I promessi sposi (1840)·Alessandro Manzoni·05·09·2026
La pazienza delle cose promesse
C'è un tempo, tra il desiderio e il suo compimento, che nessuno sceglie e che nessuno può abbreviare: è lì, in quell'intervallo scomodo, che si decide chi diventiamo davvero.
Ci sono desideri che sembrano già maturi, pronti, a portata di mano; e poi arriva qualcosa, quasi sempre qualcosa di più grande di noi, a rimandarli. Un ostacolo che non avevamo previsto, una porta che si chiude proprio nel momento in cui credevamo di poterla attraversare. La reazione più naturale, in questi casi, è la rabbia: contro il tempo perso, contro le circostanze, contro chi (o cosa) ci ha messo di traverso. Ma esiste un'altra possibilità, più scomoda e forse più vera: quella lunga attesa non è un vuoto tra noi e ciò che volevamo. È lei, in silenzio, a fabbricare la persona che, un giorno, arriverà davvero a quel traguardo, e che nel frattempo sarà diventata qualcun altro rispetto a chi aveva cominciato ad aspettare.
Quello che il rinvio scava
Pensiamo di sapere che cosa desideriamo e di sapere anche, più o meno, quanto ci vorrà per ottenerlo. Poi la vita smentisce entrambe le previsioni. Non è la privazione in sé a formarci, sarebbe troppo facile pensarlo; è il modo in cui abitiamo il tempo dell'attesa: se lo passiamo a contare i giorni perduti, oppure se, senza smettere di desiderare, lasciamo che quel tempo ci cambi.
C'è un romanzo che mette in scena questo meccanismo con una precisione quasi crudele: due giovani, promessi sposi, vedono la data del loro matrimonio svanire nel giro di una sera, per una minaccia arrivata da chi ha il potere di piegare le regole a proprio vantaggio. Da lì in poi la loro storia non è più la storia di un matrimonio rimandato di qualche settimana, ma di anni interi passati lontani, separati, ciascuno alle prese con prove che nulla hanno a che fare, almeno in apparenza, con l'amore che li aveva uniti. Eppure è proprio in quella lontananza, in quella distanza forzata, che entrambi smettono di essere i ragazzi ingenui di partenza. Il libro non promette che l'attesa sia giusta; mostra però che, attraversata fino in fondo, lascia addosso qualcosa che nessuna scorciatoia avrebbe potuto dare.
Il nemico che portiamo dentro
C'è una tentazione, quando qualcosa ci viene impedito, a immaginare che il colpevole sia sempre fuori: una persona, un'ingiustizia, un caso avverso. Ed è spesso vero. Ma le storie che restano nel tempo sono quelle che non si fermano lì, che continuano a scavare finché non trovano, dentro ognuno dei personaggi, una seconda resistenza, meno visibile e più difficile da nominare: la paura che ci fa tacere quando dovremmo parlare, l'orgoglio che confondiamo con la dignità, l'abitudine al compromesso che chiamiamo prudenza.
Nel romanzo di cui si diceva, il curato incaricato di celebrare le nozze cede alla minaccia non per malvagità, ma per una vigliaccheria minuta e quotidiana, quella che chiunque riconosce di aver praticato almeno una volta. Il vero antagonista della storia, il signore che tiene in ostaggio la ragazza, non viene sconfitto da un esercito o da un tribunale, ma da una notte insonne in cui non riesce più a sostenere il peso di ciò che è diventato. Sono questi, non le battaglie, i punti in cui la trama si gioca davvero: il momento in cui qualcuno, messo di fronte a se stesso, decide se restare quello che è sempre stato oppure no. Vale per i personaggi di un libro scritto due secoli fa e vale, senza tante differenze, per chiunque si trovi oggi a dover scegliere tra il silenzio comodo e la parola scomoda.
Il senso che si vede solo voltandosi indietro
C'è poi un'ultima cosa che questo genere di storie insegna, forse la più difficile da accettare mentre la si sta vivendo: il senso di ciò che accade non si rivela quasi mai nel momento in cui accade. Lo si intuisce, se va bene, soltanto dopo, guardando indietro, quando i frammenti sparsi di dolore, fortuna, incontri casuali e scelte piccole cominciano a comporre un disegno che prima non si vedeva.
