Fasc. 059·22·10·2026
Aldo Moro era a Gradoli. Nessuno cercò a Roma
Il rapimento di Aldo Moro nel 1978 e i 55 giorni di prigionia tra via Fani e via Gradoli.
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Alle 9 del mattino del 16 marzo 1978, in via Mario Fani a Roma, un'auto blu con targa diplomatica si incrocia con il corteo di due vetture che accompagna Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, verso la Camera dei Deputati. In pochi secondi un gruppo di uomini in divisa da avieri apre il fuoco. Muoiono tutti e cinque gli uomini della scorta: Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino. Moro viene afferrato, spinto in un'altra auto e portato via. Comincia così la prigionia più lunga e più studiata della storia repubblicana italiana: 55 giorni, durante i quali un intero paese si interroga su dove sia nascosto lo statista e su come si possa, o si debba, trattare con chi lo tiene prigioniero.
La rivendicazione e la scelta della fermezza
A firmare l'azione sono le Brigate Rosse, che nei giorni successivi diffondono comunicati con fotografie di Moro davanti a una bandiera con la stella a cinque punte. Chiedono lo scambio con prigionieri detenuti nelle carceri italiane. Il governo, guidato da Giulio Andreotti, si trova davanti a una scelta che spacca il paese: trattare per salvare una vita, o restare fermi per non legittimare il terrorismo e non apparire negoziabili davanti a futuri sequestri. Prevale la linea della fermezza, sostenuta con convinzione dal Partito Comunista di Enrico Berlinguer e dalla maggioranza della Democrazia Cristiana. Solo il Partito Socialista di Bettino Craxi si muove apertamente per aprire un canale, anche informale, con i rapitori.
Dalla sua prigione Moro scrive. Decine di lettere, indirizzate alla famiglia, ad Andreotti, a Francesco Cossiga, ai vertici del suo partito, in cui insiste perché lo Stato tratti per salvargli la vita. Sono pagine lucide, a tratti durissime verso gli stessi compagni di partito che lo abbandonano alla linea della fermezza. Per anni si è discusso se quelle lettere fossero scritte sotto condizionamento psicologico o rispecchiassero davvero il pensiero di un uomo politico che, da prigioniero, vedeva le cose diversamente da chi restava fuori. Le commissioni d'inchiesta che si sono succedute nei decenni hanno concluso che le lettere erano autentiche nel contenuto, pur nate in condizioni di prigionia e di pressione estrema.
Il tavolino che scrisse Gradoli
Uno degli episodi più inquietanti dei 55 giorni riguarda una seduta spiritica. Il 2 aprile 1978, mentre le ricerche di Moro sono ancora nel buio più totale, alcuni docenti dell'Università di Bologna, tra cui il futuro presidente del Consiglio Romano Prodi, si ritrovano in una casa di campagna e, quasi per gioco, tentano un'evocazione con un bicchiere su un tavolo coperto di lettere. Dal piattino emerge un nome: Gradoli. Prodi lo riferisce alla polizia, che lo interpreta come l'indicazione di un paese, Gradoli appunto, in provincia di Viterbo. Le forze dell'ordine circondano il borgo, lo passano al pettine, non trovano nulla.
Solo più tardi si scoprirà che il nome indicava tutt'altro: via Gradoli, nel quartiere Trionfale di Roma, dove al numero 96 le Brigate Rosse avevano un covo vero e proprio, affittato con documenti falsi da un uomo che si firmava Mario Borghi, in realtà il terrorista Mario Moretti. Nell'appartamento, scoperto per puro caso il 18 aprile dopo che un guasto idraulico allarma i vicini del piano di sotto, gli inquilini non trovano Moro, ma trovano la macchina da scrivere con cui sono stati composti i comunicati dei rapitori, armi, documenti falsi e tracce evidenti di un uso recente. I brigatisti, avvertiti in tempo, sono fuggiti poco prima. Che il nome giusto fosse stato pronunciato nella seduta spiritica, e che qualcuno lo avesse interpretato nel modo sbagliato facendo perdere settimane preziose, resta uno dei tanti dettagli che negli anni hanno alimentato sospetti su depistaggi, interpretazioni affrettate o semplice, tragica coincidenza. Prodi stesso ha sempre sostenuto che si trattò solo di un gioco finito per caso vicino alla verità.
La fine, in via Caetani
Mentre a Roma si continua a cercare, nelle lettere di Moro cresce la disperazione. Scrive alla moglie Eleonora parole che suonano come un addio, accusa i suoi stessi colleghi di partito di averlo lasciato solo. Il 9 maggio 1978, dopo un processo sommario condotto dai suoi rapitori in una sorta di tribunale popolare clandestino, Aldo Moro viene ucciso con undici colpi di pistola. Il suo corpo viene chiuso nel bagagliaio di una Renault 4 rossa e lasciato in via Michelangelo Caetani, nel centro di Roma, a metà strada tra la sede della Democrazia Cristiana e quella del Partito Comunista: un posizionamento che molti hanno letto come un messaggio politico in sé, rivolto proprio ai due partiti che avevano scelto la fermezza.
Quella mattina stessa Francesco Cossiga, ministro dell'Interno, si dimette. Il paese si ferma davanti alle immagini del corpo riconsegnato dai carabinieri. Resta, da allora, la domanda che accompagna ogni ricostruzione di quei 55 giorni: se qualcuno, in una stanza con un bicchiere su un tavolo, avesse davvero pronunciato il nome di una strada di Roma, e non quello di un paese della Tuscia, le cose sarebbero potute andare diversamente?
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