Fasc. 022·14·09·2026
Air France 8969, Marsiglia 1994: il blitz che fermò l'aereo bomba
Il 24 dicembre 1994 quattro uomini presero il controllo di un Airbus ad Algeri. Il piano, secondo alcuni inquirenti, era portarlo su Parigi: a Marsiglia il tempo si fermò per due giorni.
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Alle sei del mattino del 26 dicembre 1994, sulla pista dell'aeroporto di Marsiglia Marignano, un Airbus A300 bianco e rosso è fermo da ore, isolato agli estremi del piazzale, circondato da mezzi blindati e da uomini in tuta nera che si muovono strisciando sotto la fusoliera. Dentro, centosettanta passeggeri respirano nel buio: le luci sono spente da un giorno intero, il bagno è inagibile, e quattro uomini armati controllano ogni movimento con il dito sul grilletto. Fuori, al freddo, trenta agenti del GIGN, il gruppo d'intervento della gendarmeria francese, aspettano l'ordine di salire.
Un dirottamento nato ad Algeri
Tutto era cominciato due giorni prima, il 24 dicembre, all'aeroporto Houari Boumediene di Algeri. Quattro uomini, membri del Gruppo Islamico Armato (GIA), la formazione più radicale dell'insurrezione che insanguinava l'Algeria dal 1992, avevano preso il controllo del volo Air France 8969, diretto a Parigi. Si erano presentati con documenti di polizia falsi e armi nascoste nei bagagli; una volta a bordo avevano annunciato di voler dirottare l'aereo verso la Francia.
Il GIA era all'epoca il gruppo più temuto e più violento tra le sigle armate nate dopo l'annullamento delle elezioni algerine del 1992, quando i militari impedirono la vittoria elettorale del Fronte Islamico di Salvezza e il paese scivolò in una guerra civile durata quasi un decennio, con decine di migliaia di morti. Colpire la Francia, ex potenza coloniale ancora percepita come alleata del governo di Algeri, era per il GIA un modo di internazionalizzare quel conflitto interno.
Le autorità algerine negarono per ore il permesso di decollo. In quello stallo, i dirottatori uccisero tre ostaggi per dimostrare che facevano sul serio: un poliziotto algerino infiltrato tra i passeggeri, un giovane diplomatico vietnamita in servizio all'ambasciata e, il giorno di Natale, un cuoco dell'ambasciata francese, freddato sulla scaletta dell'aereo e lasciato sull'asfalto davanti alle telecamere. Solo dopo quella terza esecuzione l'Algeria concesse il decollo, temendo un massacro di massa a bordo.
La tappa di Marsiglia
L'aereo non aveva carburante sufficiente per raggiungere Parigi, così i dirottatori accettarono uno scalo tecnico a Marsiglia; fu quella necessità pratica, più che una trattativa riuscita, ad aprire agli agenti francesi la sola finestra di manovra che avrebbero avuto. Fu lì, nelle trentasei ore successive, che la vicenda si trasformò da sequestro in qualcosa di diverso e più inquietante. Secondo la ricostruzione degli inquirenti francesi, il gruppo aveva caricato a bordo un quantitativo consistente di esplosivo plastico, forse sufficiente a far esplodere l'apparecchio in volo. L'ipotesi che circolò negli anni successivi, ripresa da alcuni ex agenti dei servizi francesi, è che l'obiettivo finale non fosse un atterraggio a Parigi ma uno schianto controllato, magari sulla Torre Eiffel o sul centro della capitale, con l'aereo stesso trasformato in arma. È un punto che resta oggetto di discussione tra storici e addetti ai lavori: alcuni lo considerano il piano reale dei dirottatori, altri lo ritengono una ricostruzione postuma, rafforzata dal senno di poi dopo l'11 settembre 2001, più che una prova documentata all'epoca dei fatti.
Quel che è certo è che le autorità francesi, temendo comunque il peggio, decisero di non lasciar ripartire l'aereo. Con il pretesto di un problema tecnico al carrello, i controllori di volo tennero l'Airbus a terra a Marsiglia, guadagnando tempo mentre il governo di Édouard Balladur autorizzava l'intervento del GIGN.
I venti minuti dell'assalto
«Abbiamo capito che se fossero ripartiti, non li avremmo più fermati», raccontò anni dopo uno dei comandanti dell'unità.
Il pomeriggio del 26 dicembre, con i dirottatori sempre più nervosi e le comunicazioni radio sempre più minacciose, il GIGN decise di agire prima del tramonto. Le squadre si avvicinarono all'aereo nascoste dietro le scalette mobili, forzarono le porte anteriori e posteriori quasi simultaneamente e fecero irruzione. I dirottatori aprirono il fuoco e lanciarono granate; la sparatoria durò circa venti minuti, un tempo lunghissimo per uno scontro a corto raggio dentro la cabina stretta di un aereo di linea. Tutti e quattro i membri del commando furono uccisi. Tra gli agenti francesi si contarono nove feriti, alcuni gravi; tra i passeggeri i feriti furono una ventina, nessuno mortale. Centosettantatré persone salite a bordo ad Algeri tornarono a casa vive.
Un precedente prima del precedente
L'episodio di Marsiglia venne presto derubricato, nella memoria pubblica, a uno dei tanti drammi degli anni Novanta legati al terrorismo di matrice islamista in Francia, alimentato dalla guerra civile algerina. Solo dopo gli attentati dell'11 settembre 2001 negli Stati Uniti, gli analisti tornarono a guardare al volo 8969 come a un caso limite, forse il primo in cui un aereo di linea civile fu concepito, o quantomeno sospettato, come proiettile contro un obiettivo simbolico a terra. Alcuni funzionari francesi che seguirono il caso da vicino ammisero, negli anni successivi, di aver rivalutato con più allarme, proprio alla luce di New York, i candelotti di dinamite e i detonatori trovati sull'Airbus dopo l'assalto: materiale che a Marsiglia era sembrato, sul momento, uno strumento di ricatto quanto un ordigno vero e proprio.
Il GIGN, dal canto suo, uscì da quella missione con una reputazione consolidata a livello internazionale, diventando un modello di riferimento per le unità antiterrorismo di mezza Europa: la sua tattica di irruzione simultanea dalle due estremità della fusoliera è tuttora studiata nei corsi di formazione dei reparti speciali.
Resta, ancora oggi, l'immagine di quell'Airbus fermo su una pista mediterranea nella notte di Natale, con dentro un mistero mai del tutto risolto: quanto vicini furono, davvero, quei quattro uomini a un obiettivo molto più grande di un aeroporto di provincia.
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