Don Chisciotte della Mancia (1605)·Miguel de Cervantes·17·10·2026
Morire guariti
C'è una lucidità che arriva sempre troppo tardi, quando il mondo ci ha già tolto il sogno che ci teneva in piedi: la storia di un vecchio che si inventa cavaliere ci chiede se valga la pena restare sani a quel prezzo.
Ognuno di noi tiene, in un angolo della casa o della mente, gli oggetti di un sogno che il resto del mondo considera infantile: una strada che si voleva prendere, un mestiere che si voleva fare, una fede che non si confessa più ad alta voce. E a un certo punto arriva sempre qualcuno, spesso per affetto, a dire: adesso basta, sii ragionevole. È una delle frasi più pericolose che si possano dire a una persona, perché non chiede di correggere un errore: chiede di rinunciare a ciò che la teneva in piedi.
Il nome che ci scegliamo
C'è un momento, nella vita, in cui ci si sceglie un nome diverso da quello con cui si è nati: non per vanità, ma per poter diventare qualcosa che il nome di prima non conteneva. Un hidalgo di provincia, logorato dalle letture e dalla noia di una vita senza avvenimenti, un giorno decide di chiamarsi Don Chisciotte della Mancia, battezza il suo vecchio cavallo Ronzinante e innalza una contadina che non lo sa nemmeno al rango di dama, Dulcinea del Toboso. Non è pazzia pura, o non è solo quello: è l'atto, radicale e un po' ridicolo, con cui si decide che la propria vita avrà una forma eroica anziché nessuna forma. Chi non l'ha fatto, almeno una volta, dandosi in silenzio un ruolo che nessuno gli aveva assegnato: il protettore della famiglia, l'artista, la persona che non si arrende mai? Il mondo intorno continua a vedere mulini a vento; chi si è dato un nome nuovo vede giganti da affrontare. Il libro ride di questa distanza, ma non la liquida: la racconta con una tenerezza che resiste capitolo dopo capitolo, perché sa che senza quella distanza, senza quel margine di invenzione, la vita di un uomo qualunque sarebbe stata solo il lento spegnersi di un signore di campagna dimenticato da tutti.
Il prezzo della lucidità
Il punto più scomodo della storia non è la follia, ma la sua fine. Dopo centinaia di pagine di sconfitte, bastonate, prese in giro organizzate da chi lo circonda per il proprio divertimento, il cavaliere viene infine sconfitto in duello e costretto a tornare a casa, a posare armi e sogno. E qui, proprio quando ci aspetteremmo il sollievo di una guarigione, arriva invece la parte più triste del libro: l'uomo recupera il senno, rinnega le proprie imprese, si confessa, muore con il suo vero nome, Alonso Quijano, detto il Buono. È la scena che i lettori hanno sempre faticato a reggere, perché mostra qualcosa che preferiremmo non vedere: che tornare alla ragione, quando la ragione significa solo accettare una vita piccola e già finita, può somigliare più a una resa che a una cura. Quante persone, attorno a noi, sono state convinte a essere ragionevoli proprio nel momento in cui questo le ha private dell'unica cosa che le teneva sveglie? La saggezza che il mondo ci offre, a volte, non è la fine della malattia: è la fine della ricerca. Si può essere perfettamente lucidi e, insieme, perfettamente spenti.
Non è un invito a restare ciechi per principio, né a confondere l'illusione con il coraggio: Sancho Panza, al capezzale del suo padrone che rinnega i mulini e le avventure, lo prega di non morire, di rialzarsi, di tornare a essere pazzo con lui. In quella preghiera c'è forse la risposta più onesta che il libro riesce a dare: non tutte le invenzioni su di noi sono menzogne da correggere; alcune sono l'unica forma che la verità ha trovato per diventare vivibile. La domanda che resta, chiusa l'ultima pagina, è quale sogno stiamo chiamando illusione soltanto perché non abbiamo più la forza, o il permesso, di difenderlo.
