Scritto di notte
rivista di divulgazione culturale

Fasc. 042·04·10·2026

Hezbollah e i cercapersone che esplosero in un solo pomeriggio

Per mesi migliaia di cercapersone avevano viaggiato, innocenti, dentro scatole di cartone verso il Libano. Poi, in un pomeriggio di settembre, sono arrivati tutti insieme a destinazione.

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Alle tre e mezza del pomeriggio del 17 settembre 2024, migliaia di cercapersone cominciano a squillare nello stesso istante in tutto il Libano. È il segnale di un messaggio in arrivo, lo stesso che quegli apparecchi ricevono ogni giorno per motivi di lavoro. Chi li porta in tasca, alla cintura, in mano, fa il gesto automatico di guardare lo schermo. Un secondo dopo, da Beirut alla valle della Bekaa, centinaia di quei dispositivi esplodono quasi contemporaneamente.

Un'arma travestita da apparecchio del passato

Da mesi Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, aveva chiesto ai suoi uomini di abbandonare gli smartphone: troppo facili da localizzare, troppo vulnerabili alle intercettazioni israeliane. La soluzione sembrava rassicurante nella sua semplicità tecnologica: tornare ai cercapersone, apparecchi senza GPS né microfono, incapaci di tradire una posizione o registrare una conversazione. Migliaia di unità del modello AR924, con il marchio della taiwanese Gold Apollo, furono distribuite ai quadri dell'organizzazione nella primavera del 2024.

Non era la prima volta che quell'organizzazione si affidava a tecnologie considerate superate altrove. Già durante la guerra del 2006 con Israele, i miliziani di Hezbollah avevano scoperto quanto fossero vulnerabili le reti cellulari libanesi, facilmente intercettate e persino disturbate dall'esercito israeliano. I cercapersone, con la loro comunicazione a senso unico e priva di geolocalizzazione, erano sembrati per anni l'opposto esatto di un telefono: muti, ciechi, innocui. Proprio per questo nessuno sospettò che potessero diventare un'arma.

Gold Apollo avrebbe poi dichiarato di non aver prodotto direttamente quei dispositivi, ma di averne concesso il marchio in licenza a una società con sede in Ungheria, la BAC Consulting KFT, guidata da un'imprenditrice italo ungherese, Cristiana Bársony Arcidiacono. Dietro quella sigla, secondo le ricostruzioni giornalistiche successive, si celava in realtà una rete di società create ad hoc, verosimilmente collegate ai servizi israeliani: un'operazione di intelligence che, secondo quanto riportato, era in preparazione da anni, forse fin dal 2022, quando l'idea di inserire piccole cariche esplosive dentro un prodotto civile di uso quotidiano era ancora poco più di un'ipotesi da laboratorio.

Le indagini successive, condotte da giornalisti e analisti di diversi paesi, hanno ricostruito un percorso lungo e tortuoso: ordini commerciali apparentemente innocui, passaggi tra più società di comodo in Europa e in Asia, fabbricazione di componenti in più siti per impedire che qualcuno vedesse l'intero progetto. Chi assemblava i singoli pezzi, con ogni probabilità, non sapeva nulla della loro destinazione finale; solo in una fase molto avanzata della filiera, forse nell'ultimo passaggio prima della spedizione in Libano, i cercapersone sarebbero stati aperti e richiusi per inserire la carica e il detonatore. Un lavoro che richiedeva competenze tecniche, tempo, e soprattutto la certezza che nessuno, lungo tutta la catena, si accorgesse di nulla.

La filiera che nessuno vide

Il meccanismo, per come è stato descritto nei mesi seguenti, era insieme elementare e spiazzante. Dentro ogni cercapersone era stata inserita una piccola quantità di materiale esplosivo, probabilmente PETN, insieme a un detonatore miniaturizzato. Un messaggio specifico, inviato simultaneamente a tutti gli apparecchi, avrebbe attivato la carica: bastava che il destinatario lo leggesse, o semplicemente lo ricevesse, perché il dispositivo gli esplodesse letteralmente tra le mani o contro il fianco.