Chi vive una carestia, una malattia, una separazione non ne conosce, nel momento stesso in cui la attraversa, il significato: conosce solo la fatica di restare in piedi. È solo più avanti, quando la tempesta si è placata, che si può provare a chiedersi che cosa quel tempo abbia lasciato, che cosa abbia tolto per sempre e che cosa, invece, non si sarebbe potuto avere in nessun altro modo. Non è una consolazione a buon mercato, del tipo per cui tutto accade per una ragione; è qualcosa di più modesto e più onesto: la possibilità di rileggere la propria storia, a cose fatte, senza pretendere di capirla mentre la si sta ancora scrivendo.
Forse la domanda giusta, allora, non è quando arriverà quello che aspettiamo, né se arriverà nella forma in cui lo avevamo immaginato all'inizio. La domanda è chi staremo diventando, silenziosamente, nel frattempo; e se, quando l'attesa sarà finita, sapremo ancora riconoscere in noi qualcosa di ciò che desideravamo custodire fin dal primo giorno.
Il libro
I promessi sposi di Alessandro Manzoni, pubblicato nella versione definitiva nel 1840 dopo una prima edizione del 1827, è ambientato nella Lombardia del Seicento, sotto il dominio spagnolo. Racconta la vicenda di Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, due giovani popolani che vedono impedito il proprio matrimonio dalle mire del signorotto locale don Rodrigo e sono costretti a separarsi e ad affrontare, su strade diverse, le grandi calamità dell'epoca: la carestia, i tumulti popolari, la guerra e infine la peste che devasta Milano, prima di potersi finalmente ritrovare e sposare. Attorno a loro si muove una folla di personaggi indimenticabili, dal vile don Abbondio al tormentato Innominato, dalla monaca di Monza al cardinale Federigo Borromeo.
Considerato il primo grande romanzo moderno della letteratura italiana, fu accolto fin da subito con enorme favore di pubblico e divenne un modello di lingua nazionale, tanto che Manzoni stesso rielaborò il testo per "risciacquarlo in Arno", avvicinandolo al fiorentino colto. La critica ottocentesca ne lodò la costruzione narrativa e l'afflato morale, mentre nel Novecento non sono mancate letture più ambivalenti, attente al pessimismo di fondo che attraversa la fiducia religiosa dell'autore. Resta comunque il romanzo più letto e discusso della tradizione italiana, entrato stabilmente nei programmi scolastici e nell'immaginario collettivo del paese.
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Il libro, capitolo per capitolo
Capitolo I
Nel 1628, don Abbondio, curato pavido e amante della quiete di un paese sul ramo di Como, sta tornando a casa la sera dell'8 novembre leggendo il breviario, quando incontra sul sentiero due bravi al servizio di don Rodrigo. I due gli intimano, con toni di minaccia sempre più espliciti, di non celebrare l'indomani il matrimonio tra Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, pena conseguenze gravissime per lui. Terrorizzato e incapace di opporsi, don Abbondio promette di ubbidire e rincasa sconvolto, tormentato dal pensiero di dover in qualche modo eludere le nozze senza rivelare a nessuno il vero motivo del suo improvviso rifiuto.
Capitolo II
Rincasato sconvolto, don Abbondio trascorre una notte insonne cercando un modo per rimandare le nozze senza scoprire la minaccia ricevuta. Quando Renzo si presenta il giorno dopo, impaziente e felice per il matrimonio ormai prossimo, il curato inventa cavilli burocratici e impedimenti canonici inesistenti, mostrandosi nervoso e contraddittorio. Renzo, insospettito dal comportamento innaturale del prete, lo incalza con domande sempre più pressanti finché don Abbondio, spaventato e messo alle strette, lascia sfuggire un accenno alla minaccia subita e al nome temuto di don Rodrigo, rivelando involontariamente l'esistenza di un potente nemico dietro il rinvio delle nozze.