Il libro
Don Chisciotte della Mancia (El ingenioso hidalgo Don Quijote de la Mancha) fu pubblicato da Miguel de Cervantes in due parti, nel 1605 e nel 1615. Racconta di Alonso Quijano, un nobile di provincia che, dopo aver consumato la mente nella lettura di romanzi cavallereschi, decide di farsi cavaliere errante sotto il nome di Don Chisciotte, armandosi di un'armatura antica e di un ideale cavalleresco già tramontato. Insieme al contadino Sancho Panza, che lo segue come scudiero in cambio della promessa di un'isola da governare, attraversa la Spagna confondendo locande con castelli, greggi con eserciti e mulini a vento con giganti, in una serie di avventure comiche e malinconiche al tempo stesso. Accolto fin da subito come un successo popolare, il romanzo fu presto letto anche come una riflessione profonda sul rapporto tra realtà e immaginazione, e sulla dignità che un'illusione può conferire a una vita altrimenti anonima: è considerato, da buona parte della critica, il primo romanzo moderno, capostipite di una letteratura che guarda ai propri personaggi con ironia e insieme con pietà. Nei secoli è stato letto come satira dei romanzi cavallereschi, come tragedia nascosta sotto la commedia, e come ritratto struggente di un uomo che preferisce inventarsi un mondo più grande piuttosto che accettarne uno troppo piccolo.
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Il libro, capitolo per capitolo
La nascita del cavaliere e i mulini a vento (cap. 1-8)
Alonso Quijano, hidalgo di campagna ossessionato dai romanzi cavallereschi, perde il senno e decide di farsi cavaliere errante sotto il nome di Don Chisciotte della Mancia. Indossa una vecchia armatura di famiglia, battezza il proprio cavallo Ronzinante ed eleva una contadina del vicinato al rango di dama ideale, Dulcinea del Toboso. Nella prima uscita, solitaria, si fa armare cavaliere da un osteria che scambia per castello e torna a casa bastonato da alcuni mercanti. Curato dai suoi cari, organizza una seconda spedizione insieme al contadino Sancho Panza, convinto a fargli da scudiero con la promessa di governare un'isola. Insieme affrontano il celebre scontro con i mulini a vento, scambiati per giganti, episodio che fissa subito il tono comico e malinconico dell'intero romanzo.
La locanda, i pastori e la storia di Marcela (cap. 9-14)
Dopo lo scontro con un biscaglino e l'incontro con monaci benedettini presi per incantatori, i due viaggiatori si fermano in una locanda che Don Chisciotte, fedele alla propria visione, ribattezza castello. Trascorrono poi una notte tra pastori capresi, durante la quale viene raccontata la storia di Marcela, giovane pastorella che rifiuta ogni pretendente in nome della propria libertà, e di Grisostomo, l'innamorato morto di dolore per lei. È il primo di numerosi racconti incastonati che interrompono le avventure principali, offrendo al romanzo una polifonia di voci e di destini amorosi che affiancano, senza mai sovrastare del tutto, le peripezie del cavaliere e del suo scudiero.
I galeotti liberati e le greggi scambiate per eserciti (cap. 15-22)
Le avventure si moltiplicano: uno scontro violento con alcuni mulattieri Yangüesi lascia cavaliere e scudiero pieni di contusioni; Don Chisciotte scambia due greggi di pecore per due eserciti in battaglia e si lancia all'attacco, venendo duramente colpito dai pastori con le fionde. Poco dopo, incontra una fila di galeotti condotti in catene verso i remi del re e, convinto che la libertà di ogni uomo debba essere difesa, li libera con la forza, provocando però la loro rivolta ingrata contro i propri liberatori. L'episodio segna uno dei punti più ambigui del libro: l'ideale cavalleresco, generoso nelle intenzioni, produce conseguenze concrete spesso opposte a quelle sperate.
La penitenza sulla Sierra Morena e l'elmo di Mambrino (cap. 23-30)
In fuga dalla giustizia per la liberazione dei galeotti, i due si rifugiano sulla Sierra Morena, dove Don Chisciotte, a imitazione dei cavalieri dei suoi romanzi, decide di fare penitenza d'amore per Dulcinea, spogliandosi e inscenando una follia volontaria. Qui incontrano Cardenio, un giovane reso folle da un amore tradito, e più avanti Dorotea, donna abbandonata che si finge principessa per aiutare a ricondurre Don Chisciotte a casa. In questo tratto compare anche l'episodio dell'elmo di Mambrino, in cui una semplice bacinella da barbiere viene presa dal cavaliere per un elmo magico, altro emblema della distanza tra ciò che vede lui e ciò che vede il mondo.
Il ritorno alla locanda e le novelle intrecciate (cap. 31-46)
Il gruppo, ormai numeroso, si ritrova nella stessa locanda delle prime avventure, dove si intrecciano nuove storie: la novella del Curioso impertinente, racconto di gelosia e tradimento letto ad alta voce agli ospiti, e la vicenda di Zoraida, una donna moresca convertita che fugge con un capitano cristiano. Don Chisciotte, nel frattempo, combatte contro otri di vino rosso credendo di affrontare un gigante, altro episodio che mescola comicità e vertigine. Il curato e il barbiere del villaggio, giunti anch'essi alla locanda, ordiscono un piano per ricondurre l'hidalgo a casa senza svelargli l'inganno, coinvolgendo Dorotea nei panni di una principessa bisognosa d'aiuto.