Le autorità sanitarie libanesi parlarono di diverse decine di morti e oltre duemilaottocento feriti nella sola giornata del 17 settembre, molti dei quali con ferite alle mani, al volto, agli occhi: la distanza minima a cui si tiene normalmente un cercapersone. Il bilancio esatto resta controverso, e lo è tuttora: i numeri diffusi da fonti libanesi, israeliane e internazionali non hanno mai smesso di divergere, e tra le vittime ci furono anche civili e persone che con Hezbollah non avevano alcun legame diretto.

Il giorno dopo, il 18 settembre, mentre il paese era ancora sotto shock e si celebravano i primi funerali, una seconda ondata di esplosioni colpì un altro tipo di apparecchio: le ricetrasmittenti portatili usate dai quadri dell'organizzazione, anch'esse manomesse con lo stesso principio. Alcune detonarono proprio durante le cerimonie funebri delle vittime del giorno precedente, in una spirale di violenza che pareva studiata per colpire anche il rito del lutto.

Un salto di scala nella guerra segreta

Israele non ha mai rivendicato ufficialmente l'operazione, ma la stampa internazionale, citando fonti dell'intelligence statunitense e israeliana, l'ha attribuita quasi all'unanimità al Mossad, descrivendola come un'infiltrazione nella catena di fornitura durata anni e costruita con una pazienza quasi artigianale: società di comodo, licenze di marchio, spedizioni che avevano attraversato dogane e controlli in più paesi senza destare sospetti.

Per gli analisti militari, l'episodio ha segnato un salto di scala rispetto ai sabotaggi tecnologici del passato, come i computer modificati o i virus informatici tipo Stuxnet usato contro le centrifughe nucleari iraniane: qui l'obiettivo non era un impianto industriale isolato, ma migliaia di persone comuni, raggiunte attraverso un oggetto che avevano scelto proprio per sentirsi più al sicuro.

Nasrallah definì l'attacco un colpo durissimo, forse il più grave subito dall'organizzazione in quarant'anni di storia. Non avrebbe avuto molto tempo per elaborarlo: fu ucciso da un bombardamento israeliano su Beirut appena una settimana dopo, il 27 settembre 2024.

Un precedente che inquieta i giuristi

Nei mesi successivi, giuristi internazionali e organizzazioni per i diritti umani hanno discusso a lungo la legittimità di un'operazione simile secondo il diritto internazionale umanitario. Il principio di distinzione, che impone di separare i combattenti dai civili, appare difficile da applicare a un'arma che esplode ovunque si trovi l'apparecchio, in casa, al mercato, in auto, e che non può distinguere chi lo tiene in mano in quel momento: un miliziano, certo, ma anche un familiare, un venditore, un bambino che gioca con l'oggetto del padre. Alcune delle vittime riportate dai medici libanesi erano appunto parenti di membri di Hezbollah, non combattenti.

Resta inoltre una domanda più ampia, che l'episodio ha riportato al centro del dibattito sulla sicurezza globale: se trasformare in arma la catena di fornitura di un prodotto commerciale qualsiasi, dal cercapersone al caricabatterie, sia un salto che cambia le regole del gioco per tutti, non solo per chi lo ha compiuto una prima volta. Un oggetto acquistato in un negozio, da questo punto di vista, non è mai stato così sospetto.

Resta, di quei giorni, un'immagine che continua a disturbare chi la racconta: un oggetto pensato per sfuggire alla sorveglianza, portato addosso come garanzia di discrezione, che si trasforma nella trappola stessa. La tecnologia più semplice, quella in cui si era scelto di credere per tornare indietro rispetto agli smartphone, si era rivelata quella meno prevedibile: non perché intercettava, ma perché custodiva, silenziosa, qualcosa che aspettava solo un segnale per farsi sentire.

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