette le incertezze del ricordo e le versioni divergenti dei fatti raccontate da altri membri della famiglia, lasciando al lettore il compito di orientarsi in quella zona grigia dove la verità personale non coincide sempre con quella degli altri.
E ora che sei arrivato in fondo alla riflessione, votala da 1 a 5 .
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