La gabbia e il ritorno a casa (cap. 47-52)
Convinto di essere vittima di un incantesimo, Don Chisciotte viene chiuso in una gabbia di legno issata su un carro di buoi e riportato così, tra la costernazione dei contadini che lo vedono passare, al proprio villaggio. Lungo la strada si discute animatamente dei romanzi cavallereschi e del loro valore, mentre Sancho resta fedele al padrone nonostante le beffe subite. La prima parte del romanzo si chiude con il cavaliere ancora convinto della propria missione, affidato alle cure di nipote e governante, e con la promessa, lasciata aperta dall'autore, di future imprese che verranno raccontate soltanto anni dopo, nella seconda parte.
La terza uscita e l'incanto di Dulcinea (Parte II, cap. 1-15)
Dieci anni dopo la pubblicazione della prima parte, Don Chisciotte e Sancho, ormai divenuti personaggi noti grazie al libro scritto sulle loro prime avventure, partono per una terza uscita. Un episodio centrale è il tentativo di Sancho di presentare a Dulcinea una contadina qualsiasi, facendo credere al padrone che un incantesimo l'abbia trasformata, pretesto che userà più volte per gestire le aspettative irrealizzabili del cavaliere. Lungo il cammino affrontano il Cavaliere degli Specchi, in realtà un vicino del villaggio travestito per riportarli a casa, duello che Don Chisciotte vince credendo di aver sconfitto un rivale vero.
Il Cavaliere dei Leoni e le nozze di Camacho (cap. 16-29)
Don Chisciotte si guadagna il soprannome di Cavaliere dei Leoni dopo un'audace, e mai consumata, sfida a due leoni in gabbia trasportati su un carro. Partecipano poi alle nozze del ricco Camacho con la bella Quiteria, dove intervengono a favore dell'amore autentico contro il matrimonio di convenienza. Il momento più straordinario del tratto è la discesa di Don Chisciotte nella grotta di Montesinos, da cui risale raccontando una visione fantastica popolata da cavalieri incantati, episodio che lascia ambigua, più che mai, la linea tra sogno, invenzione e follia agli occhi dello stesso Sancho.
Il castello dei duchi e il governo di Sancho (cap. 30-57)
Una coppia di duchi annoiati, avendo letto la prima parte del libro, accoglie cavaliere e scudiero nel proprio castello e organizza per loro divertimento una lunga serie di burle elaborate, tra cui un viaggio su un cavallo di legno volante e, soprattutto, l'assegnazione a Sancho del governo fittizio dell'isola Barataria. Contro ogni aspettativa, Sancho si rivela un governatore saggio ed equo, capace di risolvere dispute con buon senso contadino, prima di rinunciare spontaneamente all'incarico, stanco delle angherie organizzate contro di lui, affermando di preferire la libertà della propria vita semplice al peso ingannevole del potere.
La sconfitta contro il Cavaliere della Bianca Luna (cap. 58-65)
Lasciato il castello dei duchi, Don Chisciotte attraversa nuove disavventure, tra cui l'incontro con dei banditi catalani e una visita a Barcellona, città in cui assiste persino alla stampa di un libro apocrifo sulle proprie finte imprese, scritto da un autore rivale di Cervantes. Sulla spiaggia della città viene sfidato a duello dal Cavaliere della Bianca Luna, che è in realtà il vicino di casa Sansón Carrasco, ancora una volta travestito per riportarlo alla ragione. Questa volta Don Chisciotte perde il duello e, come condizione della resa accettata, si impegna a tornare al proprio villaggio e a sospendere per un anno le armi.
Il ritorno, il disincanto e la morte di Alonso Quijano (cap. 66-74)
Sconfitto e sempre più stanco, Don Chisciotte torna verso casa insieme a Sancho, incrociando lungo la via ancora altri segnali del proprio fallimento, incluso un altro finto incontro con Dulcinea che non arriva a nulla. Giunto al villaggio, viene colto da febbre e da un sonno lunghissimo, al termine del quale si risveglia lucido, rinnegando ogni fede nei romanzi cavallereschi che lo avevano ispirato. Confessa, redige testamento e muore con il proprio vero nome, Alonso Quijano detto il Buono, tra lo sconforto di Sancho, che lo implora invano di rialzarsi e tornare a essere cavaliere, chiudendo così il romanzo su una nota insieme serena e profondamente malinconica.