Capitolo III
Sconvolto dalla scoperta, Renzo corre a riferire tutto a Lucia e alla madre di lei, Agnese, che intuisce subito la gravità della situazione e consiglia di rivolgersi all'avvocato Azzeccagarbugli, noto per la sua abilità nel destreggiarsi tra le leggi. Renzo si reca a Lecco dal legale, che inizialmente lo accoglie con affabilità professionale, ma appena sente pronunciare il nome di don Rodrigo cambia atteggiamento, si spaventa e lo caccia in malo modo, rifiutandosi di immischiarsi. Nel frattempo emerge il retroscena della persecuzione: don Rodrigo si è invaghito di Lucia e, per orgoglio e per una scommessa fatta con il cugino Attilio, ha deciso di conquistarla a ogni costo.
Capitolo IV
Nel disperato bisogno di un consiglio autorevole, la famiglia si rivolge a fra Cristoforo, cappuccino stimato per la sua carità e il suo coraggio morale. Il romanzo ne racconta il passato: da giovane, con il nome di Lodovico, apparteneva alla piccola nobiltà cittadina e, dopo un alterco nato da un'umiliazione subita, uccise in duello un uomo che gli aveva mancato di rispetto; sconvolto dal delitto e dal pentimento, scelse di farsi frate per espiare la colpa e dedicare la vita agli umili. Lucia, incontrandolo, gli confida con vergogna e paura di essere stata insidiata da don Rodrigo durante una funzione in chiesa, e il frate promette di intervenire.
Capitolo V
Fra Cristoforo si reca personalmente al palazzotto di don Rodrigo per tentare di dissuaderlo dai suoi propositi, trovandolo a tavola con il cugino Attilio e altri ospiti che ostentano arroganza nobiliare e disprezzo per la giustizia comune, tra brindisi e battute sprezzanti verso i poveri e verso il clero stesso. Ricevuto con freddezza sarcastica, il frate affronta comunque don Rodrigo a viso aperto, ricordandogli con fermezza le conseguenze morali e divine delle sue azioni. Don Rodrigo reagisce con arroganza, minacciandolo velatamente e negando ogni intenzione malvagia, finché il frate, compreso che ogni parola è vana, si allontana amareggiato, presagendo che prima o poi un castigo più alto colpirà l'uomo che ha davanti.
Capitolo VI
Tornato dalla famiglia, fra Cristoforo riferisce l'esito negativo del colloquio e si mette a organizzare una via d'uscita. Insieme ad Agnese, esperta di piccoli espedienti, si delinea un piano rischioso: costringere don Abbondio a celebrare un matrimonio a sorpresa, pronunciando le formule rituali davanti a due testimoni in modo da rendere valide le nozze anche contro la sua volontà. Parallelamente si predispone un piano di riserva, nel caso il sotterfugio fallisca: la fuga di Lucia e Agnese verso il convento di Monza, dove potrebbero trovare rifugio sicuro sotto la protezione di una monaca di alto lignaggio, mentre Renzo cercherebbe aiuto altrove per la causa comune.
Capitolo VII
Renzo, Lucia e Agnese perfezionano nei minimi dettagli il piano del matrimonio a sorpresa, scegliendo la notte e studiando le mosse da compiere in casa di don Abbondio per coglierlo di sorpresa e pronunciare le parole di rito davanti a testimoni. Contemporaneamente, ignaro dei loro preparativi, don Rodrigo, esasperato dai ripetuti fallimenti, decide di affidare al Griso, capo dei suoi bravi, l'incarico di rapire Lucia quella stessa notte dalla casa di Agnese, approfittando dell'assenza di sorveglianza; si prepara così, senza che nessuno lo sappia, una tragica coincidenza fra le due trame che si intrecceranno proprio nelle stesse ore.
