Fasc. 032·24·09·2026
Batavia, 1629: il naufragio che diventò un massacro
Una nave della Compagnia olandese delle Indie orientali si spezzò sugli scogli al largo dell'Australia nel 1629. Nei mesi successivi, tra i sopravvissuti abbandonati su un'isola senz'acqua, accadde qualcosa di più feroce del naufragio stesso.
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Il 4 giugno 1629, poco prima dell'alba, uno scricchiolio sordo corse lungo tutta la chiglia della Batavia. Fuori, nel buio, non si vedeva nulla: nessuna costa, nessun faro, solo il rumore del mare che si rompeva su qualcosa che non avrebbe dovuto esserci. Un attimo dopo la nave si era incagliata su una barriera corallina al largo dell'Australia occidentale, e con lei sarebbe affondato ogni residuo di ordine tra le oltre trecento persone a bordo.
Una nave, una compagnia, un tesoro
La Batavia era la più moderna delle navi della Compagnia olandese delle Indie orientali (la VOC), partita da Texel nell'ottobre 1628 diretta verso le Indie con un carico di argento, gioielli e mercanzie destinato a finanziare i commerci della Compagnia in Asia. Al comando dell'intera spedizione c'era Francisco Pelsaert, un mercante di grande esperienza ma privo di autorità nautica diretta; il timone della nave, tecnicamente, apparteneva allo skipper Ariaen Jacobsz. Tra i due l'astio covava da mesi, e a complicare tutto c'era un terzo uomo: Jeronimus Cornelisz, un farmacista in fuga da debiti e sospetti eresie, imbarcato come sottomercante.
Cornelisz e Jacobsz avevano già progettato un ammutinamento durante la traversata, sfruttando un episodio di violenza contro una passeggera, Lucretia Jans, per screditare Pelsaert. Il piano non fece in tempo a compiersi: la nave si perse dal resto della flotta in una tempesta e, cercando la rotta verso Giava, finì dritta sugli scogli dell'arcipelago di Houtman Abrolhos.
Il naufragio e la scelta di Pelsaert
Quasi tutti i naufraghi, circa trecentoquaranta persone, riuscirono a raggiungere un fazzoletto di corallo e sabbia che oggi porta il nome di Beacon Island: niente alberi, pochissima acqua dolce, nessuna possibilità di coltivare nulla. Pelsaert prese allora una decisione tanto disperata quanto necessaria: si imbarcò su una scialuppa con Jacobsz e un piccolo equipaggio, e affrontò oltre duemila miglia di oceano aperto per raggiungere Batavia (l'odierna Giacarta) e chiedere soccorso. Il viaggio, compiuto quasi senza strumenti e con scorte minime, durò circa un mese e resta ricordato come una delle traversate di sopravvivenza più straordinarie della storia della navigazione.
Il problema era ciò che restava dietro di lui.
Il regno di Jeronimus Cornelisz
Con Pelsaert lontano e nessuna autorità riconosciuta sull'isola, Cornelisz si proclamò capo dei sopravvissuti. Sapeva che, quando fosse arrivata una nave di soccorso, le risorse sarebbero state troppo poche per tutti; sapeva anche che tra i naufraghi c'erano soldati e uomini capaci di opporsi a lui. Decise quindi di eliminare ogni possibile minaccia e ogni bocca in più da sfamare, mascherando i primi omicidi da incidenti o punizioni.
Nel giro di poche settimane la violenza smise di essere occasionale e diventò sistematica. Cornelisz organizzò squadre di fedelissimi che, di notte, andavano di tenda in tenda: uomini, donne, persino bambini furono annegati, pugnalati o gettati in mare. Le stime storiche parlano di oltre centodieci vittime, uccise non per fame o disperazione, ma secondo un calcolo lucido: meno persone significava più cibo, più acqua, più controllo per quando fosse arrivata la nave della salvezza, che Cornelisz sperava di catturare per darsi alla pirateria.
Chi si opponeva veniva isolato, poi eliminato; chi obbediva restava, ma non era mai al sicuro.
La resistenza di Wiebbe Hayes
Non tutti si piegarono. Un gruppo di soldati, guidato dal caporale Wiebbe Hayes, era stato mandato su un'isola vicina con il pretesto di cercare acqua dolce; Cornelisz sperava, in realtà, che vi morissero di sete. Invece Hayes trovò sorgenti sufficienti a sopravvivere e, quando cominciarono ad arrivare voci dei massacri sull'isola principale, i suoi uomini si organizzarono per resistere. Con armi di fortuna, lance ricavate da chiodi e legni di relitto, respinsero più assalti dei sicari di Cornelisz in quelli che sono spesso citati come i primi scontri armati combattuti da europei sul suolo australiano.
Fu proprio nel mezzo di uno di questi scontri, alla fine di settembre 1629, che all'orizzonte comparve una vela: era Pelsaert, tornato su una nave di soccorso, il Sardam. Bastò poco per capire cosa fosse successo in sua assenza.
Processo, esecuzioni, esilio
Pelsaert istituì un tribunale improvvisato direttamente sull'isola. Cornelisz e i principali complici furono torturati e processati per i loro crimini; le mani del farmacista furono mozzate prima dell'impiccagione, eseguita sugli stessi scogli dove aveva regnato per mesi. Ai due mutinati più giovani, Wouter Loos e Jan Pelgrom, fu risparmiata la forca ma non la sorte: vennero abbandonati sulla costa australiana, nei pressi della foce del fiume Hutt, diventando probabilmente i primi europei lasciati a vivere, o a morire, sul continente. Di loro non si seppe più nulla.
Il relitto della Batavia rimase sepolto sotto gli scogli per oltre tre secoli, riscoperto solo nel 1963. Oggi una sezione dello scafo e un imponente portale di pietra destinato a un castello nelle Indie, mai arrivato a destinazione, sono conservati nel museo marittimo di Fremantle: pietre che dovevano incorniciare l'ingresso di un forte coloniale, e che invece raccontano la storia di un naufragio che si trasformò in qualcos'altro.
Resta, su quelle isole basse e senza alberi, la domanda che nessuna sentenza ha mai davvero chiuso: quanto poco basta, quando l'autorità scompare, perché un uomo si convinca che uccidere sia l'unico modo per sopravvivere?
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