Fasc. 023·15·09·2026
A Londra il SAS vinse in diretta tv. Nel deserto iraniano bruciarono gli elicotteri americani
Nella primavera del 1980, a pochi giorni di distanza, due alleati tentarono la stessa scommessa: liberare degli ostaggi con un blitz militare. Per uno finì con applausi in mondovisione, per l'altro con un funerale di stato per otto uomini mai arrivati a destinazione.
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Alle quattro del mattino del 25 aprile 1980, nel deserto salato a sud di Tabas, in Iran, un elicottero della Marina statunitense si stacca dal resto della formazione e vira verso il mare. Ha appena attraversato una tempesta di sabbia che ha ridotto la visibilità a pochi metri: gli strumenti di bordo hanno iniziato a impazzire e il pilota decide che proseguire significherebbe schiantarsi nel buio. È l'ottavo dei mezzi previsti dal piano, e la sua rinuncia fa scendere il numero di elicotteri operativi sotto la soglia minima fissata dai pianificatori. Nel giro di poche ore la missione più ambiziosa mai tentata dagli Stati Uniti per liberare ostaggi verrà cancellata, e nel punto di sosta chiamato in codice Desert One un elicottero finirà per scontrarsi con un aereo da trasporto C130, provocando un incendio che ucciderà otto militari.
Sei giorni prima, a Londra, sei uomini armati avevano fatto irruzione nell'ambasciata iraniana di Princes Gate, prendendo in ostaggio ventisei persone e chiedendo l'autonomia per la regione del Khuzestan. Quella crisi si sarebbe conclusa in un modo completamente diverso: con un blitz durato undici minuti, trasmesso in diretta da milioni di televisori, passato alla storia come uno dei successi più netti delle forze speciali britanniche.
Due operazioni a pochi giorni di distanza, lo stesso anno, la stessa regione del mondo sullo sfondo. Un solo elemento in comune: la convinzione che un problema politico potesse risolversi con un'irruzione armata. Le conseguenze, per chi le pianificò, furono opposte.
Cinquantadue ostaggi e un piano complicatissimo
Il 4 novembre 1979 un gruppo di studenti iraniani aveva occupato l'ambasciata statunitense a Teheran, prendendo in ostaggio decine di diplomatici e cittadini americani in quella che sarebbe passata alla storia come la crisi degli ostaggi in Iran. Dopo mesi di trattative fallite, l'amministrazione di Jimmy Carter approvò un piano di salvataggio militare tanto ambizioso quanto fragile: otto elicotteri Sea Stallion sarebbero decollati dalla portaerei Nimitz, nel Mar Arabico, per raggiungere di notte un punto di rifornimento nel deserto iraniano dove ad attenderli ci sarebbero stati alcuni C130 con carburante e un gruppo di forze speciali. Da lì, la squadra avrebbe dovuto raggiungere Teheran nascosta in camion, assaltare l'ambasciata e portare via gli ostaggi in elicottero.
Il piano richiedeva che tutto funzionasse in sequenza, per centinaia di chilometri, senza margine d'errore. Non fu così: una tempesta di sabbia imprevista, gli haboob tipici della regione, danneggiò gli strumenti di volo di più mezzi, e i guasti meccanici ridussero rapidamente gli elicotteri disponibili. Quando il numero scese sotto i sei ritenuti indispensabili, il comandante sul campo raccomandò l'annullamento della missione. Carter accettò. Fu durante il ripiegamento, nella confusione del rifornimento notturno, che un elicottero urtò un C130 carico di carburante: l'esplosione e l'incendio uccisero otto uomini tra equipaggi e forze speciali. I corpi carbonizzati e i mezzi abbandonati nel deserto furono ritrovati e mostrati dalla televisione iraniana nei giorni successivi, in quella che per Washington fu un'umiliazione tanto militare quanto politica.
"È stata una mia decisione tentare il salvataggio. È stata una mia decisione annullarlo quando sono sorti dei problemi. La responsabilità è interamente mia."
Così disse Carter agli americani in un discorso televisivo il giorno dopo il disastro. L'insuccesso dell'Eagle Claw, seguito da mesi di stallo diplomatico, pesò sulla sua mancata rielezione pochi mesi dopo. Gli ostaggi di Teheran furono liberati solo il 20 gennaio 1981, dopo quattrocentoquarantaquattro giorni di prigionia, nell'istante stesso in cui Ronald Reagan giurava come nuovo presidente.
Sei giorni a Princes Gate
Mentre Washington leccava le ferite di Desert One, a Londra si stava consumando un'altra crisi, cominciata pochi giorni prima. Il 30 aprile 1980 sei militanti arabi iraniani, che chiedevano indipendenza per la regione petrolifera del Khuzestan, avevano occupato l'ambasciata iraniana in South Kensington. Per giorni la polizia britannica tenne aperta una trattativa, mentre le forze speciali dello Special Air Service si preparavano nell'ombra, studiando le planimetrie dell'edificio fornite dagli architetti che lo avevano costruito e piazzando microfoni nelle pareti.
La svolta arrivò il quinto giorno, quando i sequestratori, esasperati dai ritardi, uccisero un ostaggio, il portavoce della stampa Abbas Lavasani, e ne gettarono il corpo fuori dalla porta. A quel punto il governo di Margaret Thatcher autorizzò l'intervento armato. Il 5 maggio, alle 19:23, otto uomini del SAS calarono dalle corde sul retro dell'edificio e fecero irruzione da finestre e tetto in quella che fu battezzata Operazione Nimrod. Le telecamere della BBC, presenti per seguire un incontro di snooker trasmesso da un altro studio, interruppero il programma per mostrare in diretta il fumo, le esplosioni controllate e gli uomini in tuta nera che portavano fuori gli ostaggi. In undici minuti l'edificio fu ripulito: cinque dei sei sequestratori vennero uccisi, uno solo, Fowzi Nejad, sopravvisse mescolandosi agli ostaggi prima di essere riconosciuto e consegnato alla giustizia. Solo un ostaggio perse la vita durante l'assalto.
Perché uno riuscì e l'altro no
Gli storici tornano spesso sul contrasto fra le due operazioni, compiute a distanza di appena undici giorni l'una dall'altra. Il fattore più citato è la distanza: il SAS operava nel cuore di Londra, con rinforzi, ricambi e comunicazioni a portata di mano; la squadra americana doveva invece coordinare mezzi navali, aerei da trasporto ed elicotteri attraverso centinaia di chilometri di territorio ostile, con un margine di errore quasi nullo. C'è poi la questione della manutenzione: gli Sea Stallion utilizzati a Desert One erano stati preparati in fretta e in condizioni di segretezza estrema, che avevano impedito le normali verifiche pre missione. Infine il comando: a Londra le decisioni passavano per una catena breve e collaudata; nell'operazione americana, nata dalla collaborazione forzata fra rami militari diversi con procedure e gerghi distinti, la gestione della crisi al momento dei guasti fu più lenta e meno lineare.
Resta, alla fine, l'immagine di due governi che nella stessa primavera del 1980 scommisero sulla forza per risolvere un sequestro. Thatcher poté festeggiare in diretta televisiva il proprio blitz; Carter dovette invece spiegare agli americani perché, nel deserto iraniano, fossero rimasti solo rottami anneriti e otto bare. Gli elicotteri abbandonati a Desert One, recuperati anni dopo, sono conservati oggi in un museo militare iraniano, trasformati da fallimento americano in trofeo di guerra: la stessa notte, raccontata da due paesi diversi, può ancora cambiare significato a seconda di chi la racconta.
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