Fasc. 029·21·09·2026
Beslan, il primo giorno di scuola che diventò un assedio
In Ossezia del Nord il primo settembre si festeggia con fiori e grembiuli nuovi. Nel 2004 quella festa si trasformò in tre giorni chiusi dentro una palestra, senza acqua, senza uscita.
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Alle otto e mezza del primo settembre 2004, davanti alla Scuola Numero Uno di Beslan, in Ossezia del Nord, si erano radunati più di mille bambini, genitori e insegnanti per il Den' Znanij, il "Giorno della Conoscenza": la cerimonia con cui in tutta la Russia si apre l'anno scolastico, fatta di fiori, grembiuli nuovi e foto di famiglia sul piazzale. Un camion militare si fermò davanti al cancello. Ne scesero uomini armati e mascherati, alcuni con cinture esplosive già indosso. In pochi minuti la scuola fu occupata e oltre 1.100 persone, in larghissima parte bambini, si ritrovarono chiuse nella palestra.
Tre giorni nella palestra
I sequestratori, un gruppo di circa trenta uomini legato al comandante ceceno Shamil Basayev e guidato sul posto da Ruslan Khuchbarov, minarono la palestra con ordigni improvvisati appesi ai canestri e alle pareti, collegati a un unico interruttore che uno di loro teneva premuto sotto il piede per tutta la durata dell'assedio. Le richieste erano il ritiro delle truppe russe dalla Cecenia e la fine della guerra che da anni insanguinava il Caucaso. Agli ostaggi fu tolta l'acqua già dal primo giorno: la palestra, sovraffollata e con le finestre oscurate, diventò un forno nella calura di inizio settembre. I bambini più piccoli bevevano la propria urina per resistere alla sete; alcuni adulti furono uccisi davanti agli altri per scoraggiare tentativi di rivolta.
Dentro la palestra, gli ostaggi furono divisi in gruppi e tenuti in piedi o seduti a terra, senza poter usare i bagni, mentre fuori la temperatura saliva ben oltre i trenta gradi. Alcuni bambini si spogliarono per il caldo; le madri più giovani, che avevano portato con sé i figli neonati, li tenevano sollevati verso le finestre alte nella speranza di far arrivare loro un filo d'aria. Il secondo giorno un gruppo di ostaggi, tra cui alcuni uomini adulti, fu fatto uscire e giustiziato: un modo, dissero poi i sopravvissuti, per far capire a tutti che le minacce non erano parole.
Fuori, le autorità russe negarono a lungo il numero reale degli ostaggi, dichiarando per due giorni una cifra di circa 350 persone: una scelta che secondo molti osservatori, e secondo le stesse famiglie di Beslan, contribuì a un approccio meno cauto nella gestione della crisi, oltre ad alimentare la rabbia di chi, fuori dai cordoni di sicurezza, sapeva perfettamente quanti dei propri figli fossero dentro. Attorno alla scuola si radunò una folla di parenti e uomini del posto, in parte armati, pronti a intervenire per conto proprio se le trattative fossero fallite, mentre reparti delle forze speciali russe (Alfa e Vympel) e mezzi corazzati prendevano posizione senza che, secondo le ricostruzioni successive, esistesse un vero piano d'assalto concordato con il Cremlino.
Il crollo
Il terzo giorno, il 3 settembre verso mezzogiorno, mentre una squadra di emergenza entrava nella scuola con il consenso dei sequestratori per recuperare alcuni corpi, all'interno della palestra si udì un forte boato. Cosa lo abbia provocato resta, ancora oggi, materia di controversia: la versione ufficiale russa ha sempre parlato di un ordigno fatto detonare per errore o per un movimento involontario di uno dei sequestratori; altre ricostruzioni, incluse quelle di alcuni sopravvissuti e di rapporti indipendenti, hanno ipotizzato che l'esplosione sia stata innescata dall'esterno, forse da un colpo sparato dalle forze di sicurezza. Il tetto della palestra cedette e prese fuoco. Nel caos che seguì, decine di ostaggi terrorizzati cercarono di fuggire tra le macerie mentre i sequestratori aprivano il fuoco su di loro; i militari russi, senza un piano d'assalto strutturato, risposero con carri armati, lanciarazzi ed elicotteri da combattimento, in mezzo a una folla di civili armati arrivati da fuori. La battaglia durò ore, casa per casa, fino a sera.
Il bilancio finale fu di 334 ostaggi morti, tra cui 186 bambini: la strage con il più alto numero di vittime minorenni della storia del terrorismo. Ai morti tra gli ostaggi si aggiunsero decine di militari e quasi tutti i sequestratori, uccisi durante l'assalto; uno solo, Nur-Pashi Kulaev, fu catturato vivo, processato e condannato all'ergastolo.
Le madri di Beslan
Nei mesi successivi nacque Madri di Beslan, un'associazione di familiari delle vittime che ha chiesto per anni conti pubblici su come fu gestita la crisi: perché non si fossero avviati negoziati più seri nei primi due giorni, perché fossero stati usati armamenti pesanti contro un edificio pieno di bambini, perché le cifre comunicate alla stampa fossero state false. Nel 2017 la Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato la Russia proprio per le carenze nella pianificazione dell'operazione di soccorso, riconoscendo un risarcimento alle famiglie ma senza che questo cambiasse in modo sostanziale il racconto ufficiale del Cremlino, che ha sempre attribuito l'intera responsabilità ai terroristi.
L'attentato ebbe anche conseguenze politiche dirette: nelle settimane successive Vladimir Putin annunciò una riforma che aboliva l'elezione diretta dei governatori regionali, giustificandola come necessità di sicurezza nazionale contro il terrorismo, un provvedimento che accentrò ulteriormente il potere a Mosca.
A Beslan, la palestra della Scuola Numero Uno non è mai stata ricostruita. È rimasta com'era quel pomeriggio di settembre, con il tetto sfondato e le pareti crivellate, trasformata in memoriale: bottiglie d'acqua lasciate dai visitatori sul pavimento, in ricordo della sete di chi vi fu tenuto prigioniero, e centinaia di fotografie di bambini appese dove un tempo c'erano i canestri da pallacanestro.
Ogni primo settembre, da allora, la città si ferma. Non si celebra il Giorno della Conoscenza con la stessa festa di un tempo: si va invece al cimitero chiamato Città degli Angeli, dove le lapidi, quasi tutte con lo stesso anno di nascita, si allineano una accanto all'altra. Molte famiglie di Beslan persero più di un figlio in quella palestra; alcune persero tutti i figli che avevano. Chi cammina oggi tra i banchi ricostruiti della nuova scuola, sorta poco distante da quella vecchia, trova ancora, appesa in un corridoio, una scritta lasciata da uno dei sopravvissuti: che nessuno, in nessun punto del mondo, debba mai più imparare cosa significhi avere sete per tre giorni dentro una palestra piena di bambini.
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