Fasc. 054·17·10·2026
Amerigo Vespucci non scoprì l'America. Ma le diede il nome
Nel 1507, in una tipografia dei Vosgi, un cartografo quasi dimenticato incise su un enorme foglio di legno la parola "America". Bastò quella scelta, oggi messa in dubbio dagli storici, per cambiare per sempre il nome del mondo.
A Saint Dié des Vosges, un paese tra le montagne della Lorena, nell'inverno del 1507 un gruppo di umanisti sta ultimando il lavoro più ambizioso della loro vita: una carta del mondo stampata su dodici grandi fogli di legno incisi, che una volta assemblati formano una superficie di oltre due metri per uno e venti. È la Universalis Cosmographia, il primo documento a mostrare un continente separato dall'Asia, sconosciuto a Ptolemeo e a tutta la geografia classica. Sul lembo meridionale di quella terra nuova, il cartografo Martin Waldseemüller scrive una parola che nessuna mappa aveva mai portato prima: America.
Non era un nome scontato. Il navigatore che aveva toccato quelle coste per primo, almeno secondo la cronologia ufficiale, si chiamava Cristoforo Colombo, ed era morto l'anno precedente convinto di aver raggiunto le propaggini orientali dell'Asia. Il nome che Waldseemüller scelse di incidere apparteneva invece a un mercante fiorentino al servizio dei Medici, poi trasferitosi a Siviglia per lavorare nel commercio marittimo spagnolo: Amerigo Vespucci.
Le lettere che arrivarono prima dei fatti
Vespucci non era un navigatore di professione. Partecipò, pare, a una spedizione nel 1499 insieme ad Alonso de Ojeda, lungo le coste dell'attuale Venezuela, e forse a un secondo viaggio per il Portogallo negli anni successivi; sul numero esatto delle sue traversate, però, gli storici discutono ancora. Quello che è certo è che Vespucci scrisse, e scrisse bene: le sue lettere, in particolare il Mundus Novus del 1503 e il resoconto noto come Lettera a Soderini, circolarono in tutta Europa in decine di edizioni, tradotte e ristampate molto più delle relazioni, più sobrie e meno diffuse, dello stesso Colombo.
In quelle pagine Vespucci faceva un'affermazione che Colombo non aveva mai osato fare: non si trattava di isole ai margini dell'Asia, ma di un mundus novus, un mondo nuovo, una quarta parte della Terra sconosciuta agli antichi. Era un'intuizione concettuale, non solo geografica, e fu quella, più della semplice priorità di uno sbarco, a colpire gli umanisti di Saint Dié. Tra loro c'era Matthias Ringmann, filologo con il gusto per le etimologie, che nel libretto di accompagnamento alla carta, la Cosmographiae Introductio, propose di battezzare la nuova terra in onore del suo scopritore intellettuale, declinando il nome al femminile per farlo somigliare a quelli, tutti femminili in latino, degli altri continenti: Europa, Asia, Africa. Ab Americo Inventore... quasi Americi terram, sive Americam, si legge nel testo: la terra di Amerigo, ovvero l'America.
Un nome controverso fin dall'inizio
C'era un problema, e gli stessi umanisti francesi forse non lo sapevano del tutto: la lettera che attribuiva a Vespucci un viaggio già nel 1497, un anno prima che Colombo toccasse per la prima volta la terraferma del continente, è oggi considerata da molti storici dubbia, forse persino un'aggiunta posteriore o un'esagerazione dello stesso Vespucci per rivendicare un primato che non gli apparteneva. Se quella data fosse falsa, l'intera base del battesimo cadrebbe: Colombo avrebbe visto il continente prima di lui.
Waldseemüller stesso parve pentirsene. In una carta successiva, del 1513, il nome America non compare più; il cartografo torna a un'espressione più cauta, quasi a voler correggere un'attribuzione frettolosa. Ma era troppo tardi: la carta del 1507 era già stata copiata, imitata, diffusa in tutta Europa, e il nome aveva cominciato a vivere di vita propria. Fu un altro grande cartografo, Gerardus Mercator, a dargli la forma definitiva nel 1538, estendendo la scritta America a entrambe le metà del continente, quella settentrionale e quella meridionale, fino allora prive di un'unica denominazione comune.
Ab Americo Inventore... quasi Americi terram, sive Americam.
Una carta perduta e ritrovata
Per quasi quattro secoli si pensò che nessuna copia della Universalis Cosmographia fosse sopravvissuta. Delle mille copie stampate, se ne stima, non ne restava traccia negli archivi conosciuti, finché nel 1901 lo storico gesuita Joseph Fischer non ne ritrovò un esemplare rilegato in un volume miscellaneo nella biblioteca del castello di Wolfegg, in Germania, dove era rimasto dimenticato per generazioni. Quella copia, unica al mondo, fu acquistata nel 2003 dalla Library of Congress degli Stati Uniti per dieci milioni di dollari, la cifra più alta mai pagata per una mappa: oggi è conservata a Washington ed è conosciuta, non senza una punta di ironia, come il certificato di nascita dell'America.
Vespucci non vide mai quella carta. Morì a Siviglia nel 1512, nel suo ultimo incarico come piloto maggiore della Corona di Castiglia, verificando le rotte e le mappe degli altri, senza sapere che un piccolo gruppo di studiosi francesi, in una città di montagna che non aveva mai visitato, aveva già deciso che il suo nome, e non quello dell'ammiraglio genovese che per primo aveva attraversato l'oceano, sarebbe rimasto scritto per sempre su un terzo del pianeta. Resta da chiedersi cosa avrebbe pensato, lui che di navigazioni vere ne fece forse una sola, sapendo che il mondo intero porta il suo nome di battesimo, e non il suo cognome.
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