Scritto di notte
rivista di divulgazione culturale

Fasc. 057·20·10·2026

Pechino 1900: il mondo pianse un massacro che non era mai accaduto

Nell'estate del 1900, per cinquantacinque giorni, novecento persone resistettero chiuse dietro un muro di mattoni nel cuore di una Cina in rivolta. Il mondo, a un certo punto, le credette già morte.

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Il 16 luglio 1900 i giornali di Londra, Parigi e New York uscirono con la notizia più definitiva che si possa stampare: tutti gli stranieri assediati a Pechino erano morti. Si celebrarono messe di suffragio a St Paul's, si scrissero necrologi, si pianse un massacro che in realtà non era mai avvenuto. Dentro il recinto delle legazioni, in quel momento, si giocava ancora a croquet tra una sortita e l'altra.

Un ministro ucciso per strada

La miccia era stata accesa il 20 giugno, quando il ministro tedesco Clemens von Ketteler, diretto al ministero cinese degli Esteri per protestare contro l'inazione della corte verso i Boxer, fu fermato in portantina lungo la strada e ucciso a colpi di fucile da un soldato imperiale. Da quel momento le circa novecento persone rifugiate nel quartiere delle legazioni, poco più di quattrocento soldati di presidio e il resto diplomatici, missionari, famiglie e circa tremila cinesi convertiti al cristianesimo, si trovarono sotto assedio aperto.

I Boxer (il nome con cui gli occidentali chiamavano gli Yihetuan, la "Società dei pugni uniti e giusti") erano nati pochi anni prima come movimento di artigiani e contadini del Nord della Cina, convinti che riti e arti marziali li rendessero invulnerabili ai proiettili. Il loro bersaglio erano i missionari cristiani e tutto ciò che portava il segno dell'influenza straniera: ferrovie, linee telegrafiche, chiese. Quando l'imperatrice vedova Cixi decise di appoggiarli apertamente, sperando di usarli contro le potenze che da decenni smembravano la sovranità cinese con concessioni e trattati ineguali, il movimento smise di essere un fenomeno di villaggio e diventò affare di Stato.

Cinquantacinque giorni dietro un muro di mattoni

Per cinquantacinque giorni, dal 20 giugno al 14 agosto 1900, il perimetro delle legazioni fu difeso con mezzi di fortuna: barricate di sacchi di sabbia, un cannone antiquato ribattezzato International Gun perché assemblato con pezzi di provenienza diversa, e una guarnigione composta da marinai e soldati di otto nazioni diverse, dal Giappone alla Russia, dagli Stati Uniti all'Italia. Le munizioni scarseggiavano, l'acqua pure, e la fame si faceva sentire al punto che i cavalli delle legazioni finirono in pentola. Eppure, tra un assalto e un bombardamento, la vita quotidiana continuava con un'ostinazione quasi surreale: si organizzavano partite a carte, si teneva un piccolo giornale ciclostilato, le signore della colonia diplomatica cucivano sacchi di sabbia con le tende di casa.

Tra i rifugiati c'era anche un numero consistente di giornalisti e scrittori occasionali, che nei momenti di pausa tenevano diari destinati a diventare, negli anni successivi, alcuni dei resoconti più letti sull'assedio: pagine che mescolavano il terrore dei bombardamenti notturni alla cronaca minuta di una colonia costretta a convivere in pochi metri quadrati, tra pettegolezzi, gelosie e un'etichetta sociale che nessuno, nemmeno sotto le bombe, si sognava di abbandonare.

La corte imperiale, va detto, non fu mai del tutto compatta nella sua ostilità. Alti funzionari come Li Hongzhang e Yuan Shikai, scettici sulla reale invulnerabilità dei Boxer e consapevoli della sproporzione di forze con le potenze straniere, rallentarono o disobbedirono apertamente agli ordini di sterminio che venivano da Pechino, e questo scarto fu probabilmente decisivo per la sopravvivenza degli assediati.

Il massacro che non c'era

Fu nel mezzo di questa attesa che si verificò l'episodio più strano dell'intera vicenda. Il 16 luglio le agenzie occidentali, basandosi su dispacci confusi arrivati da Shanghai, diedero per certo che le legazioni erano state prese d'assalto e che nessuno era sopravvissuto. Il Times preparò coccarde a lutto, la stampa americana incoronò i caduti come martiri della civiltà, e in diverse capitali europee si tennero funzioni religiose in memoria di persone che, a quella data, stavano semplicemente razionando il riso e curando i feriti dietro le barricate.

La notizia vera, quella della resistenza ancora in corso, filtrò solo nei giorni successivi attraverso canali diplomatici più lenti e meno sensazionalistici dei telegrafi di guerra. Quando si scoprì l'equivoco, il disagio fu enorme: si era pianto un massacro immaginario mentre a Pechino si combatteva ancora una battaglia reale, fatta di sortite notturne, mine scavate sotto le mura e un assedio che sarebbe durato altre tre settimane.

L'arrivo della colonna di soccorso

La liberazione arrivò il 14 agosto 1900, quando una forza internazionale di circa ventimila soldati, l'Alleanza delle Otto Nazioni, riuscì a farsi strada da Tianjin fino alla capitale. I primi a entrare nel quartiere delle legazioni furono reparti britannici e americani; pochi giorni dopo l'imperatrice Cixi, travestita da contadina su un carro da buoi, fuggiva verso ovest con la corte, lasciando Pechino alle truppe straniere e a un saccheggio che sarebbe durato settimane.

Il Protocollo di Pechino del 1901 impose alla Cina un'indennità colossale, da pagare in oro nell'arco di decenni, e nuove concessioni territoriali che aggravarono ulteriormente la dipendenza del paese dalle potenze straniere. Fu anche, paradossalmente, l'ultimo grande atto della dinastia Qing: nel 1912, poco più di un decennio dopo, l'impero sarebbe caduto per sempre.

Resta, di quella estate del 1900, l'immagine di un piccolo mondo chiuso dentro un muro di mattoni, convinto per qualche giorno dal resto del pianeta di essere già morto, mentre continuava semplicemente a resistere.

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