Fasc. 052·15·10·2026
Colombo, naufrago in Giamaica, minacciò di rubare la luna ai Taíno
Bloccato per un anno su una spiaggia caraibica, con gli uomini divisi e i viveri finiti, l'ammiraglio trovò nelle sue carte un'arma che non aveva mai usato prima: il cielo.
1 su 5 · 1 voto
Una spiaggia che non doveva essere l'ultima tappa
Quando le due caravelle Capitana e Santiago de Palos si incagliarono sulla sabbia della baia di Santa Gloria, oggi St. Ann's Bay, sulla costa settentrionale della Giamaica, Cristoforo Colombo aveva cinquantatré anni, il corpo segnato dall'artrite e dalla febbre, e la certezza, mai vinta, di essere a un passo dallo stretto che apriva sull'Asia. Era il 25 giugno 1503. Il suo quarto e ultimo viaggio, partito da Cadice un anno prima con quattro navi e circa centocinquanta uomini, si era consumato tra tempeste al largo dell'America centrale e scafi divorati dalle teredini, i vermi marini che riducevano il legno in polvere. Non restava altro da fare che arenare le navi e aspettare.
L'attesa durò oltre dodici mesi. Colombo non comandava più una spedizione: gestiva un accampamento di naufraghi, logorato dalla fame, dall'umidità e dalle diserzioni. Nell'inverno del 1504 una parte dell'equipaggio, guidata dai fratelli Francisco e Diego de Porras, si era ammutinata, rubando canoe e provviste e scontrandosi più volte con i villaggi Taíno dell'isola. Il cacicco locale, che per mesi aveva fornito cassava e pesce agli spagnoli in cambio di oggetti di scambio sempre più scarsi, cominciava a chiudere i rubinetti. Senza quel cibo, l'intero gruppo rischiava di non arrivare alla primavera.
Un almanacco contro la fame
Tra gli strumenti che Colombo portava con sé c'era un'effemeride, le tavole astronomiche compilate dall'astronomo ebreo di Salamanca Abraham Zacuto, che calcolavano in anticipo le posizioni di sole e luna per diversi anni a venire, incluse le eclissi. Fu lì che l'ammiraglio trovò la sua ultima carta da giocare: tra le pagine c'era annotata un'eclissi di luna prevista per la sera del 29 febbraio 1504, anno bisestile.
Secondo il racconto lasciato dal figlio Fernando Colón, che accompagnava il padre in quel viaggio e ne scrisse poi una biografia, Colombo convocò i capi Taíno tre giorni prima dell'evento. Attraverso un interprete indigeno disse loro che il suo Dio era in collera per il rifiuto di continuare a nutrire gli spagnoli, e che quella notte stessa, come segno di avvertimento, avrebbe fatto scomparire la luna dal cielo. Non era una minaccia campata in aria: era, semplicemente, un calcolo.
La luna che si spegne, la luna che torna
Quando il disco lunare cominciò davvero a incupirsi e a tingersi di rosso quella sera, il panico fra i Taíno fu, per quanto raccontato, immediato. Vennero da Colombo urlando, implorando che intercedesse perché la luce tornasse, promettendo in cambio tutto il cibo di cui gli spagnoli avessero bisogno. L'ammiraglio si ritirò nella sua capanna con una clessidra, per seguire sulle tavole di Zacuto i tempi previsti della fase di uscita dall'eclissi, e ne uscì solo quando il bagliore cominciò a riaffiorare sul bordo del disco, annunciando che il suo Dio, impietosito, restituiva la luce al mondo.
Da quella notte, scrive Fernando Colón, i viveri non mancarono più.
L'episodio va preso con la cautela che merita ogni aneddoto arrivato a noi da un'unica fonte, per di più il figlio dell'uomo che ne esce come un taumaturgo: Fernando scriveva decenni dopo, con l'intento dichiarato di difendere la memoria del padre dalle accuse che già allora circolavano sul suo governo violento delle colonie. Che Colombo disponesse delle tavole di Zacuto e sapesse leggerle è documentato; che la scena si sia svolta esattamente come descritta, con cacicchi in ginocchio e clessidre contate al buio, è invece affidato soltanto al suo racconto.
L'attesa, infine, finisce
Il salvataggio arrivò solo perché due uomini dell'equipaggio, Diego Méndez e Bartolomeo Fieschi, avevano attraversato in canoa il canale fra Giamaica e Hispaniola per chiedere soccorso al governatore Nicolás de Ovando, che per mesi finse di non avere navi disponibili: tra lui e Colombo correva un'inimicizia antica, e lasciarlo a marcire su una spiaggia non gli costava nulla. Solo nel giugno del 1504 una caravella inviata da Ovando raggiunse Santa Gloria. Colombo tornò in Spagna in novembre, da uomo malato e in disgrazia presso la corte che pure aveva finanziato le sue scoperte. Morì a Valladolid meno di due anni dopo.
Di quella notte di fine febbraio resta un'immagine difficile da dimenticare: un'isola intera, spagnoli naufraghi e Taíno affamati, con gli occhi puntati allo stesso cielo, in attesa di scoprire chi, fra tutti loro, stesse davvero decidendo il destino della luna.
E ora che sei arrivato in fondo all’articolo, votalo da 1 a 5 .
A chi potrebbe interessare questo articolo? Mandaglielo su WhatsApp!