Capitolo VIII
La notte stabilita, il tentativo di matrimonio a sorpresa fallisce clamorosamente: don Abbondio, accortosi delle intenzioni dei giovani, si divincola e grida aiuto, svegliando il vicinato e mandando all'aria il piano. Nello stesso momento i bravi del Griso irrompono nella casa di Agnese per rapire Lucia, ma la trovano vuota, perché le donne si sono già allontanate in tempo grazie all'allarme dato da fra Cristoforo. Compreso che il paese non è più sicuro, i tre fuggitivi, guidati dal frate, lasciano precipitosamente la loro terra nella notte, dirigendosi verso l'Adda; è qui che Lucia pronuncia il celebre e commosso addio ai monti natii, sapendo di non poter più tornare.
Capitolo IX
Dopo la fuga notturna, il gruppo si divide secondo il piano concordato: Lucia e Agnese, accompagnate da un barcaiolo fidato, raggiungono Monza e vengono affidate alle cure di un convento, dove sono accolte con benevolenza dalla misteriosa signora, al secolo suor Gertrude, una monaca di nobile famiglia il cui comportamento appare fin da subito enigmatico e inquieto. Renzo, invece, prosegue da solo verso Milano, munito di una lettera di raccomandazione di fra Cristoforo per un confratello cappuccino, padre Bonaventura, presso il quale spera di trovare protezione e magari giustizia per la propria causa, ignaro delle difficoltà che lo attendono nella grande città in subbuglio.
Capitolo X
Il capitolo si sofferma sulla storia di Gertrude, per approfondire le ragioni del suo carattere tormentato: figlia cadetta di un principe, fu destinata fin dall'infanzia, per ragioni di casato e di eredità, alla vita monastica, e crebbe circondata da educatori e domestici istruiti a instillarle l'idea della vocazione religiosa come unico destino possibile. Nonostante dubbi, ribellioni adolescenziali e persino un tentativo di rivolta, subì pressioni psicologiche sempre più sottili da parte del padre, fino a essere condotta, tra finzioni e paure, a pronunciare i voti perpetui senza aver mai davvero scelto liberamente, portando dentro di sé un risentimento che ne segnerà per sempre la condotta.
Capitolo XI
Furibondo per il fallito rapimento e ossessionato dall'idea di piegare la resistenza di Lucia, don Rodrigo decide di rivolgersi a un personaggio temuto in tutta la regione: l'Innominato, un potente signorotto che vive asserragliato in un castello tra i monti, capace di comandare bande di fuorilegge e temuto persino dalle autorità spagnole, che gli hanno lasciato di fatto il controllo del territorio. Nel frattempo, a Milano, Renzo arriva proprio nel giorno in cui la città è sconvolta da tumulti popolari legati alla carestia e al prezzo del pane, e si trova, senza volerlo, immerso in una folla inferocita e pericolosa.
Capitolo XII
Renzo assiste, dapprima incuriosito e poi sempre più coinvolto, ai tumulti di San Martino: la popolazione affamata assalta i forni, accusati di nascondere il grano per farne salire il prezzo, distruggendo pane, farina e attrezzi da lavoro nella furia della protesta. La rivolta si allarga rapidamente e la folla, non ancora sazia, si dirige verso la casa del vicario di provvisione, ritenuto responsabile della cattiva gestione degli approvvigionamenti, con l'intenzione di linciarlo; Renzo osserva la scena con un misto di comprensione per la fame della gente comune e di inquietudine per la violenza cieca che la folla sta per scatenare.
Capitolo XIII
La situazione precipita quando la folla assedia la casa del vicario, deciso a farne scempio, finché interviene con astuzia il cancelliere Antonio Ferrer, inviato a calmare gli animi: fingendo di voler arrestare lui stesso il vicario per giustizia, riesce a farlo salire sulla propria carrozza e a condurlo via sano e salvo tra la folla plaudente, ingannata dall'abilità oratoria del funzionario. Renzo, che ha seguito l'intera scena da vicino, ne resta impressionato e comincia a esprimere ad alta voce, con ingenuità pericolosa, riflessioni personali sulla giustizia, sui prezzi del pane e sui doveri delle autorità, attirando su di sé sguardi non tutti benevoli.
