Scritto di notte
rivista di divulgazione culturale

La versione di Barney (1997)·Mordecai Richler·16·09·2026

Quello che la memoria salva per ultimo

Raccontarsi è sempre, un poco, un modo di difendersi: ma proprio negli errori di ogni autobiografia si nasconde la confessione più sincera di chi siamo stati per le persone che ci hanno amato.

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C'è un'età della vita, di solito quella in cui si comincia a fare i conti, in cui ci si accorge che il passato non è un archivio ma un cantiere: lo si rimaneggia in continuazione, si sposta un muro qui, si toglie una porta là, finché la casa che abitiamo nella memoria non assomiglia quasi più a quella in cui abbiamo davvero vissuto. Non lo facciamo per malafede. Lo facciamo perché ricordare è già interpretare, e interpretare è già, un poco, mentire per necessità: alla versione dei fatti che ci fa più male preferiamo sempre quella che ci lascia in piedi.

Il problema è che a un certo punto qualcuno, o qualcosa, ci chiede conto di quella versione. Può essere un figlio che ci corregge a tavola, un vecchio amico che racconta un episodio in modo diverso dal nostro, o semplicemente lo specchio del mattino. E allora scopriamo che difendere la nostra storia, anche quando la crediamo vera, è un lavoro pieno di crepe.

La versione che ci conviene

Chi si mette a scrivere di sé, anche solo mentalmente, lo fa quasi sempre per rispondere a un'accusa, dichiarata o immaginata. Ci raccontiamo per giustificarci prima ancora che per capire. Ed è qui che la memoria smette di essere uno strumento neutro e diventa un avvocato difensore: sceglie le prove, tace i testimoni scomodi, arrotonda le date a proprio favore. Non perché noi si sia persone disoneste, ma perché nessuno riesce a essere giudice della propria vita senza, allo stesso tempo, tifare per l'imputato.

La versione di Barney, il romanzo con cui Mordecai Richler ha chiuso la sua opera, mette in scena esattamente questo meccanismo con una lucidità quasi crudele. Barney Panofsky scrive le sue memorie per smontare, punto per punto, l'accusa di omicidio che un vecchio conoscente gli ha rivolto in un libro altrui; e nel farlo si tradisce continuamente, si contraddice, dimentica nomi e date, si corregge da solo qualche pagina dopo. La sua difesa, paradossalmente, è la prova più evidente che nessuna versione dei fatti, nemmeno la propria, è mai davvero affidabile.

Ciò che gli errori raccontano di noi

C'è però qualcosa di più commovente, sotto l'ironia, che vale la pena fermare: gli errori di chi racconta la propria vita non sono mai casuali. Dimentichiamo bene, si potrebbe dire: sbagliamo esattamente ciò che ci fa più comodo sbagliare, e ricordiamo con precisione chirurgica ciò che continua a farci male. Le lacune di una autobiografia, lette con attenzione, sono spesso più sincere delle sue affermazioni. Dicono dove abbiamo sofferto, cosa non siamo mai riusciti a perdonarci, chi abbiamo amato più di quanto fossimo disposti ad ammettere mentre lo amavamo.

È una consolazione strana, ma reale: se anche la nostra versione dei fatti è inaffidabile, essa resta comunque un ritratto fedele, non degli eventi, ma di noi. Il modo in cui una persona deforma il proprio passato è, in fondo, la sua vera confessione: più onesta di qualunque cronaca esatta potrebbe essere. Chi ci ama davvero, forse, non è chi crede a ogni nostra data e a ogni nostro nome, ma chi sa leggere, dietro le distorsioni, cosa stavamo davvero cercando di dire.

Questo vale ancora di più quando il corpo comincia a tradire la mente, quando i vuoti nella memoria non sono più scelte inconsapevoli ma perdite vere, e la storia che raccontiamo di noi comincia a sfaldarsi non per convenienza ma per malattia. È allora che la domanda cambia natura: non più "che cosa è davvero successo", ma "chi resta, quando i fatti se ne vanno e restano solo gli affetti a cui ci siamo aggrappati per ultimi". Non è un caso che, alla fine, quasi tutti ricordiamo con più forza le persone che ci hanno amato piuttosto che gli eventi in cui le abbiamo incontrate: il cuore tiene un archivio diverso da quello della cronaca, e forse più vero.

Il diritto di raccontarsi male

C'è infine da chiedersi se abbiamo il diritto di raccontarci in modo impreciso, di continuare a rivendicare una versione dei fatti che altri, con più freddezza, saprebbero smontare in un istante. Io credo di sì, a patto di non usarla come arma contro chi ci ha voluto bene. Raccontarsi non è un tribunale, è un modo di restare vivi dentro la propria storia; e chi pretende di raccontarsi con l'esattezza di un verbale finisce quasi sempre per perdere ciò che nella vita conta davvero, cioè il tono, l'intenzione, l'amore imperfetto con cui abbiamo fatto le cose.

Forse la domanda giusta, a fine giornata, non è se la nostra versione dei fatti regga a un controesame, ma se sia abbastanza onesta da lasciare intravedere, sotto gli errori, chi abbiamo davvero provato a essere per le persone che ci hanno accompagnato. E quando un giorno la memoria comincerà a lasciarci, cosa sceglierà di salvare per ultimo? Probabilmente non i nomi esatti, non le date, non i fatti in ordine: probabilmente un volto, un gesto, la sensazione di essere stati amati in un pomeriggio qualunque che nessun verbale potrà mai registrare con precisione, e che proprio per questo resterà vero.

Il libro

La versione di Barney, pubblicato nel 1997, è l'ultimo romanzo di Mordecai Richler, scrittore canadese noto per il suo umorismo tagliente e la sua insofferenza verso ogni retorica, letteraria o nazionale. Il libro si presenta come le memorie di Barney Panofsky, produttore televisivo ormai anziano, scritte per confutare le accuse di omicidio mosse contro di lui da un vecchio conoscente in un'autobiografia altrui. Diviso in tre parti, ciascuna dedicata a una delle donne che hanno segnato la vita di Barney, il romanzo procede per digressioni, aneddoti scorretti e continue autocorrezioni, rese ancora più evidenti dalle note a piè di pagina che il figlio di Barney aggiunge per segnalare gli errori del padre: un espediente narrativo che trasforma l'inaffidabilità del narratore in uno dei temi centrali del libro.

Accolto con grande favore dalla critica internazionale, La versione di Barney vinse il Giller Prize e viene generalmente considerato il capolavoro della maturità di Richler, capace di tenere insieme la commedia più feroce e una tenerezza inattesa negli ultimi capitoli, quando la malattia comincia a offuscare la mente del protagonista. Nel 2010 ne è stato tratto un film con Paul Giamatti nel ruolo di Barney. Resta, a lettura conclusa, la domanda che il romanzo lascia volutamente aperta: quanto della nostra vita coincide davvero con ciò che siamo riusciti a raccontarne, e quanto invece sopravvive solo negli affetti di chi ci è rimasto accanto fino alla fine.

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