Scritto di notte
rivista di divulgazione culturale

Fasc. 034·26·09·2026

Aurel Stein trovò una grotta murata. Dentro c'erano mille anni di libri.

Nel 1907, ai margini del deserto del Gobi, un archeologo ungherese naturalizzato britannico convinse un monaco taoista a rompere il sigillo di una piccola stanza scavata nella roccia. Da lì uscirono decine di migliaia di rotoli che nessuno leggeva da secoli.

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Il monaco si chiamava Wang Yuanlu e da anni faceva l'autonominato guardiano di un complesso di grotte buddhiste scavate nella falesia, alla periferia dell'oasi di Dunhuang, nel nord-ovest della Cina. Un giorno del 1900, mentre puliva la sabbia accumulata in un corridoio, notò una crepa nella parete affrescata. Dietro c'era una porticina murata. Wang la fece aprire e si trovò davanti a una stanzetta alta poco più di due metri, stipata fino al soffitto di manoscritti, rotoli di seta e dipinti su tela: decine di migliaia di documenti, ammassati e sigillati forse ottocento anni prima, e mai più toccati.

Wang non aveva idea di cosa fare di quel tesoro. Ne mandò qualche campione ai funzionari locali, che non mostrarono grande interesse: il governo cinese di fine Ottocento, attraversato da rivolte e crisi finanziarie, aveva ben altro a cui pensare che a un ripostiglio di vecchie carte in una provincia remota. Per anni la scoperta rimase sostanzialmente ignorata, custodita da un monaco che, per finanziare i restauri del suo tempio, iniziò discretamente a vendere qualche pezzo ai pochi curiosi che passavano di lì.

Un ungherese al servizio dell'impero

Marc Aurel Stein era nato a Budapest nel 1862, si era formato tra Vienna, Lipsia e Tubinga come orientalista e filologo, e aveva poi trovato impiego nell'amministrazione britannica in India, dove si era naturalizzato. Non era un archeologo da museo: era un uomo capace di attraversare per settimane deserti e passi himalayani a dorso di cammello, con una piccola fox terrier di nome Dash che lo accompagnò in più di una spedizione. Il suo terreno era l'Asia centrale, quella rete di oasi e rovine lungo le antiche vie della seta che l'esplorazione europea, nell'epoca del Grande Gioco anglo-russo, stava mappando con un misto di curiosità scientifica e calcolo geopolitico.

Stein aveva già condotto una spedizione tra il 1900 e il 1901, scavando siti sepolti dalla sabbia nel bacino del Tarim, quando durante la seconda, iniziata nel 1906, sentì parlare della grotta murata di Dunhuang. Vi arrivò nella primavera del 1907. Wang era diffidente: quei testi, temeva, appartenevano al tempio e al cielo, non a un forestiero. Stein giocò allora una carta che conosceva bene, quella della devozione condivisa: si presentò come ammiratore del monaco pellegrino cinese Xuanzang, che nel VII secolo aveva viaggiato fino in India per riportare in Cina le scritture buddhiste originali, e di cui Wang venerava la memoria. L'argomento, insieme a una donazione in argento per i restauri del tempio, funzionò.

Quattro carichi di cammello

Nell'arco di pochi giorni, lavorando quasi al buio in quella cella di roccia, Stein e il suo assistente Chiang Ssu-yeh selezionarono migliaia di rotoli. Non potevano leggerli tutti: si affidavano a un colpo d'occhio esperto, alla carta, alla calligrafia, alla presenza di sigilli o colofoni con date. Alla fine portarono via qualcosa come settemila manoscritti completi, decine di migliaia di frammenti e centinaia di pitture su seta e su carta, caricati su cammelli e spediti verso l'India e poi Londra. Tra quei rotoli c'era anche il Sutra della Folgore di Diamante, un testo buddhista stampato a blocchi di legno e datato all'anno corrispondente all'868: il più antico libro stampato completo e databile che si conosca.

I documenti della grotta non erano soltanto buddhisti. Tra le carte comparivano testi taoisti, confuciani, manichei, persino cristiani nestoriani, scritti non solo in cinese ma in tibetano, sogdiano, uiguro, sanscrito, khotanese: la traccia di un crocevia linguistico e religioso che per secoli aveva fatto di Dunhuang una delle porte d'ingresso del buddhismo in Cina. Perché la stanza fosse stata sigillata, verso l'inizio dell'XI secolo, resta materia di ipotesi: c'è chi pensa a un rifugio d'emergenza davanti a una minaccia militare, chi a un semplice deposito per testi ormai considerati superati o troppo usurati per essere ancora impiegati nel culto, ma sacri abbastanza da non poter essere semplicemente distrutti.

Un tesoro, cinque nazioni

Stein non fu l'unico. Nel 1908 arrivò il sinologo francese Paul Pelliot, che leggendo il cinese a colpo d'occhio selezionò con cura chirurgica i pezzi filologicamente più preziosi; poco dopo passarono spedizioni giapponesi e russe. Quando le autorità cinesi si allarmarono finalmente e ordinarono di trasferire quel che restava a Pechino, il grosso della raccolta era già sparso su tre continenti, e anche il trasferimento finale patì furti e dispersioni lungo il tragitto.

Da allora, la vicenda di Dunhuang è diventata un caso esemplare nel dibattito sul patrimonio archeologico sottratto durante l'età coloniale. In Cina, Stein e Pelliot sono spesso ricordati come predatori che sfruttarono l'ingenuità di un monaco e la debolezza di uno stato in crisi; altri storici fanno notare che senza quella dispersione, avvenuta comunque alla luce del sole e con l'assenso, per quanto mal informato, delle autorità dell'epoca, buona parte di quei materiali sarebbe forse andata perduta nei decenni di guerre e rivoluzioni che la Cina avrebbe attraversato di lì a poco.

Wang Yuanlu continuò per anni a vivere accanto alla sua grotta ormai vuota, provando a discolparsi davanti ai funzionari che lo accusavano di aver svenduto un tesoro nazionale. Stein tornò in Asia centrale altre due volte, e morì nel 1943 a Kabul, a ottant'anni, mentre si preparava a una quinta spedizione. Oggi i manoscritti di Dunhuang sono divisi tra Londra, Parigi, San Pietroburgo, Pechino e Tokyo: un archivio del mondo antico che nessuno può più leggere in un solo posto, ricomposto pagina per pagina soltanto online, quasi un secolo dopo essere stato smontato pezzo per pezzo da un uomo con un cane e una buona storia da raccontare a un monaco.

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