Capitolo XIV
Esausto e affamato dopo la giornata di tumulti, Renzo si ferma a mangiare in un'osteria, dove il vino allenta la sua prudenza e lo spinge a continuare i discorsi imprudenti contro i potenti e le autorità già tenuti in piazza. Tra gli avventori si trova un notaio criminale travestito, incaricato di individuare e incastrare i responsabili della rivolta, che lo interroga con finta cordialità, lo fa bere ancora e riesce a farsi dire nome, provenienza e dettagli sulla sua vita, per poi andarsene a denunciarlo, mentre l'oste, preoccupato, tenta invano di mettere in guardia il giovane ormai troppo stanco per accorgersene.
Capitolo XV
Il mattino seguente Renzo viene svegliato bruscamente dagli sbirri venuti ad arrestarlo per i discorsi sediziosi pronunciati la sera precedente; portato in strada ancora intontito, riesce con un'improvvisa mossa di astuzia a rivolgersi alla folla presente, gridando di essere perseguitato ingiustamente per aver parlato in difesa del popolo affamato, e solleva così la simpatia dei passanti contro gli sbirri. Nella confusione che ne segue, aiutato dal disordine generale, riesce a divincolarsi e a fuggire tra i vicoli, allontanandosi rapidamente da Milano prima che possa essere ripreso, diretto verso confini più sicuri fuori dal dominio spagnolo.
Capitolo XVI
In fuga e ormai ricercato, Renzo attraversa la campagna evitando le strade principali finché raggiunge il territorio della Repubblica di Venezia, oltre l'Adda, fuori dalla giurisdizione spagnola di Milano. Qui si reca dal cugino Bortolo, filatore di seta emigrato da tempo per lavoro, che lo accoglie con calore e gli offre ospitalità e un impiego nella filanda locale, suggerendogli però di cambiare nome per non destare sospetti tra le autorità, dato il mandato di cattura pendente su di lui. Renzo accetta, sollevato dallo scampato pericolo ma amareggiato al pensiero di dover vivere sotto falsa identità, lontano da Lucia e dal proprio paese.
Capitolo XVII
Stabilitosi sotto il nome fittizio di Antonio Rivolta, Renzo si abitua faticosamente alla nuova vita di lavoratore emigrato, dividendosi tra la gratitudine per l'ospitalità del cugino e l'amarezza per essere diventato, senza colpa reale, un fuggitivo braccato dalla giustizia. Il narratore ne approfitta per riflettere sull'arbitrarietà delle leggi del tempo, capaci di colpire un innocente travolto dagli eventi più che un vero colpevole. Nel frattempo la vicenda si sposta nuovamente su don Rodrigo che, non avendo rinunciato al proprio proposito nonostante l'insuccesso e la fuga di Lucia, comincia a valutare nuove strade, ancora più pericolose, per raggiungere il proprio scopo.
Capitolo XVIII
Le autorità di Milano, informate dei disordini, diramano ricerche su Renzo come sobillatore fuggitivo, e per un certo periodo la sua sorte resta appesa a un filo tra lettere ufficiali, lentezze burocratiche e la protezione discreta offerta dal cugino Bortolo, che riesce a tenerlo al riparo dai sospetti. Nel frattempo, la trama principale avanza: don Rodrigo, deciso a colpire Lucia nel suo rifugio, si accorda segretamente con l'Innominato, offrendogli favori e promesse in cambio dell'organizzazione di un rapimento dal convento di Monza, dando così inizio a una nuova e più insidiosa fase della persecuzione contro la giovane.
Capitolo XIX
Il capitolo approfondisce la figura ambigua dell'Innominato, temuto signore feudale sospeso tra il rispetto formale delle istituzioni e un potere di fatto costruito sulla violenza, raccontando un episodio in cui un prelato tenta invano di dissuaderlo da un delitto minore, rivelandone l'inquietudine crescente verso la propria vita passata. Parallelamente, si racconta come Gertrude, ricattata con l'accusa di una relazione proibita avuta in convento, venga costretta con l'inganno a collaborare al piano, convincendo Lucia a compiere un gesto che la esporrà, senza che la ragazza lo sappia, al rapimento organizzato da don Rodrigo e dall'Innominato.
Capitolo XX
Approfittando dell'inganno ordito da Gertrude, i bravi dell'Innominato riescono a intercettare Lucia mentre si allontana momentaneamente dal convento, e la caricano su una carrozza per condurla, terrorizzata e in lacrime, attraverso sentieri di montagna fino al castello del loro signore. Durante il viaggio, sopraffatta dalla paura e convinta di essere ormai perduta, Lucia fa un voto solenne alla Madonna: se le sarà concessa la liberazione, rinuncerà per sempre a sposare Renzo e resterà vergine per il resto della vita, un voto che peserà a lungo sulla sua coscienza anche dopo la fine del pericolo immediato.
Capitolo XXI
Rinchiusa nella stanza più alta del castello, Lucia trascorre ore di angoscia, pregando e piangendo, mentre la sua sofferenza innocente comincia a scuotere profondamente l'animo dell'Innominato, già da tempo tormentato da un vago disagio interiore verso la propria vita di violenza e sopraffazione. Osservandola attraverso la porta socchiusa, l'uomo è colpito dalla purezza disarmata della ragazza, così diversa dalla durezza a cui è abituato, e trascorre a sua volta una notte insonne, dilaniato tra il ricordo dei delitti commessi e un bisogno crescente, ancora informe, di redenzione.
Capitolo XXII
Al mattino si diffonde nella zona la notizia dell'imminente visita pastorale del cardinale Federigo Borromeo, arcivescovo di Milano noto per la santità di vita e la vicinanza agli umili. La notizia agita ulteriormente l'Innominato, la cui crisi di coscienza, ormai insostenibile dopo la notte insonne, lo spinge a una decisione improvvisa e per lui inaudita: recarsi di persona dal cardinale per confessargli l'intera vita di sopraffazioni e chiedergli consiglio su cosa fare della prigioniera che tiene rinchiusa nel castello, in un moto di resa che sorprende gli stessi suoi uomini.
Capitolo XXIII
L'incontro tra l'Innominato e il cardinale Federigo segna il momento culminante della conversione: le parole umili e ferme del prelato, privo di ogni timore davanti a un uomo temuto da tutti, toccano il cuore del signorotto, che scoppia in lacrime e decide pubblicamente di cambiare vita, restituire i beni mal acquisiti e liberare Lucia. La giovane viene affidata a una famiglia di paese per essere ricondotta in salvo verso la casa di don Abbondio, dove verrà accolta anche dalla governante Perpetua, mentre la notizia della conversione dell'Innominato si diffonde rapidamente destando stupore in tutta la zona.
Capitolo XXIV
Sulla via del ritorno, Lucia racconta alla buona donna che l'accompagna, Rosaria, la propria terribile disavventura, sfogando finalmente il terrore accumulato. Giunta presso don Abbondio, viene poi indirizzata su consiglio del cardinale verso la protezione della nobildonna donna Prassede a Milano, che accetta di ospitarla. Agnese, avvertita della liberazione, raggiunge la figlia commossa, mentre nel paese e tra i conoscenti circolano voci contrastanti e mai confermate sulla sorte di Renzo, di cui da tempo non si hanno più notizie certe, alimentando in Lucia una segreta angoscia che si somma al peso del voto fatto durante la prigionia.
Capitolo XXV
Don Rodrigo, ormai isolato e guardato con crescente disprezzo dopo la conversione del suo alleato Innominato, teme le conseguenze del proprio operato di fronte all'autorità morale del cardinale. Questi, nel corso della visita pastorale, convoca don Abbondio e lo rimprovera apertamente per la vigliaccheria dimostrata nel non aver celebrato a suo tempo il matrimonio tra Renzo e Lucia per paura delle minacce, mettendo a nudo davanti al curato le proprie responsabilità morali e spingendolo, senza riuscirvi del tutto, a un esame di coscienza sul valore del coraggio nel proprio ministero.
Capitolo XXVI
Il cardinale Federigo prosegue il colloquio con don Abbondio esortandolo con pazienza e fermezza a un maggiore coraggio pastorale, pur comprendendone le debolezze umane. Il capitolo si sposta poi sulla vita di Lucia presso donna Prassede, donna profondamente devota ma invadente e convinta di sapere meglio di chiunque altro cosa sia bene per l'anima altrui, che tenta ripetutamente di persuadere la ragazza a dimenticare Renzo per il suo presunto bene spirituale, senza comprendere la sofferenza reale che tali insistenze provocano in una giovane già provata dagli eventi.
Capitolo XXVII
Sullo sfondo si allarga il quadro storico: la guerra di successione del ducato di Mantova coinvolge anche la Lombardia spagnola, con il passaggio di truppe e la minaccia crescente dei lanzichenecchi tedeschi diretti verso il milanese. In questo scenario di instabilità generale si intrecciano ancora le vicende private dei protagonisti: Renzo resta ricercato e lontano da casa, mentre attorno a Lucia, ospite di donna Prassede, continuano i tentativi altrui di decidere per lei, in un contrasto sempre più evidente tra la grande Storia e le piccole, dolorose storie individuali dei personaggi.
Capitolo XXVIII
La carestia, già grave negli anni precedenti, si aggrava ulteriormente e Milano è percorsa da fame diffusa, disordini sporadici e un clima di paura crescente, mentre si avvicina alla città un esercito di lanzichenecchi in marcia attraverso il territorio lombardo. Nessuno sospetta ancora che quelle truppe, oltre alla devastazione militare, porteranno con sé il contagio della peste, destinato a scatenarsi di lì a poco con violenza inaudita, aggiungendo alla fame e alla guerra un terzo flagello che cambierà per sempre il destino di tutti i personaggi della vicenda.
Capitolo XXIX
Al passaggio dei lanzichenecchi, il terrore si diffonde tra la popolazione del paese di don Abbondio, che insieme a Perpetua e a molti compaesani decide di fuggire in cerca di rifugio, dirigendosi verso il castello dell'Innominato, ormai divenuto, dopo la sua conversione, un sicuro protettore dei fuggiaschi del territorio. Durante la fuga concitata, don Abbondio dà ancora una volta prova della sua proverbiale pavidità, lamentandosi e temendo per la propria incolumità a ogni passo, in un episodio che alterna toni comici e la reale drammaticità della situazione bellica in corso.
Capitolo XXX
Dopo la fuga degli abitanti, i lanzichenecchi occupano e saccheggiano il paese ormai deserto, devastando case e masserizie con la consueta brutalità delle soldataglie di passaggio. Al loro seguito, senza che nessuno se ne accorga, viaggia il seme della peste, che le truppe diffondono involontariamente lungo tutto il loro cammino attraverso il territorio lombardo. Di lì a poco il contagio comincerà a manifestarsi con i primi casi sospetti, dando inizio a un'epidemia che presto travolgerà l'intera regione e in particolare la città di Milano, cambiando drasticamente lo sfondo su cui si muoveranno i protagonisti.
Capitolo XXXI
Il capitolo ricostruisce con tono quasi storiografico la diffusione della peste a Milano, a partire dall'incredulità iniziale delle autorità sanitarie e politiche, che per settimane negano l'esistenza del contagio, attribuendo i primi decessi a cause diverse e a superstizioni popolari legate agli untori, presunti diffusori volontari del morbo. Nonostante i tardivi tentativi di isolamento e i provvedimenti del Tribunale di Sanità, l'epidemia dilaga inarrestabile, complice anche la disorganizzazione delle istituzioni e la resistenza della popolazione a credere alla gravità reale della minaccia che si sta abbattendo sulla città.
Capitolo XXXII
Con l'aggravarsi dell'epidemia, Milano precipita nel caos: i morti si contano a migliaia, i lazzaretti si riempiono oltre ogni capacità, e la disperazione popolare si trasforma spesso in violenza cieca contro presunti untori, vittime innocenti di un panico collettivo alimentato da superstizione e sospetto reciproco. Le istituzioni cittadine, già provate dalla carestia e dalla guerra, si trovano completamente sopraffatte dalla gravità della crisi sanitaria, mentre la narrazione manzoniana si sofferma con crudo realismo storico sulla fragilità dei legami sociali quando la paura della morte diventa dominante.
Capitolo XXXIII
Proprio mentre si diverte a schernire un servo malato di peste, don Rodrigo viene a sua volta colpito dal contagio, che lo abbatte rapidamente con febbre e delirio. Il fedele servo Griso, invece di assisterlo, approfitta della sua condizione per derubarlo e lo abbandona al proprio destino, denunciandolo poi ai monatti perché lo portino via. Nel frattempo Renzo, che nella terra bergamasca ha contratto e superato una forma leggera di peste, decide di sfidare il pericolo residuo dei posti di blocco per tornare verso il proprio paese e poi dirigersi a Milano in cerca di notizie di Lucia.
Capitolo XXXIV
Renzo attraversa una Milano irriconoscibile, sconvolta dalla peste, popolata da case sbarrate, cadaveri abbandonati e carri di monatti che percorrono le strade raccogliendo i morti tra grida e canti macabri. Tra le scene più struggenti si incontra quella della madre di Cecilia, che porta lei stessa il corpicino della figlia morta e lo consegna ai monatti con dignità composta, rifiutando che venga toccato con brutalità. Proseguendo tra il dolore diffuso, Renzo giunge infine al grande lazzaretto della città, dove spera, contro ogni probabilità, di ritrovare Lucia ancora viva.
Capitolo XXXV
All'interno del lazzaretto, tra migliaia di appestati assistiti a fatica da religiosi e volontari, Renzo incontra fra Cristoforo, ormai vecchio e a sua volta malato, prossimo alla morte, ma ancora capace di offrire conforto spirituale ai moribondi. Il frate, appresa la presenza nella stessa struttura di don Rodrigo, agonizzante e ormai privo di ogni potere terreno, esorta Renzo a un gesto di autentico perdono cristiano verso l'uomo che tanto male gli ha fatto, aiutandolo a superare l'ultimo residuo di rancore prima di poter finalmente ritrovare Lucia.
Capitolo XXXVI
Guidato da fra Cristoforo tra le baracche del lazzaretto, Renzo ritrova finalmente Lucia, sopravvissuta alla peste e ormai in convalescenza, in un incontro carico di commozione dopo la lunga e dolorosa separazione. Lucia, però, gli ricorda inizialmente il voto di castità fatto durante la prigionia presso l'Innominato, credendo di dover rinunciare per sempre a sposarlo; è ancora fra Cristoforo, con la sua autorità spirituale, a spiegarle che quel voto, fatto in un momento di disperazione estrema e senza la dovuta libertà, può essere sciolto, riaprendo così la strada al matrimonio a lungo atteso.
Capitolo XXXVII
Cessata la violenza dell'epidemia, Renzo lascia Milano e torna al paese natale, dove ritrova Agnese sana e salva e apprende con sollievo, non privo di un pensiero cristiano di pietà, che don Rodrigo è morto di peste nel lazzaretto poco dopo il loro incontro. Si scopre inoltre che, caduto ogni motivo di paura con la scomparsa del persecutore, anche don Abbondio può finalmente essere convinto, sia pure con qualche ultima resistenza caratteriale, a celebrare senza altri indugi le nozze tra i due giovani, ormai libere da qualunque ostacolo esterno.
Capitolo XXXVIII
Renzo e Lucia si sposano finalmente a Milano, nella chiesa dove Lucia ha vissuto parte della propria vicenda, e poco dopo decidono di trasferirsi stabilmente nel territorio bergamasco, lontano dai luoghi che avevano custodito tanto dolore, per ricominciare una vita nuova insieme ad Agnese. Il romanzo si chiude con la celebre riflessione conclusiva di Renzo, che ripensando a tutte le sventure attraversate ne trae il proprio sugo della storia: i guai spesso non si evitano cercandoli né restandone del tutto immuni, ma la fede può dare senso e forza anche al dolore attraversato senza colpa.